
Perché il prezzo del petrolio continua a salire? La crescita economica di Cina, India e Vietnam ha determinato un forte rialzo della domanda. Non solo. Anche il mercato del greggio ha gradatamente, ma radicalmente mutato le sue caratteristiche strutturali. E le fluttuazioni dei prezzi rappresentano un'occasione di investimento finanziario. In più c'è la debolezza del dollaro. L'euro forte ha finora attenuato l'impatto sui prezzi interni. Ma i rischi di inflazione restano alti.
Sicuramente il passaggio ad un mix di valute è una possibilità, se non altro perché - a seguito del mix - si crea una nuova valuta utilizzabile nelle transazioni petrolifere. Ma il punto è un altro: fino a che punto la debolezza del dollaro sarà sostenibile, nel senso che sarà tollerata dagli operatori petroliferi ? E' chiaro che questo è un punto politico, più che tecnico e coinvolge il
ruolo del dollaro come valuta di riserva.
Questo articolo e' interessante perché da un'interpretazione sistemica della dinamica del prezzo del petrolio in termini di mercati finanziari. Ne deduco una cosa interessante: il prezzo del petrolio è determinato dalla propensione al rischio degli investitori. Tipicamente la commodity "petrolio" è ritenuta una forma rischiosa di investimento. Questo è dovuto, per esempio, al fatto che la volatilità del prezzo del greggio ha a che fare con variabili fortemente geopolitiche, come Massimiliano sottolinea. Ma il ruolo della propensione al rischio spiega i picchi del prezzo del 25-26 di Marzo: quando gli stock markets sono andati a picco, gli investitori hanno preso posizioni "short" sui futures del petrolio. A seguito del bisogno di sollevare liquidità per sostenere gli equity markets, si è poi visto un enorme unwind delle posizioni short, e questo ha generato una correzione del prezzo del 10-15%.
Tale domanda solleva un ulteriore punto degno di grande interesse: la prospettiva degli investitori nell'ambito delle scelte 'di portafoglio'. Questo commento rinforza la tesi di fondo del mio intervento sottolineando ancora di più l'idea secondo cui il petrolio sta assumendo sempre di più le caratteristiche di un bene con caratteristiche molto simili agli 'asset' di natura finanziaria.
La forte correlazione dollaro debole-petrolio credo porti con sè anche un'altro problema per l'inflazione: gli Usa, a fronte della crisi che stanno attraversando, stanno attuando una forte politica di abbassamento dei tassi d'interesse, forti della storica irresponsabilità legata alla possibilità di esportare la loro inflazione al resto del mondo proprio in virtù del fatto che il prezzo del petrolio è quotato in dollari e che molti paesi nel mondo mantengono il proprio debito pubblico nella valuta statunitense. Forse un primo passo per limitare il signoraggio internazionale degli Stati Uniti (che si "salverebbero" a spese del resto del mondo) sarebbe quello di quotare il petrolio in altre valute (euro,yuan,rubli?). Qualcosa già si è mossa in questo senso - borsa iraniana del petrolio - ma i tempi potrebbero essere lunghi. Rimane l'altra grande incognita: la Cina, detentore della maggior quantità di dollari del mondo nelle proprie casse, fino a che quota sarà disposta a mantenere molta della sua ricchezza in una valuta così debole?
Sono pienamente d'accordo con questo commento. Varrebbe sicuramente la pena di valutare l'impatto determinato sull'inflazione dal prezzo del grano. E' anche vero che i due aumenti tendono a cumularsi (petrolio e grano). Tuttavia, va anche ricordato che la misura dell'inflazione dipende dal paniere di consumo. Se i prodotti che subiscono i maggiori rincari non entrano (o vi entrano, ma con un peso molto basso) nel paniere di consumo, ecco che l'impatto sull'inflazione potrebbe essere molto ridotto, nel breve
termine (tre mesi). Col trascorrere del tempo, quando tali aumenti si propagano in tutti gli altri settori allora il loro effetto inizia a farsi
sentire anche su altri beni che compongono il paniere, con la conseguenza d impattare sul tasso di inflazione, anche se con ritardo. E' chiaro, comunque, che visti gli effetti indotti e cumulati, non è facilissimo identificare 'il colpevole'.
