
L'Agenzia delle Entrate ha studiato una metodologia per quantificare la produttività del lavoro in ambito pubblico. La chiave di volta consiste nell'individuare i servizi esterni erogati, destinati ai singoli cittadini o alla collettività nel suo insieme. A ciascuna tipologia si associano uno o più indicatori, oggettivamente misurabili e verificabili: la produttività diventa così uno strumento per monitorare l'efficienza. Il metodo scoraggia l'utilizzo di arbitrarie promozioni di massa e incrementi non giustificati delle retribuzioni nelle qualifiche più alte.
Premesso che in una organizzazione sociale civile i controlli dovrebbero essere semplici, intelligenti ed efficaci, l'attività qualificante della P.A. consisterebbe nella produzione di atti, progetti, piani, programmi (tutti per niente semplici) che, nel tradurre un "dettato" istituzionale, possano concorrere allo sviluppo del Paese ed al miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini. Quì entra in gioco il concetto di "qualità" della P.A., ossia la sua capacità a svolgere tali compiti. Come si misura la produttività su tali atti? Quelli che darebbero alla P.A. il diritto di esistere, altrimenti non sarebbe meglio lasciare i controlli a società private, più organizzate a farlo? Occorre iniziare dalla piante organiche, ossia le persone giuste al posto giusto. Dopodichè, chi non volesse collaborare potrà avere un'altra possibilità (mobilità), poi va a casa e si assume un disoccupato. Semplice, no? No, Impossibile! La lotta ai "fannulloni" appare comica. Il problema vero è cosa produce la P.A.e di chi la responsabilità, il resto attiene alla pubblicità, alla cronaca, ad un dibattito forviante ed inconcludente.
Devo essere sincero, l'aver letto l'articolo di Pisani, sulla misurazione della produttività, mi ha fatto riflettere sul fatto che il Brunetta ce lo siamo davvero meritato. Sono ormai 10 anni che è copernicamente cambiato il contratto del pubblico impiego, ed in particolare quello degli EE.LL. (ai quali appartengo), ed in questi 10 anni che cosa abbiamo fatto? Cosa hanno fatto i sindacati perchè non si arrivasse a ritrovarsi, con molta naturalità e non chalance, a questo ministro, che può permettersi il facile lusso di sparare nel mucchio. Che cosa abbiamo elaborato, da quel 31/03/1999, perchè il sistema contrattuale appena nato si sviluppasse favorendo meccanismi che, non premiassero, ma valorizzassero? Il vecchio contratto del 1999, che metteva in moto un puerile sistema di valutazione nel pubblico, come mai non siamo mai riusciti a farlo nostro? Perchè non abbiamo raccolto la sfida mettendoci in discussione per far cambiare la gestione della cosa pubblica? Sinceramente non abbiamo fatto nulla, o comunque troppo poco perchè non arrivasse uno che potesse usare il peggio del peggio per mettere chi lavora onestamente e con coscienza dalla parte della gogna.
Biongiorno da un dipendente tecnico della Giustizia. Lavoro nel Pubblico Impiego dal 2001, ne ho attraversate molte di peripezie, sentite tante sull'argomento. Il vero problema è che a Qualcuno (mi sembra negli anni '90) venne la strana quanto fragile idea di evitare di imporre a chi era allora Capo degli Uffici di sansionare con dovizia gli inadempienti (il più delle volte assunti senza il debito concorso ma per le cd. vie traverse), benpensando di mutare gli assetti di produttività, così da far passare termi 'buonisti': trasparenza, comunicazione ecc,ecc,ecc Se mai queste 'fandonie' fossero vere, riusciremmo a lavorare e, sopratutto vivere meglio laddove la maggior parte dei cd. fannulloni (e sfruttatori di benefici facili per taluni) della PA sono fra quelli che 'firmano'. A Napoli c'è un detto intramontabile : "il pesce puzza dalla testa" , pertanto pochi minuti fa , è passato di qui il mio padrone di casa (600 € ldi affitto su 1300 € di stipendio) e mi ha chiesto dove pitturo? Ebbene non è colpa di chi non lavora ma di chi non gli ordina di farlo! E tutto a beneficio di ditte e dittarelle che usurpano le nostre funzioni sponsorizzati dall'interno.
Premetto che non mi riferisco solo ed esclusivamente all'articolo, peraltro curato ed interessante del professor Pisani, ma piuttosto faccio un discorso più generale. E' singolare che un sito "liberal" e che si presume non sia fazioso, non menzioni neanche minimamente i risultati che il ministro della funzione pubblica sta conseguendo. Spesso si critica in modo netto il governo Berlusconi su ogni aspetto politico, mentre si tralascia, per un settore delicato e importantissimo come la pubblica amministrazione, l'azione di Brunetta. Senza che siano ancora valutabili gli effetti del decreto 112, già la sua condotta mediatica ha un effetto mai raggiunto dai governi precedenti. Una ridzuzione sensibile dell'assenteismo, che misurato rispetto a luglio 2007 è del 37,5%. Aspettando gli effeti del decreto, come inizio mi sembra niente male. Che ne pensate?
Ogni misurazione della produttività deve essere subordinata alle seguenti operazioni: 1) Piani organici del personale delle P.A. seri e non inquinati dalle necessità della poilitica. 2) Conseguente spostamento del personale dove serve e non dove fa comodo. 3) Eliminazione dei lavori inutili che nella P.A. sono tanti. 4) Creazione di una classe di dirigenti con effettive capacità ed effettivi strumenti di organizzazione e decisione ma con responsabilità diretta. 5) Lotta serrata a tutti i comportamenti individuali scorretti. Non colpevolizzare una categoria ma colpire il singolo responsabile di atti scorretti. Fatto questo potremo seriamente cominciare a parlare di valutazione della produttività. Ma con attenzione, perchè non sempre un servizio acquista valore solamente in termini di tempo di fruizione o costo.
