
Nel rapporto di Save the Children l'Italia è agli ultimi posti fra i paesi europei per condizioni di salute, lavoro e pari opportunità delle madri. Quoziente familiare e detassazione degli straordinari aumentano il divario tra lavoratori e lavoratrici. Mentre con costi simili si potrebbero detassare le spese delle famiglie con figli in cui le madri lavorano e usano servizi, in un percorso volto a modificare la struttura familiare italiana, caratterizzata da ruoli fortemente tradizionali. Altrimenti, il rischio è di rendere ancora più grave il binomio donne a casa e culle vuote.
Sono d'accordo con tutto ma aggiungo un punto a mio avviso determinante: il problema del TEMPO, che è inversamente proporzionale ai soldi: più soldi=meno tempo, più tempo=meno soldi. Allora il punto NON è detassare gli straordinari, perché nessuna donna con figli piccoli desidera in realtà fare, ma il problema è trovare un sistema che consenta alle donne lavoratrici con figli di avere più TEMPO per accudirli nonostante il lavoro. Senza dunque DELEGARE totalmente ai servizi la crescita e l'educazione dei piccoli. Tra l'altro NON sono i primi tre anni di vita del bambino i più "problematici", dal momento che gli asili nido hanno orari compatibili col lavoro (chiudono in genere tra le 18 e le 19), bensì quelli successivi, quando l'orario scolastico si riduce sino alle 16-16.30 laddove l'orario di lavoro termina alle 17.30-18.00. LA MIA IDEA: formulare una sorta di contratto ad hoc per le donne con figli entro una certa età (14?) simile a quello degli "statali", quindi 36ore sett. e massima flessibilità nel confezionare la giornata, magari riducendo a 30mn la pausa pranzo, per uscire alle 15.30 e andare a prendere i figli a scuola. Altrimenti dovrò pagare 300-400€ la bay sitter per farlo!
Oggi il lavoro corrisponde a bisogni ed esigenze diversi: affermazione di un percorso di studi, necessità, scelta di indipendenza, molte volte è la somma di queste situazioni. Una donna dovrebbe essere messa nella condizione di poter scegliere in libertà di lavorare e formarsi una famiglia. Ad esempio, applicare il part time orizzontale o verticale sul serio e non solo sulla carta. Molte situazioni nella vita di una famiglia, oltre alla gravidanza ed alla maternità, possono richiedere la necessità di usufruire di questa possibilità contrattuale. Il potenziamento degli asili nidi, o l`inserimento degli stessi nelle aziende, aiuterebbe le donne ad un rientro sereno al lavoro determinando la differenza tra tornare o no a lavorare, con l`effetto collaterale di creare nuovi posti di lavoro! Perchè il telelavoro continua ad essere una realtà virtuale? La qualità del lavoro non è garantita da una maggior quantità di tempo lavorato, ma dall’impegno che la persona ci mette nel farlo. Perché allora si detassano degli straordinari? Si parla tanto di bassa o nulla natalità ma non si fa nulla per permettere ad una madre e ad un padre di gestire nel modo migliore la loro genitorialità.
La nostra legislazione fiscale ha sempre privilegiato il lavoro autonomo. A testimonianza si porta ad esempio l’impresa familiare, ove il reddito, ai fini irpef, è ripartito in quote fra gli appartenenti. La moglie casalinga che accudisce al marito e tre figli, non è stata mai riconosciuta come lavoratrice familiare. Il paradosso è che in caso di premorienza del marito a lei spetta il 60% della pensione. In caso di separazione e successivo divorzio, quando abbia lavorato in casa, le spetta una quota del reddito del marito, solo in questo caso il marito può detrarre la quota che il giudice ha assegnato all’ex coniuge. Se a distanza di oltre 40 anni non viene introdotto anche nella famiglia del lavoratore dipendente il quoziente familare per il fisco in maniera simile al lavoro autonomo le donne italiane non avranno più figli.
Non vorrei dover parafrasare il mio antico maestro Sergio RIcossa, ma mi sembra che voler trattare l'economia ("scienza" sociale per eccellenza) al pari di fisica e chimica (dove i rapporti di causa ed effetto sono ben diversamente misurabili) sia sempre operazione discutibile. Non so se hanno ragione i fautori del quoziente o i suoi denigratori, ma mi sembra di poter dire che il numero di figli per coppia (e non solo per donna ... un piccolo contributo lo diamo anche noi padri) non dipenda solo dal reddito e dalla condizione di lavoratrice o meno delle madri. Mia moglie, madre di tre figli, lavora, mia cognata idemque pur non avendo figli. Entrambe laureate, entrambe felici di lavorare. Le scelte personali non sono certo state influenzate dal fatto che esista o meno il quoziente familiare. Certo che se esistesse noi non potremmo che esserne (più) felici.
