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L'Ire funesta

di Ruggero Paladini, e Gaetano Proto, Categoria Fisco, , Data 06.04.2004
Nel dibattito sulla nuova Ire si parla molto di sostenibilità finanziaria e del suo eventuale impulso alla crescita. Passano sotto silenzio invece gli effetti sulla distribuzione del reddito. L’Ire è un’imposta di natura proporzionale e non progressiva, com’è l’Irpef e come vorrebbe la Costituzione. Né il meccanismo delle detrazioni fiscali permette un sostanziale recupero di progressività. Sarebbe così la minoranza di contribuenti con i redditi più alti ad avere i maggiori benefici. Esattamente l’opposto di quanto accade negli altri paesi europei.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Giustificare la progressività
    Nome: Riccardo Mariani  Data: 14.04.2004
    La difesa della prograssività non è così scontata. Se si usa l' argomento dell' utilità marginale del denaro decrescente allora bisognerebbe studiare delle detrazioni per i contribuenti particolarmente "avidi" che soffrono più degli altri il prelievo fiscale. A parte gli scherzi proprio oggi (14 aprile) leggo sul sole 24 ore un articolo (pag.8) in cui, rifacendosi allo studio di Gwartney, Lawson e Holcomb, si conclude come le politiche redistributive influenzino negativamente la creazione di ricchezza e come questo a lungo andare possa colpire anche i soggetti più svantaggiati. Oltretutto tali politiche si prestano ad abusi per cui la difesa dei poveri è solo un pretesto per avvantaggiare le classi medie. Se, invece, si difende la progressività usando l' argomento aristotelico per cui i diversi (e siamo tutti diversi) devono essere trattati diversamente allora bisogna essere pronti a rinunciare al principio "la legge è uguale per tutti". Mi rendo conto che tutto questo è un po' "astratto" ma è inevitabile quando si discute. Cordiali saluti.
    Risposta:
    Il lavoro di Gwartney, Lawson e Holcombe citato dall’articolo di Petroni sul Sole 24 Ore meriterebbe certamente una lettura attenta, ma le sue conclusioni sembrano riferirsi ai possibili effetti sulla crescita economica della spesa pubblica aggregata, piuttosto che delle politiche redistributive (nel caso dell’Irpef, oltretutto, attuate attraverso le entrate pubbliche e non la spesa). In ogni caso, se ragioniamo in termini di distribuzione funzionale del reddito, l’esperienza italiana degli ultimi anni vede piuttosto la compresenza di una riduzione della quota dei redditi da lavoro dipendente e di un rallentamento del tasso di crescita dell’economia: di questo tema si occuperà il convegno “Distribuzione del reddito e crescita in Italia”, organizzato dalla rivista “Politica Economica” a Bologna il prossimo 4 giugno. Anche l’argomento sulla possibile strumentalizzazione della difesa dei poveri a vantaggio delle classi medie non si applica facilmente a un paese come il nostro, che non possiede alcuno strumento nazionale di contrasto della povertà, e anzi ha visto interrompere la sperimentazione del Reddito Minimo di Inserimento, sostituita dalla vaga promessa di un Reddito di Ultima Istanza (una bolla di sapone, come ha scritto Chiara Saraceno su questo sito). Sul piano dei “fondamenti”, va infine ricordato che un grande economista liberale come Lionel Robbins riteneva superflua da un punto di vista teorico l'ipotesi dell'utilità marginale cardinale (cioè misurabile e confrontabile), ma sottolineava che dal punto di vista della politica economica prescindere da questa ipotesi è "moralmente inaccettabile" ("An Essay on the Nature and Significance of Economic Science", 1932).
  • Riforma fiscale (IRE)
    Nome: Riccardo Mariani  Data: 07.04.2004
    Attenuare la progressività dell’ imposta sul reddito e puntare, in sede europea, sulla concorrenza fiscale anzichè sull’ armonizzazione, ben lungi dall’ essere “difetti di struttura” sono politiche tutto sommato coerenti per un governo sedicente liberale. Un piccolo segnale preoccupante è invece l’ importanza crescente che vengono ad assumere gli oneri deducibili ( e detraibili). A quanto ho capito avranno una doppia funzione, oltre ad essere considerati in quanto tali saranno rilevanti per il calcolo della “deduzione per la progressività”. In questo modo verrebbero acuite discriminazioni che non tutti ritengono giustificate ( per esempio, pensando ai fondi pensione, la discriminazione tra individui più o meno avversi al rischio). Ciò è deludente sopratutto perchè questa amplificazione del diverso trattamento è introdotta da una riforma che, riducendo la prograssività, indebolisce la discriminazione tra soggetti con redditi differenti. Cordiali saluti.
    Risposta:
    Il commento del lettore segnala giustamente che, trasformando tutte le detrazioni in "deduzioni per la progressività", l'Ire non dipenderebbe solo dal reddito del contribuente, ma anche dalle sue spese detraibili, che in parte dipendono da scelte individuali. Ci sembra di capire che il lettore non approva che un cittadino che versa contributi volontari a un fondo pensione, e ha un reddito inferiore alla soglia di azzeramento delle deduzioni, abbia diritto a una riduzione di imposta (come accade oggi per tutti i livelli di reddito, attraverso il meccanismo delle detrazioni Irpef). La nostra preoccupazione è di natura opposta: usare le deduzioni per assicurare un minimo di progressività all'Ire, compensando un'aliquota praticamente uniforme, renderebbe impossibile riconoscere a tutti i contribuenti la natura meritoria di determinate spese da essi sostenute. Al di là delle inclinazioni dei soggetti, peraltro mutevoli nel tempo e non immuni da irrazionalità, il senso comune riconosce infatti che il risparmio pensionistico merita un incentivo - così come le spese sanitarie e quelle di istruzione, per esempio. Questo è quello che accade in tutti i paesi con fondi-pensione, e del resto, se non vi fosse l’agevolazione fiscale, perché un risparmiatore dovrebbe investire i suoi risparmi in un fondo-pensione invece che in un fondo d’investimento (dove ha una gamma di scelte molto maggiore)? Solo per “legarsi le mani”? Riguardo alla "discriminazione tra soggetti con redditi differenti" attuata dalla progressività, di cui il lettore auspica la riduzione, ci permettiamo di ricordare che essa ha un fondamento teorico antico (si pensi a “l’obolo della vedova”), che si può sintetizzare nell'espressione "utilità marginale decrescente del reddito". Per fare un esempio, 1.000 euro aggiuntivi hanno un valore ben diverso per un lavoratore a basso salario che ne guadagna 9.000 all'anno rispetto a un ricco imprenditore che ne guadagna 90.000. Se quindi la collettività dovesse chiedere ai due soggetti di versare la stessa quota dei 1.000 euro, imporrebbe loro due sacrifici molto diversi. Trattare in modo uguale soggetti in condizioni disuguali è un'evidente ingiustizia, che solo il liberismo più astratto non riconosce."