Non vi è assolutamente alcun problema di scarsità al momento attuale. Quindi le fluttuazioni di oggi non riflettono scarsità. Al limite, vi può essere un problema di scarsità futura, alimentato dal fatto che le compagnie petrolifere investono poco in nuovi sondaggi (per ragioni da approfondire in un nuovo articolo). In ogni caso, con prezzi così alti, diviene conveniente l'estrazione anche in aree dove è molto costoso il processo di estrazione, trasporto e raffinazione.
Riguardo alle fonti alternative: esse stanno diventando seriamente competitive, per via del prezzo del petrolio così alto. Il loro problema è l'applicabilità su scala vasta e industriale, dal m. che all'energia chiediamo di essere continua e certa (pensiamo ad un'interruzione - molto frequente con energie rinnovabili - mentre scriviamo al computer, o in una grande azienda o ospedale). Sicuramente, col tempo si potrà rivedere - almeno per taluni scopi - la produzione di energia, dirottandola sulle rinnovabili. Il nucleare per essere applicato e operativo necessita di almeno altri 10 o 15 anni. Potrebbe, in effetti, non essere la scelta migliore allo stato delle cose. Ma almeno è un'opzione. Indubbiamente, sulle rinnovabili si potrebbe fare di più, almeno per uso domestico.
Nell'articolo si dice che la pruduzione di petrolio negli ultimi anni è costantemente cresciuta. Non metto in discussione il dato di per se; non viene però citata nell'articolo la disponibilità di petrolio in relazione al picco di produzione. Anche i più ottimisti prevedono il raggiungimento del picco di produzione nel giro di 30 anni! 30 anni per rivedere il sistema economico globale non sono molti; perchè non se ne parla?
In realtà non vi è certezza su quanto petrolio ancora ci sia da scoprire, in quanto i sondaggi effettuati negli ultimi anni sono molto stati molto limitati. Di fatto stiamo ancora consumando i grandi giacimenti scoperti negli anni '50 e '60. Questo perché dove sappiamo che il petrolio c'è non è politicamente conveniente effettuare sondaggi, mentre ne facciamo dove è più probabile la sua assenza (sempre per motivazioni geopolitiche). Riguardo alla scarsità, dunque, è intellettualmente onesto sospendere il giudizio in attesa di rivederlo alla luce di ulteriori sondaggi da parte delle compagnie petrolifere. La ragione della riduzione delle esplorazioni ha anche a che vedere con la necessità - molto più di breve termine - di effettuare operazioni buy back da parte di molte compagnie petrolifere, piuttosto che investire in sondaggi lunghi e incerti. In ogni caso, è sicuramente urgente mettere l'ambiente al centro delle preoccupazioni di tutti. Anche se qualunque modello di sviluppo ha come condizione essenziale l'energia.
Bellissimi grafici, tutto vero, ma resta un fatto: che, conoscendo fin dall'epoca dagli inizi della rivoluzione industriale la crestente dipendenza dello sviluppo dall'energia, anche la classe dirigente più modesta avrebbe dovuto pensare a differenziare le fonti e le tipologie di energia (bastava leggere cosa fece Robinson Crusoe con le sue riserve di polvere da sparo). Si è invece demolito il nucleare e si sono spese cifre pazzesche per la produzione di modeste quantità di energie diverse e non si sono trovate risorse per l'ipotesi di Rubbia che è dovuto migrare in Spagna. Ora che la dinamica del prezzo del petrolio ridefinisca molti fattori di sviluppo economico nel mondo è una realtà ovvia come è ovvio che influirà di più nel paese governato da questa classe dirigente (e industriale) arruffona, ignorante e famelica. E non trovo in nessun programma elettorale nessuna ipotesi di piano per l'energia, molte ipotesi di incremento di pensioni e salari, sacrosanti, ma che saranno spazzati via alla prima bolletta del gas. Che fare? boh, a caso, e non è una novità, un po' di ghigliottina? Magari attivando una moratoria nella moratoria? Esagerato? Certo! Ma meno della situazione in Campania