
La diffusione dei fondi sovrani genera problemi di trasparenza e vigilanza. Ma c'è anche un problema di libertà e democrazia, legato al fatto che in molti casi sono posseduti da governi che non brillano per rispetto dei principi democratici. Una soluzione potrebbe essere l'elaborazione e diffusione di un sistema di rating, una verifica dei comportamenti nel campo dei diritti umani dei paesi proprietari dei fondi. Al tema “Mercato e Democrazia” è dedicato quest’anno il Festival dell’Economia di Trento che si svolge tra pochi giorni (29 maggio-2 giugno).
Non capisco perchè definire un rating per dei diritti solo per i fondi sovrani. Cosa dire allora di banche italianiche prestano soldi a aziende che sviluppano armi la cui produzione e vendita in italia è vietata? O delle aziende anche italiane che producono vestiti violando i diritti umani? Forse perchè italiane possono farlo?
La ringrazio per le osservazioni, ma il tema al quale Lei fa riferimento è in parte diverso. Vi possono essere rating di "eticità" che vincolano l'attività industriale e finanziaria e in parte molte aziende li hanno adottati su base volontaria (ad esempio non finanzio chi fabbrica armi) e nulla vieta che possano essere recepiti in rating internazionali, ma i fondi sovrani hanno il problema specifico della proprietà pubblica e cioè di Stati all'interno dei quali vengono violati i diritti umani e che indirettamente con i loro ingenti investimenti possono condizionare
le economie di tutto il mondo.Di qui l'esigenza di una particoalre attenzione.
Un cordiale saluto
Primo dubbio: serve davvero un "rating" come questo, o non rischia di confondere ancora di più? Se già quelli in uso, pur riferiti a parametri "oggettivi", e comunque di natura quantitativa, hanno saputo causare i noti danni, quanti di più potrebbe farne uno riferito a parametri la cui natura "politica" rende discutibile qualunque rioultato? E chi avrà le informazioni, la forza, il prestigio,le risorse umane e l'esperienza per assumersi la responsabilità dei giudizi? Il WTO? Mi pare difficile. Secondo dubbio: i norvegesi hanno fatto una scelta tanto nobile quanto soggettiva. Il mercato lo sa, e questo è tutto. Ciascuno sceglierà liberamente di lavorare con loro o no. Chi vuole, li imiti, ma non serve una patente: basta farlo sapere. Terzo dubbio: come potrebbe un tale "rating" trascurare la politica estera dei Paesi di appartenenza, le alleanze più o meno palesi, la politica militare ecc., almeno per stabilire se vi sia un nesso con gli investimenti? Non è chiedere troppo? Il fatto è che il mondo pone problemi nuovi, ma l'attrezzatura esistente resta vecchia. Speriamo che la riflessione del Forum aiuti. Ma per riuscirci, dovrà osare parecchio...
La ringrazio per il commento che mette opportunamnete in evidenza alcuni aspetti indubbiamente critici e dei quali ho piena consapevolezza, ma mi sembra che questri aspetti non possano frenare la prospettiva che indicavo. E' vero che i tradizionali rating non hanno sempre funzinato a dovere, ma questa non è una ragione per la quale quelli "etici" da me proposti non debbano, invece, funzionare. Lei stesso dice che il mercato consoce la scelta nobile norvegese e allora perchè il mercato non dovrebbe avere qualche strumento per conoscvere eventuali altre scelte nobili (o meno nobili)? Ancora; nessuno mette in dubbio il fatto che le organizzazioni internazionali abbiano difficoltà ad individuare standards comunemente accettati e con un efficiente grado di enforcement, ma proprio il terreno da me indicato potrebbe rappresentare un utilissimo laboratorio. In altri termini, se da un lato si tratta di tenere bene i piedi per terra e di considerare tutti gli ostacoli su una strada non certo facile , dall'altro non bisogna, a mio parere, peccare del solito "benaltrismo" (c'è bisogno di ben altro!) che poi, alla fine, significa non fare niente!
Un saluto cordiale.