
Giocare con le cifre non è una consuetudine solo italiana. Ma misurare un fatto sociale ed economico è un'operazione laboriosa e delicata, che richiede chiarezza concettuale e realismo. Essere trasparenti non significa solo essere oggettivi, ma capire che molte variabili della realtà considerate esogene esprimono invece la personale attitudine alle cose. Rendere istituzionale la verifica dei numeri citati può davvero risultare funzionale alla maturazione della sensibilità politica. A patto di riconoscere la natura composita delle grandezze da misurare.
In Italia sarebbe interessante studiare il passaggio dalla personale attitudine alle cose a intenzione collettiva. In politica ad esempio si puo' facilmente constatare che c'é una forte tendenza di una parte politica, diciamo pure la destra, a parlare senza verificare ogni volta i numeri o a parlare con forti pregiudiziali non documentate o documentabili. Molte volte, di fronte alla verifica dei numeri citati, il dialogo parte per la tangente e si riduce a mera soggettività. Il problema é che questa personale attitudine si trasforma facilmente in comportamento collettivo e quindi intenzione collettiva di voto. Essendo in democrazia, seppur limitata e eterodiretta, la parte meno informata che esprime compiutamente una personale attitudine alle cose ha la meglio. Quasi automaticamente, questa parte, si sente anche più felice per il fatto stesso di essersi affermata politicamente, e siccome é maggioranza sarà difficile rendere istituzionale la verifica dei numeri e dei fatti, perché se lo si facesse una certa parte non sarebbe legittimata. Il famoso sociologo Riesman diceva che la realtà diventa pura apparenza quando é il giudizio degli altri a dargli consistenza.
il tema è rilevantissimo e riguarda a mio avviso la responsabilità di chi parla, verso tutti gli interlocutori, di favorire la massima consapevolezza possibile relativa alle proprie affermazioni. rigurda in altre parole la garanzia per chi ascolta di avere sempre tutti i termini utili e necessari a contro-argomentare ovvero a falsificare gli assunti ricevuti. l'outing più importante da parte di chi argomenta a favore o contro dovrebbe essere esattamente quello di esplicitare senza remore cosa intende - definizioni - quando parla di un certo tema e in che senso utilizza termini che non possono essere dati per scontati, senza - per l'appunto - inutili pudori ideologici. applicato alla politica, pare evidente l'importanza per la democrazia di un paese e per il livello di consapevolezza nelle scelte degli elettori. non basta l'autorevolezza della fonte. chi ascolta deve poter - se vuole - discriminare e valutare selettivamente. il dibattito sulla cosiddetta "democrazia deliberativa" e i lavori di j. fishkin e m. h. hansen e non solo a me paiono molto interessanti in tal senso.
Forse ho studiato troppo poco "i numeri" per poter capire bene quello che c'è scritto in questo articolo, ma l'idea che si possa misurare qualcosa in maniera "oggettiva" mettendo in accordo tutti quelli che discutono sull'oggetto è una pretesa così assurda che verrebbe da scompisciersi dalle risate se non fosse fatta da una persona seria come il dott.Gallotti. Ma davvero crede possibile ridurre la variabilità interpretativa dei dati aumentandone l'efficacia concettuale? Un dato, però, è tale perché è "posto" da chi lo riconosce come oggetto ed ha in sé una valenza interpretativa: quindi, aumentare l'efficacia concettuale del dato o significa ridurlo ad un'unica interpretazione, ma non serve al dibattito politico, o fa aumentare proporzionalmente le interpretazioni, ed anche questo è poco utile. Mi permetto di segnalare una breve lettura: Bruno Latour, Il culto moderno dei fatticci, Meltemi, 2005. A proposito di culto: ho proprio paura che il progresso sia un mito, nel senso religioso del termine, e lo si vede soprattutto dalle molte vittime sacrificali che dall'inizio della modernità segnano di sangue la nostra "percezione" della felicità.
Utilità: vorrei aggiungere che la teoria economica dispone di un concetto, quello di utilità, che è considerata il fine di ogni azione umana, o almeno di ogni azione umana economicamente rilevante; eppure non è possibile, io credo, ricondurre ogni azione all'aumento indefinito di una grandezza misurabile in proprio possesso, sia di denaro, di benessere, di sicurezza, ecc... Occorre che sia ripensato il modo in cui si descrivono le azioni e di conseguenza si considerano le persone. L'aumento della felicità non è detto sia un obiettivo socialmente perseguibile o rilevante. Ideologia: in Italia abbiamo sviluppato una concezione ideologica dell'ideologia stessa, come contrapposta alla verità. L'ideologia è invece un modo di guardare il mondo dal proprio punto di vista, che perciò è sempre vero e sempre falso. Sennò sarebbe troppo facile. Quando si criticava l'ideologia di classe della borghesia, si intendeva criticare l'idea che l'interesse del capitalista, cioè il profitto, contenesse anche il benessere dei lavoratori, e che perciò nel difendere l'uno si difendesse di fatto anche l'altro. Entrambe le affermazioni contengono un pò di verità: il problema semmai era definire quale e quanta!
Davvero sorprendente il dato citato nell'articolo (secondo Richard Layard della London School of Economics, "è un fatto paradossale ma vero, che le società in cui la ricchezza complessiva aumenta regolarmente siano anche quelle in cui le persone si sentono meno felici"). Mi pare che questo dato rappresenti da sè un grosso problema di ordine gnoseologico, relativo sia alla 'scienza triste' sia sopratutto al nostro modello di sviluppo, che su di essa si fonda. D'altra parte si pensi al ruolo della Scuola (e dunque alle politiche per la scuola) nell'educazione di un popolo e nella sua maturità decisionale: mi pare un fatto palmare che non necessita dimostrazioni. Se è vero come afferma Migliorini che gli italiani disconoscono i concetti economici fondamentali è anche vero che pur conoscendoli non sarebbero forse in grado di valutarne quella che l'autore chiama la natura composita delle grandezze da misurare. Dovremmo inizare a studiare economia alle Scuole Medie e fornire gli strumenti - forse filosofici - per confutare pretese grandezze oggettive. Insomma, come si afferma nell'articolo, dovremmo avere una buona dose di umiltà nell'approccio al dato reale.
Quanto progresso è stato fatto dall'inizio dell'era industriale? E nel settore dei servizi, grazie alla tecnologia ed all'informatica? Quanti lavori meno faticosi possiamo fare oggi sostituiti dalle macchine? Un progresso che ha migliorato la vita di tutti noi, come consumatori e come lavoratori. Come lavoratori? A lungo andare sicuramente. Ma quante volte questo progresso è stato sinonimo di licenziamento e disoccupazione? Nella carriera di un lavoratore avete mai visto qualcuno che possa lavorare con maggior tranquillità? Godere del progresso ottenuto? Avere più tempo libero? Avete mai visto un operaio che lavora di meno e si gode il frutto dell'acquisto di un macchinario? Avete mai visto un impiegato che una volta doveva scrivere a mano o con le macchine da scrivere, oggi grazie all'informatica può fare lo stesso lavoro in molto meno tempo e riposarsi? O spesso questo è stato sinonimo di aggiunta pressante di altro lavoro? Non sono contro il progresso. Assolutamente no! E se cambiassimo le cose e facessimo in modo che ogni piccola conquista ottenuta dal progresso ne possa beneficiare anche il lavoratore?
Molto stimolante e quanto mai attuale in un'epoca di grandi cambiamenti globali; penso che la frase "il progresso non è soltanto crescita in termini economici" quasi rafforzi una idea (pregiudizio) molto diffusa e, io penso, sostanzialmente opposta ai contenuti dell'articolo.