
Gli italiani sono uno dei popoli più longevi del vecchio continente. Paradossalmente, però, siamo anche un paese con un'età di pensionamento tra le più basse. E che meno incentiva la partecipazione femminile al mercato del lavoro. Esistono dunque ottimi motivi per portare l'età pensionabile, per tutti e subito, a 65 anni, agganciandola poi davvero all'evoluzione dell'aspettativa di vita. La riduzione di spesa ottenuta consentirebbe di alleviare la pressione fiscale e di finanziare nuovi strumenti di protezione sociale. Esigenze ancor più importanti in periodo di crisi.
Visto che l'obbiettivo è quello di favorire l'occupabilità delle persone over 55 non vedo perché non si possa costringerle a lavorare, più a lungo, però nel frattempo bisognerebbe comunque liquidare loro la pensione.
E' sempre il cittadino che "paga".Perché non si risolve ritoccando gli sprechi dei parlamentari?
A margine di questo tema, osservo che sì, è vero, l’allungamento della vita dovrebbe comportare come naturale conseguenza l’allungamento dell’età pensionabile. Ovviamente il ruolo dei lavoratori più anziani dovrebbe valorizzare non tanto la loro flessibilità quanto la loro esperienza... ma certamente questo non avviene facilmente, soprattutto nel settore privato, a causa (a mio parere) del livello patetico delle capacità gestionali della classe dirigente italiana, che valorizza l’economicità e la ricattabilità del dipendente al di sopra di ogni altra considerazione. Anche i sindacati, comunque, sono corresponsabili della "inappetibilità" dei lavoratori anziani... ma il discorso si allungherebbe troppo. In effetti nella società reale gli unici lavoratori che riescono ad accrescere il proprio “valore di mercato” a dispetto della senilità incipente sono coloro che occupano posizioni di relativo potere, dai politici agli alti dirigenti pubblici e privati. Ossia esattamente quelle categorie di lavoro che dovrebbero essere riservate a persone ancora “fresche”, con quelle capacità innovative che purtroppo l’età sempre e comunque cancella senza eccezioni.
Concordo con la necessità di equiparare l’età pensionabile tra uomini e donne e sulla necessità di destinare maggiori risorse pubbliche alle misure di sostituzione (tramite servizi) del lavoro di cura familiare (bambini e persone non autosufficienti), ciò al fine di garantire maggiori opportunità alle donne di inserirsi o di restare nel mercato del lavoro. Mi trovo ad essere meno d’accordo con l’Autore sulla necessità di un maggiore riconoscimento economico per il lavoro di cura prestato dalle donne lavoratrici, poiché per ragioni di equità tale riconoscimento andrebbe esteso anche nei confronti delle donne non occupate (…a tutti o a nessuno). Mi sembra che il nostro sistema assistenziale preveda l’erogazione di prestazioni nei confronti di soggetti non autosufficienti, mentre è decisamente avaro ed iniquo nei confronti dei carichi familiari (cura dei figli). Credo che il maggiore problema del nostro sistema previdenziale sia nella sperequazione, e quindi non svolge in pieno la sua funzione redistributiva e solidaristica. Si consentono privilegi in favore di pochi (cumulo di pensioni d'oro ) e poi si livellano le pensioni da lavoro di tanti altri.
Mi sembra di aver capito che l'INPS è in attivo. Allora perché si parla di riduzione delle spesa pubblica se si aumenta l'età pensionabile? Non sarebbe più giusto parlare di più soldi dei versamenti dei lavoratori disponibili da usare per altre cose? Qual è l'obiettivo? Quello di far lavorare tutti gli anziani fino a 65 anni, tutti i giorni, e far lavorare i giovani sei mesi l'anno e con i soldi dei versamenti degli anziani pagare a loro gli altri 6 mesi?
Vorrei sommessamente ricordare la soppressione progressiva dello stato sociale sprecone è l'attività che occupano i più diligenti economisti e sociologhi. Se ci soffermassimo per un momento a considerare perché la nostra vita è così fastidiosamente lunga, perchè i vecchi non si ammalano più come nei bei tempi passati quando le pensioni si erogavano per cinque, dieci anni al massimo, quando le donne non avevano alcuna tutela ed erano costrette a piegarsi sulla terra per sopravvivere con difficoltà forse, e dico forse, avremmo la lucidità e il coraggio di dire che sì, lo stato sociale è fastidioso. Purtroppo le imprese, la clientela dei professionisti e degli artigiani chissà perchè gli ottantenni non li cercano più?! A me risulta che qualunque impresa dai 55 anni in su considera i suoi dipendenti esuberi (letteralmente: avanzi). Sarei ancora sommessamente felice se si cominciasse a parlare di lavoro, di formazione permanente, di servizi sociali per le donne giovani, di stabilità dell'impiego, di salute garantita, di contribuzione INPS destinata ai pensionati e non solo in parte alle pensioni e poi via con tutti gli aumenti dell'età di sopravvivenza e di pensione. Fine del sogno.
