
I dati della Finanziaria 2008 confermano lo scarso impegno del governo italiano nel campo della cooperazione allo sviluppo. Per capire le ragioni del mancato raggiungimento degli impegni presi a livello internazionale, è necessario andare oltre spiegazioni semplicistiche. Due studi usano analisi econometriche per analizzare i fattori che potrebbero influenzare lo scarso sforzo italiano. Fattori strutturali, istituzionali e macroeconomici non sembrano spiegare il gap che esiste tra Italia e altri paesi Ocse. Forse la risposta è legata alla debolezza relativa delle nostre istituzioni democratiche?
La debolezza delle nostre istituzioni che dovrebbero essere democratiche ma aihmè sono clientelari e poco trasparenti, riguarda purtroppo anche la cooperazione italiana. Le risorse sono poche ma anche mal spese. Le ipotesi di riforma dovrebbero partire dai successi (o insuccessi) della cooperazione, che lo studio in itinere potrebbe utilmente quantificare. Questo servirebbe per ripartire con il piede giusto con una riforma di tutto il settore che ci allinei ai partners europei e che effettivamente arrivi dove deve arrivare e risponda alle promesse che abbiamo fatto a tutto guadagno dei flussi di immigrazione.
Caro Paolo, il numero limitato dei commenti è significativo sull'interesse degli italiani nella cooperazione allo sviluppo. E' costante anche nei commenti degli articoli della voce:le questioni internazionali sono meno interessanti per i lettori rispetto a quelle interne! Idem nella campagna elettorale e nei programmi dei partiti. Per esperienza diretta, i problemi della cooperazione si estendono alla carenza di risorse umane e infrastrutturali, per cui, come al solito, gran parte delle attività si basano sulle lodevoli iniziative individuali dei funzionari della cooperazione (che quanto a capacità e competenze non hanno nulla da invidiare ai colleghi stranieri) che, alla fine, sono costretti a gestire carichi di lavoro impossibili. Il tutto nel quadro di una mancanza di un "sistema Italia" anche nella cooperazione e di obiettivi che mutano col variare del colore dei Governi. In più, anche in sede di cooperazione europea (e nelle organizzazioni internazionali, che attraverso il multi-bilateralismo gestiscono molte risorse, anche italiane), l'Italia è sottorappresentata nei posti chiave per incapacità/mancanza di volontà/carenza di risorse/clientelismo etc.
Il secondo contributo mi sembra decisamente più significativo del primo; nonostante questo, soffre almeno in parte di un cnotributo "dal basso" che potrebbe fornire informazioni certamente meno accademiche ma più concrete. Chiunque abbia avuto a che fare con l'apparato italiano per la cooperazione allo sviluppo a livello paese (PVS), si rende conto di come la struttura sia vecchia, lenta, disorganizzata, gestita da risorse umane poco qualificate per la cooperazione e soprattutto senza una chiara vision e mission comune (per chi ha avuto a che fare su più Paesi). La cooperazione italiana è tuttora convinta che per lavorare nei PVS valga ancora il detto "italiani brava gente": ci comportiamo in maniera destrutturata, approssimativa; non capiamo le potenzialità che la cooperazione avrebbe nella Politica Estera e non ne sappiamo cogliere le esternalità positive. Come anche nella macchina dello Stato in Italia, abbondano gli sprechi e la logica delle funzione pubblica. A mio parere è necessario innanzitutto prediporre una agenzia per la cooperazione più inquadrata, più formata, più elastica che si occupi di coordinare, implementare e soprattutto monitorare; ma ahimè, tempi duri,