
Le società di rating aiutano ad affrontare i problemi di agenzia e di informazione asimmetrica. Ma le recenti turbolenze sui mercati finanziari hanno messo in luce i molti problemi a esse associati, sia in termini di incentivi sia nello svolgimento della loro attività. Molte delle soluzioni proposte sono però altrettanto problematiche. Resta il fatto che una riforma è necessaria. E forse proprio le esperienze degli ultimi mesi daranno la forza per superare gli ostacoli politici e quelli frapposti dai gruppi di interesse ad alcuni dei progetti più promettenti.
Non sono un esperto ma ho la sensazione che questo sistema di certificazione crei molti dubbi fra chi , come me, è ignorante in materia al punto che non ho più il coraggio di operare in borsa, come piccolo risparmiatore, proprio per mancanza di fiducia sia nei confronti delle agenzie di auditing come in quelle di rating. Se è vero che la loro imparzialità, ad ogni scandalo viene smentita, perché ancora si continuano ad utilizzare, mi sembra illogico, a menoché ...
Il "conflitto d'interessi" non potrà mai essere risolto. I "chinese walls" si riveleranno inutili e facili da aggirare come già succede per le banche d'investimento. Cianciare di concorrenza in un mercato con 3 soggetti a livello mondiale, dove chiunque voglia affacciarsi sui mercati di capitali internazionali deve avere il rating di tutti e tre è una comica e non fa nemmeno ridere. C'è un solo rimedio a questa situazione scandalosa ed è l'intervento pubblico. la BCE deve istituire una agenzia di rating europea che fornisce, a prezzo simbolico, il rating delle emissioni e delle società stesse servendosi dei dati pubblici e delle basi dati della BCE.
Condivido in gran parte quanto sottolineato dal professor Portes, ma - come ho sostenuto in un recente articolo - ritengo verosimile che, qualora fosse stata introdotta per tempo una forma semplice di "suffissi" ai rating rilasciati su prodotti di finanza strutturata (dagli ABS, ai CDO, CLO, etc) che avessero dato un chiaro "ranking" in termini di effettiva liquidità dello strumento, l'intero sistema finanziario non si sarebbe trovato così globalmente intrappolato (o non avrebbe avuto gli alibi per farlo) nella micidiale empasse dell'agosto 2007. Porter osserva infatti che per molti di questi strumenti la illiquidità è strutturale, con pochissimi o nulli "trades" giornalieri e con traders (spesso uno solo per emissione) che possono unilateralmente cessare in ogni momento di fornire un prezzo eo applicare spread bid-ask irrealistici. Le rating agencies avrebbero potuto quindi applicare una "scala di liquidità" da L1 a L5 in funzione di parametri oggettivamente riscontrabili, che avrebbero reso più trasparente e meno azzardata l'allocazione di attività ed investimenti. Davide Grignani, Università C. Cattaneo.