
Il divieto di fumare nei locali pubblici è sempre più diffuso in tutta Europa. Tuttavia, fumare è un'attività sociale. Cosicché proprio l'interazione può indurre il gruppo dei pari a emulare chi ha questa abitudine. Ma anche a imitare chi smette. Per esempio, negli Stati Uniti il bando della sigaretta dai luoghi di lavoro influenza anche i comportamenti dei coniugi dei lavoratori. Il che agisce da moltiplicatore sociale e rende ancora maggiori i benefici sulla salute pubblica. Se i divieti fossero estesi a tutto il territorio, i risultati sarebbero ancora migliori.
Il divieto di fumare in tutti i luoghi pubblici mi trova daccordo, ma ritengo comunque importante poter lasciare libera scelta a tutti i cittadini maggiorenni che decidono di avvelenarsi con l'inganno della nicotina. E' vero, esiste la cosidetta sigaretta "sociale", ma un fumatore, in crisi di astinenza da nicotina, fumerebbe anche in totale solitudine in un qualunque squallido luogo privato.
L'autore osserva che le preferenze individuali non sono, nel caso del fumo, indipendenti le une dalle altre, ma piuttosto dipendenti attraverso la partecipazione degli individui a diversi gruppi (la coppia coniugale, i compagni di lavoro, gruppi amicali vari.) L'autore non si pone il problema dell'efficacia dei divieti, che dà per scontanta. In Italia credo che l'enforcement della legge sul fumo sia minimo. Credo il potenziale dissuasivo della legge sia scarso. E tuttavia è stata un grande successo! Suppongo che un altro effetto della legge sia stato di agire come un segnale di coordinamento, di fornire un pretesto visibile di un equilibrio che potenzialmente c'era già. Sarebbe interessante approfondire questi aspetti.