Nel comparto pubblico l'Agenzia Entrate sin dalla nascita ha prodotto lodevoli sforzi per dotarsi di strumenti oggettivi di valutazione del lavoro. Oggi possiamo ritenerci soddisfatti dei risutati? La risposta è negativa. Se infatti i misuratori di prodotti quantitativi possono risultare di qualche utilità nelle attività riconducibili alla cd. Area Servizi (erogaz. certificati, registrazione atti, ecc.) non altrettanto può dirsi per i prodotti dell'Area Controllo, in quanto tali prodotti sono a contenuto "intellettuale" e non "seriale" e l'indicatore del T.U.M. rappresenta un artificioso espediente verbale in quanto basato su standard astratti. Il "peso" di un accertamento fiscale ha finito per tradursi in una sommatoria di additivi - invio questionario, indagine finanziaria, ecc. - su un elemento ponderato con criteri astratti (es.: prodotto-verifica valutato sul volume d'affari dichiarato) inidoneo a valutare il contenuto concreto della produttività (difficoltà dell'istruttoria; produttività monetaria del risultato; pericolosità del soggetto e capacità di "fare deterrenza") Proposte: un sistema di internal auditing "propositivo" formato dalle migliori "teste" dell'Agenzia.
Occorre pervenire alla misurazione del lavoro e della produttività in tutti i settori della Pubblica Amministrazione. L'Italia non si può permettere il lusso di spreghi e spese improduttive è necessario che i cittadini conoscano in modo chiaro i risultati, il grado di conseguimento degli obiettivi e la qualità dei servizi pubblici erogati. E' insufficiente e improduttivo decidere solo il taglio delle spese per far quadrare i conti pubblici e non entrare in merito alle questioni del pubblico impiego. I cittadini devono essere messi nelle condizioni di capire, conoscere e confrontare la qualità dei servizi pubblici offerti.
Ci saranno sicuramente dei problemi legati alla misurazione della produttività per quei servizi della P.a. che si sostanziano in rapporti diretti con le persone (servizi educativi ed assistenziali). Come verrà calcolata?
Nel caso dei servizi educativi cito due esempi tratti dalla letteratura:
1. l'efficienza si misura tramite un funzione dei rapporti professori/studenti e infrastrutture/studenti, che cresce fino a un certo valore considerato ottimale e poi decresce se il numero di professori e/o l'entità delle infrastrutture aumenta a parità di numero di studenti;
2. l'efficacia può essere quantificata o tramite gli esiti di test sugli studenti, del tipo test di Pisa, ovvero considerando i risultati acquisiti nel mondo del lavoro (o degli studi superiori) a x anni dall'uscita dell'istituto scolastico.
Con molta esperienza e cautela è quasi sempre possibile individuare degli indicatori per quei servizi pubblici che sono definiti come "individuali".
Lo sforzo è apprezzabile e va incoraggiato. Peraltro una crescita media della produttività del 2% verrebbe giudicata palesemente insufficiente in una struttura che non abbia mai visto un intervento organizzativo. Una obiezione è già stata espressa: ci sono molti casi in cui l'output non è facile da misurare. Ce ne sono altre, ma mi limito ad una: la produttività (output / input) va associata alla qualità (numero di output "sbagliati"/numero di output "giusti") ed alla tempestività (tempi di risposta effettivi/tempi di risposta obbiettivo). In altre parole: è facile aumentare la produttività diminuendo la qualità o la tempestività, basta diminuire il numero degli addetti e continuare a farli lavorare come prima. Le soluzioni ci sono e di sicuro risultato, se si vuole davvero migliorare; ne cito solo una: l'esame delle attività a valore aggiunto, che consentono aumenti di produttività molto più elevate senza per questo dovere necessariamente arrivare a licenziamenti di massa. Sarò ben lieto di fornire riferimenti bibliografici a chi sarà interessato.
Ringrazio per le osservazioni molto pertinenti e sicuramente sono interessato ai riferimenti bibliografici citati.
Due risposte puntuali:
1. l'aspetto della tempestività è affrontato tramite l'utilizzo dei TUM, tendendo a ridurli si velocizza necessariamente la risposta fornita all'utente;
2. l'indicatore definisce come servizi a più alto valore aggiunto quelli per i quali l'Agenzia investe più risorse, conseguentemente i servizi a maggiore valore aggiunto hanno un impatto maggiore sulla crescita della produttività.
Questo non risolve i problemi sollevati.
Al fine di affrontare completamente il problema della qualità è, infatti, necessario associare all'indicatore di efficienza anche uno di efficacia. Il primo, proposto nell'articolo, si centra sul come si produce e serve,essenzialmente, per governare i costi. Il secondo punta a cosa si produce e serve per migliorare la qualità del servizio offerto.
Sono entrambi utili: infatti, se si considera solo l'efficienza si corre il rischio di una gestione "economicamente" ottima ma che produce un servizio scadente, se si prende in considerazione solo il secondo si tende ad un servizio di qualità ma con costi che possono diventare ingovernabili.
La proposta metodologica è quella di non mettere insieme efficienza ed efficacia ma di costruire due indicatori distinti e monitorare che convergano.
Penso che occorra intendersi sulla definizione di attività interne. Nel nostro indicatore, al pari dell'industria privata, sono considerati tempi delle attività necessarie a produrre un bene/servzio intermedio ad un attività esterna. Non sono, invece, considerati degli indicatori di output per quelle attività tipicamente ancillari (come l'ufficio del personale, le segreterie, ecc.).