
Il presidente francese è indiscutibilmente un uomo di destra, ma si può definirlo un liberale? Lo è da un punto di vista culturale. Sotto il profilo economico, invece, Sarkozy esprime le contraddizioni dei francesi. Vorrebbe sviluppare iniziativa privata, talenti individuali e competizione, ma non ha mai criticato apertamente il comportamento antiliberale dei settori corporativi che godono di posizioni di privilegio. Ha illuso i cittadini su globalizzazione e potere di acquisto perché non è stato in grado di spiegare che lo Stato non è onnipotente, anche se non è inutile.
Ci sono alcune stecche dovute alla anacronistica idea che i liberali siano di destra. L'incipit è un ossimoro ( "Sarkozy è indiscutibilmente un uomo di destra. Ma lo si può parimenti definire un liberale?" ) perché se uno è di destra non è liberale. Poi c’è un pregiudizio ( "Il liberalismo è una filosofia prima di essere una politica" ) che respinge l'idea di politica come metodo operativo imperniato sul porre al centro la libertà del cittadino. Si insiste nel confondere la cultura liberale con il libertinismo ("il più liberale di tutti i presidenti: la sua vita privata ne è la lampante dimostrazione"). Si separa liberalismo economico e liberalismo culturale ("si somigliano senza essere sovrapponibili") che è il sogno di tutti i non liberali. Si definisce quello di Sarkozy "un liberalismo ambiguo", invece di conservatorismo moderno ( di fatti non si batte contro i privilegi corporativi). Se anche dal governo sarkoziano spuntano –con ostacoli interni¬– progetti di legge sulla concorrenza, è perché anche i non liberali ogni tanto stanno a sentire quello che predicano i liberali. La storia ha dimostrato che considerarle prediche inutili equivale all'autolesionismo.