Vietiamo oggi in Italia il pensionamento dei 60-64enni: che accade? Chi è nel pubblico impiego, avrà 5 anni in più di stipendio intero e di contributi patronali. Chi è dipendente privato invece (esclusi pochi privilegiati in posizioni elevate), avrà 5 anni di pensione in meno, non solo, ma anche una pensione più bassa venendogli a mancare 5 anni di contributi. La misura proposta è, quindi, in pratica un trasferimento di risorse dai dipendenti privati a quelli pubblici, dei quali per singolare coincidenza il dr. Rosina fa parte.
Buona sera, il problema delle pensioni è legato soprattutto al fatto che dai versamenti INPS, lo Stato attinge di volta in volta per fronteggiare la cassa integrazione oppure la sanità e quant'altro. Anche il Presidente dell’I.N.P.S. dice che l’istituto è in attivo quindi, aggiungo, lo Stato sarebbe opportuno che andasse a prendere i soldi da chi evade le tasse e far decidere ai dipendenti quando andare in pensione una volta maturato, il minimo pensionabile. La realtà è che già ora noi Italiani andiamo in pensione grosso modo come la media Europea e se poi aggiungiamo che i nostri giovani si avvicinano al mondo del lavoro tardi, in futuro sarà automatico andare in quiescenza a tarda età. Già che ci siamo vorrei toccare anche l'argomento amianto, attualmente si sta verificando una moltitudine di pensionamenti anche in ambienti dove l'amianto era presente come in tutti i luoghi e magari dove davvero veniva maneggiato, il presunto danno non è stato riconosciuto. Come al solito alcuni furbi, pur avendo vinto le cause dell’amianto contro l' INPS hanno pensato bene di usufruire anche del bonus Berlusconi e tuttora non si schiodano dal proprio posto di lavoro perché aspettano gli incentivi dell’azienda, ne conosco molti ed inoltre cito anche quelli che escono dal mondo lavorativo nelle condizioni che se gli sottraiamo i 40 anni dall'età anagrafica e come se avessero cominciato a lavorare a 11, 12, 13... anni, questo accade perché la legge concede fino a 10 anni per arrivare ai 40. Vi sembra possibile vedere queste persone in pensione a 50, 51, 52… anni? Poi ci sono casi come quello di due dipendenti che hanno impostato la domanda in maniera diversa pur facendo lo stesso lavoro, ebbene uno è stato riconosciuto e l’altro no, mi domando dove sono i controlli. Anche di questo, lo stato, il sindacato e le aziende hanno le loro responsabilità. Concludendo dico che è una vergogna far pagare agli altri i propri errori gestionali. Saluti F.G.
Condivido la proposta di equiparazione, almeno in via di principio, come ho già sostenuto in risposta all'intervento di Saraceno, e comunque all'interno di una riforma che renda il pensionamento flessibile per tutti - poniamo dai 62 anni? - con disincentivi al pensionamento precoce. Non condivido però la sbrigatività con cui si risolve il problema del differente contributo sociale delle donne, per il quale finora hanno goduto di un inadeguato "risarcimento" sotto forma di età pensionabile più bassa: non credo davvero ci si possa accontentare di un invito "ad un maggiore impegno dei maschi" nel lavoro di cura (ci vogliono un paio di generazioni di cambiamento culturale) e neppure della generica prospettiva di un aumento dei servizi (che, per altro, farebbe capo ad un comparto di spesa pubblica differente da quello pensionistico). Credo che lo scambio deve essere contestuale: aumento consistente della durata e dell'importo dei congedi parentali, riconoscimento forfettario di contributi figurativi (anche fuori dal rapporto di lavoro) per ogni figlio o anziano o disabile accudito (da donne e uomini, naturalmente) e poi anche più servizi. Sennò restiamo così, almeno ci teniamo le nonne
Certo, l'ideale e' che lo "scambio" sia "contestuale". Ma restare cosi' no.
Complimenti all'autore dell'articolo per l'esposizione chiara e succinta delle dinamiche relative all'età pensionabile. Vorrei solo aggiungere che il maggiore problema non sta tanto nei meccanismi di calcolo nell'età minima per la pensione, flessibile o no. Bisognerebbe concordare tra tutti una visione di società, di distribuzione di carico lavorativo tra generazioni e sessi, sia retribuito sia non retirbuito (cure di famiglia, anziani ecc.), con il dovuto dibattito pubblico condiviso. Dopodiché si dovrebbe plasmare questa visione in leggi che la regolino, e mantenere il quadro stabile per decenni. Con questo metodo, sono condivisibili i presupposti dell'articolo: entrata precoce dei giovani nel mondo del lavoro (min 15, max 25 per i laureati), flessibilità nel carico di lavoro (part-time ecc.) per tutti in funzione delle necessità, reddito minimo per i disoccupati e redditi bassi (alla francese/danese), uscita flessibile a partire dai 60 per tutti. Certo che con la politica italiana attuale un quadro normativo "stabile per decenni" è una chimera. PS: Bisognerebbe poi sfatare il mito degli ultra-50enni più costosi dei giovani: e chi dice che lo stipendio non possa diminuire?
Infatti, dicevo condizione necessaria, ma non sufficiente. Siamo nel complesso un paese squilibrato e la permanenza di tali squilibri e' uno dei motivi principali dello scarso dinamismo e delle difficolta' di crescita del paese.