
Sulla stampa è recentemente apparsa la notizia dell'iniziativa dei rettori di dodici atenei, tra cui Bologna, Padova e il Politecnico di Milano, di costituire un'associazione per la qualità delle università. Il progetto è criticabile sia nel metodo che nel merito: contrariamente alle intenzioni, tende di fatto a creare un club con accesso preferenziale ai fondi ministeriali, piuttosto che indirizzare e incentivare la qualità della ricerca e della didattica.
Credo sia assodato (di fatto) che non siamo, come nazione, particolarmente bravi a misurare la qualità del nostro operato. E siamo anche ammalati di egocentrismo. Per una volta, e magari solo finché non abbiamo imparato a farlo bene, facciamolo fare, ad esempio, ai britannici. Paghiamo l'ente britannico di valutazione dei dipartimenti universitari e facciamogli fare una valutazione, con gli stessi criteri usati in UK, dei nostri dipartimenti. Peggio di come riusciremmo a fare noi non verrà. Inoltre, alcuni degli interventi precedenti ne hanno accennato, occorre puntare ad una meritocrazia. Con un sistema meritocratico a regime, le assunzioni saranno più responsabili, la didattica sarà più responsabilizzata, gli studenti che produrremo saranno più bravi, verranno assunti e pagati per quello che sanno, la ricerca verrà utilizzata per far crescere non solo gli studenti, ma anche il paese, l'università verrà finalmente considerata una risorsa cruciale. Ovviamente non ci sono ricette facili da seguire per impiantarla, ma almeno occorre sapere che la si vuole ottenere, magari per approssimazioni successive; ad es. aumentando il livello di trasparenza dell'università.
Forse non tutti sanno che, fra le varie università autocandidatesi a contribuire all'innanzalmento della competitività internazionale dell'università italiana, migliorare la qualità dell'intero sistema universitario, e corrispondenti a rigorosi requisiti oggettivi di qualità, figurerà probabilmente anche una Università che stipulò, in conformità con il dettato della legge di riforma Berlinguer, una singolare convenzione con la Polizia di Stato. Tale convenzione, peraltro non più operante dall'a.a. 2006/2007 (così informa il sito della Polizia di Stato), prevedeva per la qualifica apicale del ruolo degli Ispettori un piano di studi composto di soli 3 (tre) esami per il conseguimento della laura triennale in Scienza dell'amministrazione e dell'organizzazione, un corso di laurea della Facoltà di Scienze Politiche. Non insisto oltre sugli scopi ed obbiettivi delle convenzioni: dei loro pregi e, soprattutto dei loro difetti ha parlato assai diffusamente, a suo tempo, la trasmissione televisiva Report. Non importa neppure sapere in quale città si trovi questa magnanima facoltà: importante è sottolineare la parzialità dei criteri autoreferenziali di qualità.
Non ho seguito l'evento ma essendo professore alla Sapienza so cosa vuol dire stare in una istituzione in cui c'e` di tutto, dall'eccellente al mediocrissimo. Il nostro problema e` che parliamo molto e facciamo niente, ho partecipato al CIVR e in matematica avevamo fatto, pur con tutti i limiti della iniziativa, un lavoro utile. Che ne e` venuto fuori? Per ora sembra nulla, le agenzie di valutazione si costruiscono con tempo e lavoro, ma se tutto viene sprecato e distrutto poi non ci si meravigli se le persone piu` attive si disinteressano del futuro della ricerca in Italia e se la fanno all'estero (magari continuando a percepire lo stipendio inItalia).
Se sulla nascita dell'associazione AQUIS si deve fare un processo cercando di dare poi un parere che sia positivo, negativo o ne l'uno ne l'altro io non ci sto. Ho partecipato al forum di bologna, ho ascoltato le relazioni e le ho rilette. Vorrei che tutti (CRUI, docenti,giornalisti, studenti) discutessero il fatto che in Italia il sistema universitario ha preso una piega clamorosamente pericolosa e che finora nessuno è stato in grado di offrire delle soluzioni alternative. Per cui, prima di fare una discussione sul metodo che ha utilizzato l'AQUIS, vorrei che tutti gli organi competenti, accettassero unanimemente i principi e tutt'al più discutessero su come, in alternativa, eventualmente si può rilanciare un sistema che premia il merito, un pò come ha sempre fatto lavoce.info sulla base di principi condivisi. Non è possibile accettare che il mondo dell'università e della ricerca, che dovrebbe essere uno dei motori del sistema italia continui con il solito immobilismo che spesso ci contraddistingue in diversi settori. Per cui mi auguro che a breve ci possa essere una discussione da parte di tutti, comprese le forze politiche su come investire sul sapere in Italia!
Certamente la costituzione di Aquis ha molte ombre (ma perchè stupirsi se gli attori perseguono i propri interessi?). Resta il fatto che l'iniziativa rappresenta una rottura (auspicabile ed auspicata) della linea egalitarista ed immobilista che ha caratterizzato la Crui sotto la presidenza Trombetti. Finalmente arriva dagli atenei un segnale forte. Certo si tratta di una soluzione "sbilanciata". Ma le soluzioni le devono trovare gestire i governi. Spetta ai governi indirizzare ed incentivare la qualità. Insomma, nel silenzio assordante degli ultimi anni, piaccia o non piaccia, l'iniziativa Aquis qualcosa dice.
Gli argomenti proposti sono in buona parte condivisibili, con due eccezioni. I criteri proposti dall'AQUIS non sono i criteri secondo i quali sarebbero da ripartire i fondi. Quei criteri proposti per poter far parte del "club" servono appunto solo a questo. Per il resto, l'AQUIS chiede di adottare per la ripartizione dei fondi i modelli ministeriali di ripartizione che si basano anche sulla qualità, in attesa della messa in funzione dell'ANVUR. Non sorprende a mio avviso che ci siano, tra le università del "club", alcune di antico prestigio: sono quelle che spesso si danno più da fare per aumentare la qualità al loro interno, con scelte anche dolorose (tipo peer rewiev per valutare la ricerca, valutazione della didattica, ecc) ed è per questo che chiedono a gran voce una scossa al sistema.
Che si tratti della rottura simbolica di una finzione egualitaria non c'è dubbio e la cosa è positiva. Però le buone idee sono spesso uccise sul nascere da cattive applicazioni. L'iniziativa, lodevole negli intenti, rischia di naufragare per le modalità con le quali ne è stata proposta la realizzazione. Del resto, chi ha un po' di conoscenza del sistema italiano sa benissimo che tra le università che si sono autoselezionate per essere eccellenti ve ne sono alcune che in molti settori sono francamente assai mediocri. Chi vuole essere dichiarato eccellente deve sottoporsi a una valutazione di esperti il più possibile "esterna", altrimenti sono ragionevoli i sospetti degli autori dell'articolo.
Anche io credo che i criteri adottati per questa campagna autocelebrativa siano discutibili. A proposito, sarebbe interessante vedere qual'è la coerenza tra i ranking per aree disciplinari emerse dalla valutazione della ricerca del civr e questa elezione "casalinga" dell'Aquis? Per alcuni casi, e.g. politecnici, padova, mi sembra che ciò sia fuor di dubbio. Ma per tutti gli altri, e.g. Lecce o Chieti, la cosa mi sembra una un pò forzata. Peraltro, mi pare che questa "autocertificazione" sia una mera conseguenza di un sistema in cui non esiste una vera valutazione della ricerca e un sistema di concorrenza sul merito tra università.