
Il CICR, Comitato per il credito e il risparmio, si riunisce per liberalizzare - in linea con la normativa europea - la partecipazione delle banche al capitale delle imprese non bancarie. Interventi sul capitale ispirati a logiche imprenditoriali e non di salvataggio possono far bene alla nostra struttura produttiva. A patto che non si abbassi la guardia sulla trasparenza e sulla prevenzione dei conflitti di interesse.
Come l'onda sulla battigia il problema di far partecipare le banche al capitale delle imprese va e viene, dimenticando le terribili lezioni del passato remoto e di quello recente con forzature, come nel caso Ferruzzi, dove le banche furono costrette a trasformare i crediti in azioni. La verità è che le aziende italiane non hanno capitali, per altro impossibili da reperire sul mercato per i frequenti scandali (vedi Parmalat) e perchè lo Stato/Poste drena buona parte del risparmio che non sia stato "immobilizzato" nel mattone. Inoltre, salvando pochissimi, non si produce abbastanza valore aggiunto perchè la produzione è poco innovata e a un livello facilmente replicabile anche nel Burkina Faso. Si sta solo creando un altra IRI, il salvataggio di industrie decotte per non vedere migliaia di persone licenziate, sperando che una buona fatina faccia un miracolo. Invece, bisognerebbe il processo darwiniano di eliminazione dei non adatti continui e facilitare la creazione di strutture di Venture Capital, che oggi non esistono, e che sono le uniche che possono far emergere aziende che abbiano un futuro. Tutto il resto è un film già visto.
Giusto l'adeguamento alla normativa europea, per cui essendo le banche soggetti privati non è legittimo, in un regime di libero mercato, limitarne la partecipazione nel capitale di imprese altrettanto private. Tuttavia, limitandoci al caso italiano, risalta il rapporto mediamente sbilanciato fra banca ed impresa, laddove la struttura imprenditoriale nazionale è composta da realtà per il 95% con un numero di dipendenti inferiore a 10 [elaborazione Istat dati 2006]. Spesso, nella rinegoziazione "forzata" dei prestiti erogati, come nell'emissione di titoli derivati, la banca traduce la propria posizione di credito in un'asimmetria di forza potentissima che, con la riforma varata dal CICR, potrebbe sfociare nella cessione all'istituto di credito dell'attività imprenditoriale debitrice; un meccanismo perverso che sta già facendo lievitare il numero di pignoramenti sui mutui ipotecari. Perché non prevedere un ufficio garante a composizione mista banche-imprenditori-sindacati-consumatori, che prevenga ed eventualmente indaghi su possibili simili scorrettezze?
Credo che occorra estrema cautela nel formulare norme che consentano la partecipazione delle banche nelle imprese. I rischi di conflitti d'interesse e di calo della trasparenza sono enormi, come e' stato gia' correrttamente sottolineato. Ma c'e' un altro aspetto: dai Paesi anglosassoni e' partita la tendenza alla partecipazione di intermediari finanziari nelle imprese; si e' trattato pero' per lo piu' di intermediari spaciali - fondi , private equity ecc.,- "auspicabilmente" indipendenti dalle banche stesse e specializzati negli investimenti finanziari nelle imprese. Dunque non le banche in quanto tali, ma intermdiari specialisti dedicati agli interventi ad alto rischio nelle imprese e con capacita' ( molto specialistica) di intervento nella gestione. Dall'analisi "approfondita" di queste esperienze ( documentabili) occorrerebbe partire prima di elaborare provvedimenti sulla partecipazione degli intermediari finanziari alle imprese.
Se siamo in questa situazione evidentemente è perchè esiste la necessità di maggiore controllo da parte delle banche sulle imprese evidentemente troppo indebitate. A parte tutti gli ovvi rischi connessi a tale liberalizzazione, l'errore da evitare a mio parere, è quello di non obbligare la banca a nominare nei posti chiave ed in sua rappresentanza persone indipendenti e con pieno mandato. Credo che al di la di ogni più precisa legge e/o regolamento, la cosa ancora più importante è la qualità della persona che di fatto rivestirà il ruolo dell'azionista banca all'interno della azienda produttiva.
Ringrazio i lettori per i commenti, che mettono l'accento sulla necessità di massima trasparenza e sui rischi dei potenziali conflitti di interesse nei rapporti tra banche e imprese. Proprio per questo nell'articolo sostengo che, come poi effettivamente il CICR ha fatto, è necessario accompagnare le liberalizzazione con una attenta e severa disciplina dei conflitti. Continuo ad essere dell'opinione, però, che sia sbagliato porre una rigida separazione, e che quindi sia stato giusto rimuovere gli attuali limiti, anche perchè altri soggetti specializzati come i fondi di private equity non sono ancora adeguatamente diffusi nel nostro sitema e non si vede perchè le banche non possano impegnarsi e competere in questo settore.
Devo ammettere che cado dalle nuvole! In Italia e forse anche in Europa, nei rapporti tra banche e imprese quello che manca è proprio la trasparenza mentre abbondano proprio i conflitti di interesse. Un imprenditore che acquista un pacchetto azionario di una banca diventa consigliere di amministrazione e farà certamente di tutto per piegare le politiche creditizie della banca a proprio vantaggio. Per quel che può valere, la mia opinione è che le banche offrono un servizio indispensabile alle imprese, ma proprio per questo la finanza dovrebbe essere rigidamente separata dall'impresa.
Tutto condivisibile, a patto che si valuti, sia l'effetto "contagio" che si avrebbe - per es. in questo periodo di crisi- sul settore industriale che, soprattutto, sull'efficienza allocativa del sistema, quando le logiche di affidamento saranno meno orientate al merito creditizio e più influenzate da interessi particolari.
A patto che non si abbassi la guardia sulla trasparenza e sulla prevenzione dei conflitti di interesse. Chi è pratico di Borsa sà che le aziende fanno tutto fuorchè l'interesse dei piccoli azionisti. Spesso la cassa non si trova, chi ha il potere fà quel che vuole. Molti c.d.a sono composti da interi nuclei famigliari, addirittura da amici che siedono in aziende partecipate. La Consob ha gli strumenti per intervenire, come Borsa Italina. Stendiamo un velo pietoso sui continui tentativi di dare trasparenza e etica alla nostra Borsa. Utopia, alla luce del sole accade di tutto e di più e nessuno fa nulla. Mettessero in pratica le regole già esistenti sarebbe già una gran bella cosa. Quando molti azionisti si recano in assemblea, protestano, chiedono informazione, il minimo e non succede mai nulla. Quando i giornali denunciano e non succede mai nulla. Che altre regole vogliamo fare? L'ovvio è sotto gli occhi di tutti. Altre regole, ma se nessuno le rispetta. Se non hai un nome altisonante, un portafogli a fisarmonica, in Italia, diritti 0.