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QUANDO SI FERMERA' IL PREZZO DEL PETROLIO

di Marzio Galeotti, Categoria Energia e Ambiente, Data 17.03.2008

Il greggio sfonda quota 110 dollari al barile e tutti tornano a chiedersi fin dove si arriverà. Attività speculativa, continua crescita della domanda, in particolare della Cina, e interesse dei paesi produttori a compensare la svalutazione della valuta americana sono tutti fattori che contribuiscono a mantenere alto il prezzo del petrolio. Le cose però potrebbero cambiare. Per due motivi: una recessione americana più profonda di quanto appaia e una presa di coscienza collettiva dell’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo cinese.

COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Cosa aspettiamo?
    Nome: Andrea Donaglio  Data: 22.03.2008

    Senza romperci troppo la testa e metterci a ragionare come gli speculatori, cosa aspettiamo a passare alle vie di fatto utilizzando concretamente sulle fonti alternative? Sono già avviate esperienze di edifici che utilizzano tutte le tecnologie basate sull'impiego di energie rinnovabili, compreso lo sfruttamento dei rifiuti domestici di natura organica, rendendosi autosufficiente dai combustibili fossili (il pieno di metano per l'automobile veniva fatto in casa sfruttando i processi di fermentazione dei residui organici che producono questo gas). Senza scomodare vento e maree, c'è il sole che ci fornisce una quantità formidabile di energia ogni giorno, noi invece, "paese do' u' sole", stiamo (come al solito...) polemizzando sul fatto che se il referendum sul nucleare, il solito bla bla che ha reso l'Italia quello che é! Dovremmo prendere ancora parecchie bastonate per capire o iniziamo a "muovere il sedere" prima che la situazione diventi ancora più insostenibile? Buona Pasqua a tutti!

  • L'insostenibilità cinese...
    Nome: Maurizio  Data: 20.03.2008

    Mi stupisce la facilità con cui giudichiamo insostenibile lo sviluppo della Cina (e dell'India). Il cittadino cinese ha un'impronta ecologica di 1,6 ettari globali, mentre in India l'impronta ecologica procapite è di 0,8 ettari. Negli Stati Uniti il cittadino medio ha un'impronta pari a 9,7 ettari e in Italia di 4,2 ettari. [State of the World 2006 e Living Planet Report 2005]. Come detto in un precedente commento il consumo di idrocarburi da parte di Cina e India è solo una parte ridotta dei consumi mondiali. Quindi l'economia cinese rincorre certamente un modello insostenibile, ma non gli si può attribuire un ruolo così grave nel determinare l'aumento dei prezzi del petrolio dato che i consumi di larga parte delle economie mondiali sono in crescita.

  • I costi della politica americana
    Nome: mauro caprara  Data: 20.03.2008

    Sono in massima parte d'accordo sulla analisi dell'articolista. Le aspettative degli operatori di mercato includono nel prezzo tutte le variabili economiche e tgli eventi che razionalmente si possono prevedere. Quindi anche le motivazioni macro economiche dei paesi produttori nonchè la situazione geo-politica evolventesi in quelle aree. Basta ad esempio un uragano nelle aree off-shore per far impennare il prezzo (varianza rispetto alle aspettative) per poi ridimensionarsi passato l'evento. Ma gli squilibri geopolitici creati dalla politica interventista americana e gli alti costi sopportati hanno portato un aumento esponenziale del rischio ai investire quindi salgono i prezzi di quello che c'è, oltre a far lievitare il deficit USA che unito al deficit commerciale ha provocato la forte tensione del dollaro che osserviamo. Il combinato disposto di queste variabili porta ad una speculazione autoalimentesi tra i prezzi del petrolio e il valore del dollaro; non ho dati precisi ma osservando quotidianamente come si muovono queste grandezze, la sensazione è che la correlazione sia altamente probabile.

  • Crescita economica vs. consumo
    Nome: Francesco  Data: 19.03.2008

    Condivido le tesi del suo articolo, tranne che sulla parte riguardante il consumo di petrolio, poiché la Cina oggi consuma il 9,5% del petrolio prodotto a livello mondo e l'India il 3,5%. Mentre altri paesi hanno tassi di consumo assolutamente più rilevanti (ad esempio US, UE), ma con popolazioni e tassi di crescita decisamente inferiori; difficile da spiegare a questi due paesi il perchè loro devono consumare meno. D'altra parte, le prossime innovazioni relative alla produzione di energia, potrebbero arrivare da Cina ed India che storicamente, ad eccezione del secolo scorso, hanno sempre avuto una forte capacità di innovazione tecnologica.

  • Sostenibile, chi?
    Nome: fe_de  Data: 19.03.2008

    Se il modello di sviluppo cinese è insostenibile, quelli dei paesi occidentali non lo è? Avvicinandoci al Picco il prezzo sale e continuerà a salire. Il passaggio da stock energy(fossil hysdrocarburants) a flow energy resources (such as renewables) diventa indispensabile. Pena l'aggravarsi del conflitto sociale. [Vedi Georgescu-Roegen].