Mi sa che qui si dimentica qualcosa: gli uomini. Si continua a dare per scontato che debba essere la donna a occuparsi della casa (quindi fare la cameriera!) e della famiglia. Mi sa che il vero cambiamento culturale sarebbe quello di coinvolgere gli uomini nella vita della casa e della famiglia, dando anche incentivi a farlo, in modo da garantire una effettiva parità tra i sessi. Molte coppie giovani, oggi, per fortuna, hanno un perfetta suddivisione dei compiti e degli oneri all'interno della casa e della famiglia e, anche se questo per molti uomini è difficilmente accettabile, è una evoluzione culturale e sociale enorme. La flessibilità deve essere anche per gli uomini. Ma quando si arriverà ad ammetterlo? Chi parla dei problemi causati dall’assenza della donna dalla famiglia, rimuove le responsabilità dei padri all’interno della casa e della famiglia. Errore grossolano e bieca strumentalizzazione. Il problema è che nessuno mette in discussione il modello sessista esistente, perché quasi nessun uomo vuole rinunciare a qualcosa della sua vita per dedicarsi a qualcun altro. E lasciamo decidere alle donne qual'è il loro posto. Giusto?
Vivo in Francia da dodici anni ed è evidente che esistono in questo paese una serie di misure che facilitano l'attività lavorativa delle donne e la loro partecipazione alla vita pubblica. Tuttavia, proprio lo studio di un sociologo francese, François de Singly, intitolato "Fortune et infortune de la femme mariée" di un paio di decenni fa, ma sempre di attualità secondo lo stesso sociologo, mette in evidenza che il fattore che ha più influenza sia sul tasso di attività femminile che sul livello di retribuzione è la partecipazione degli uomini allo svolgimento delle attività domestiche di routine. Di conseguenza solo un cambiamento profondo di mentalità potrebbe determinare una vera svolta per le donne italiane, il che mi sembra francamente difficile.
Premetto che apprezzo molto le riflessioni di Daniela Del Boca ma sulla questione lavoro femminile mi pare di poter dire che conosce poco le mamme. Non tutte le mamme in Italia sono in carriera (né tutte sono succubi di mariti padroni, dopotutto il 75% delle coppie tiene e se tiene vanno d'accordo...): chi sta in catena di montaggio, in un magazzino, in una cassa di supermercato può ritenere lo stare a casa a crescere i propri figli come una benedizione, non un'alienazione. In Francia c'è il quoziente familiare dal 1945 (1945!), in Germania lo "splitting" da due decenni. Entrambi i Paesi hanno un'occupazione femminile decisamente superiore alla nostra; forse lì alienano meno le donne lavoratrici e le pagano di più. Un bambino in asilo nido costa alle amministrazioni pubbliche 800 euro al mese, ad una mamma in media 450 euro (quindi metà del suo stipendio di lavoratrice). Proviamo a dire ad una donna lavoratrice: stai a casa in aspettativa (e mantenimento del posto di lavoro) col tuo bimbo fino ai 3 anni e l'amministrazione pubblica ti passa 800 euro al mese. Altro che obiettivo Lisbona, ne scopriremmo delle belle! Cordiali saluti, Mario Sberna
La migliore dimostrazione della necessità di dover operare seriamente per modificare la divisione del lavoro (retribuito e domestico) delle famiglie italiane è rappresentata dai commenti finora inviati. Sforzandosi di ignorare le sconcertanti affermazioni del “bieco maschilista”, c’è chi pensa che “le limitazioni per la donna sono in parte fisiologiche” (?) oppure chi sostiene che, con riferimento al rapporto, è certo che “le cose andrebbero viste meglio” anche se poi ammette che sul metodo non è “in grado di valutare”. Infine che c’è chi continua a parlare di interventi a favore delle “donne lavoratrici” dimenticando completamente che il punto è proprio che l’onere della gestione dei figli non è appannaggio esclusivo delle madri: esistono anche i padri. Il contributo maschile alla discussione è sconfortante anche sul lato propositivo. Gli interventi femminili, invece, sono più interessanti pur nella loro eterogeneità. Mi pare evidente che in questo Paese c’è un grosso problema di rigurgito maschilista e oscurantista. Me ne dissocio fermamente.
Uno dei tanti motivi per cui una donna vuole lavorare è anche assicurarsi una pensione decente, considerando la triste ma frequente eventualità dei divorzi. Perciò per non penalizzare e anzi valorizzare l'apporto qualitativamente diverso del lavoro femminile si dovrebbe favorire un po' di lavoro "part-time" sia per gli uomini che per le donne, in modo che un genitore sia sempre presente a casa nel pomeriggio. Così facendo si mangerebbero cibi più sani e con minor spesa, avendo più tempo per prepararli. Solo così si manterrà la famiglia coesa, con un padre attivamente coinvolto nell'educazione dei figli e anche nel disbrigo delle faccende, con l'aiuto dei figli più grandicelli. Forse ne guadagnerebbe anche l'incremento della natalità, perché vivendo in un'atmosfera serena anche i coniugi manterrebbero una maggiore intimità.
E' vero, ma le cose non cambiano. Perchè non parlare di flessiblità negli orari e inserimento lavorativo di donne quarantenni che dopo aver allevato i figli si rendono conto che possono fare altro? Perchè non elevare la qualità dei servizi per ridurre le fatiche delle donne che devono passare dal colloquio con l'insegnante, al pediatra, alla ricerca del centro sportivo, a scapito del lavoro e anche di ore di studio. Si parla solo di pannolini ma forse per me è stato il periodo meno faticoso.