  • L'insostenibilità del modello fossile di sviluppo mondiale
    Nome: Vittorio Tauber  Data: 19.03.2008

    Quanto petrolio estraibile resta nelle viscere della terra? Abbiamo superato il picco di Hubbert? Domande senza risposta affidabile. Più che di geologia, si tratta di segreti militari. Di certo, l'economia neoclassica astrae dalla terra sotto i piedi, vede tutto in termini autoreferenziali di domanda-offerta. Ma l'economia è solo una branca dell'ecologia, a voler essere onesti. Un paese singolarmente serio come la Svezia ha già intrapreso il Phase-out dai combustibili fossili (e al netto del nucleare). Se internalizzassimo i costi sociali ed ecologici dell'attuale utilizzo di prodotti petroliferi (che oggi paga il contribuente) partendo dalla motorizzazione di massa, troveremmo solo diseconomie di scala. Comunque dalla giostra dovremo scendere: 2,5 miliardi di cinesi e indiani non possono permettersi l'auto senza causare un collasso ambientale. Né 700 milioni di persone che già la utilizzano possano continuare a farlo indiscriminatamente. Mi fermo al dato automobilistico, che incide per 1/3 sul consumo combustibili fossili (il resto, 1/3 uso domestico, 1/3 uso industriale). Dovremo cambiare OGNI abitudine. Dire: "La tecnologia darà la soluzione" è solo retorica, rimozione.

  • Domanda uguale offerta di petrolio?
    Nome: Paolo Zagaglia  Data: 18.03.2008

    Non capisco la tendenza a spiegare i movimenti del petrolio in termini di domanda ed offerta. Chiaro: leggi basilari del mercato. Ma ho l'impressione che si tende a negare il fatto che, da alcuni anni, il petrolio sia diventato una 'commodity' finanziaria in senso stretto. Una considerazione semplice. Mi pare che sia da tanto che l'economia cinese tira a ritmi forsennati. Allo stesso tempo e' da molto tempo che non si scoprono giacimenti petroliferi di rilievo. Allora perche' si pretende di ritirare fuori la questione accademica di 'domanda uguale offerta di petrolio'? Seguiamo un'altra ottica. Guardiamo all'impennata dei contratti cash-settled sul Chicago Merchantile Exchange. Guardiamo alle posizioni short che vengono accumulate sul petrolio greggio scambiato al NYMEX, e pensiamo a cosa succede quando il dollaro scende. Oggi una commentatrice delle news online del Financial Times ha detto che la recente massa di acquisti di futures sul petrolio greggio e' guidata da un eccesso di avversione al rischio degli investori: "massive explosion of risk aversion". Tutto questo sara' breve periodo. Ma non c'era forse qualcuno che diceva che nel lungo periodo siamo tutti morti?

  • PREZZO ALTO, FORZA O DEBOLEZZA ?
    Nome: DVD  Data: 18.03.2008

    Credo che più che la domanda di petrolio da parte dei paesi emergenti il prezzo sia legato ad una voluta rigidità di offerta da parte dei paesi produttori, i quali compresa la dinamica economica attuale - debito Usa, espansione Cina, relativa bassa inflazione, rigidità del cambio yuan/dollaro - non si sono volutamente lanciati in nuovi investimenti strutturali che a loro giudizio non si sarebbero ripagati. Se così stanno le cose credo che la naturale conclusione di tutto questo è che non si ritiene (produttori di petrolio in primis) duratura l'eccesso di domanda che è destinata a calare per uno o più dei seguenti motivi: recessione Usa e conseguente rallentamento Cee, oltre che insostenibilità dell'espansione Cina avvenuta in maniera selvaggia nonstante il controllo statale. L'attuale tentativo da parte dei paesi produttori di petrolo di diversificare gli investimenti in immobili e in finanza con il surplus che oggi deriva dalla vendita del petrolio credo sia un segnale a favore di questa tesi.

  • E se il prezzo del petrolio fosse semplice recupero in termini reali?
    Nome: Massimo GIANNINI  Data: 18.03.2008

    Si é detto sempre che più o meno a 90 dollari il petrolio sarebbe in termini reali a livello degli anni '70. Se cosi é 110 non si può dire che rappresenti un buon ritorno d'investimento in termini reali su 30-40 anni e o un riequilibrarsi del prezzo comparato di certe commodities o assets. Quindi il prezzo del petrolio si fermerà semplicemente quando investirvi non sarà ritenuto più conveniente al netto di certe speculazioni e aspettative autorealizzantesi. Come lo é stato per gli immobili, le azioni new economy, etc. Ci si preoccupa del petrolio ma che dire del grano, con il quale si fa da mangiare?

  • Commento
    Nome: Giorgio Lombardo  Data: 18.03.2008

    Credo che la maggior parte (quanta parte non so) del petrolio che raggiunge le raffinerie nei paesi consumatori sia ancora trasferito attraverso i canali integrati delle grandi compagnie o venduto ai raffinatori indipendenti con contratti a lungo termine e a prezzi indicizzati di cui il prezzo marginale (spot) rappresenta solo una parte dell'indicizzazione. Ciò spiega i più che lauti e crescenti profitti delle compagnie e degli indipendenti, da raffontare a investimenti (down e up-stream) abbondantemente ammortizzati. E' la mia, nostalgia di una politica petrolifera ed energetica nazionale, in mancanza di una politica europea?