
Un'indagine su più di duecento grandi aziende manifatturiere e di servizi italiane mostra che per circa il 70 per cento, gli investimenti in Ict hanno permesso una riduzione dei costi amministrativi. Decisamente inferiori, invece, le percentuali di imprese che hanno ottenuto ritorni nello sviluppo prodotto o nella gestione delle relazioni con i clienti. Spesso per l'incapacità di apportare i necessari cambiamenti organizzativi, con la modifica dei processi decisionali e maggiore attenzione al capitale umano. Difficile dunque un effetto sulla produttività.
L'Italia è un tipico esempio di sistema produttivo di tipo tradizionale. Il 95% delle aziende sono piccole e sottocapitalizzate, la produzione è a scarso valore aggiunto, il fattore umano pesa in modo determinante nel processo produttivo. Lo scarso uso dell'ict è una conseguenza naturale di queste caratteristiche. Sono d'accordo con chi dice che per aversi un maggiore peso dell'ict, intesa come prodotti ad alto contenuto tecnologico (e non solo come e-learning, web, etc.) bisogna concepire un profondo cambiamento del nostro sistema industriale, come quello avvenuto ad esempio in Finlandia. Questo può anche avvenire indipendentemente dalla crescita delle aziende, ma richiede una forte capacità organizzativa, apertura mentale, collaborazione, secondo il modello dei distretti industriali. Credo che solo un' "utopia" così possa trainare il nostro paese fuori dalla perenne "asfissia da scarsa crescita", in cui si trova ormai da decenni. Gli aumenti della produttività che molti propongono sono solo misure temporanee, che alla lunga peseranno sui lavoratori, visto che ci sono scarsi margini di ulteriore crescita della produzione nei settori a basso contenuto tecnologico.
La mia impressione è che lo scarso interesse verso l'ict, vissuto come costo dal management e come difficoltà dagli utenti aziendali, sia direttamente collegato al regime del lavoro dipendente, ultraprotetto e privo di reali incentivi alla crescita professionale. Se l'organizzazione risulta 'seduta', innovare diventa impresa titanica e si sa che la finestra temporale di un manager alla guida di un'organizzazione è spesso breve. Bisogna portare risultati subito, guardare al lungo periodo è, per come funziona l'economia oggi, eroico. In questa situazione la voglia di crescere economicamente dei livelli bassi, e quella di mettersi in luce dei quadri intermedi, potrebbero fare da sponda ai manager intraprendenti e trovare un terreno comune proprio sullo sfruttamento delle ICT. Per fare concreti passi avanti sul fronte della dinamicità organizzativa, dovrebbero passare le misure richieste da Confindustria sui premi alla produttività individuale. Allora sì che qualunque mezzo, e in prima fila le ict, diventerebbe qualcosa da sfruttare con impegno.
Nell'articolo si parla dell'impatto dell'ICT sui processi aziendali. Ma questo è solo un aspetto e forse il meno strategico. In realtà oggi il vero snodo strategico è nella creazione di nuovi prodotti e servizi che valorizzino l'ICT per aumentare il valore dell'offerta. Per esempio, un elettrodomestico o un macchina per perforazioni petrolifere o una tuta delle Dainese (quelle di Rossi, per interderci) inglobano componenti ICT molto sofisticate che permettono nuovi livelli di funzionalità (ho fatto esempi che si riferiscono ad aziende italiane leader a livello mondiale nel loro settore). È su questo fronte che si gioca la sfida per rinnovare l'offerta delle imprese italiane ed è qui la vera leva strategica nell'uso dell'ICT. Altrimenti continueremo a vedere l'ICT solo come uno strumento per ottimizzare i costi e non, per usare un'espressione riportata qualche tempo fa da McKinsey Quarterly, per "cambiare le regole del gioco".
Molto interessante e chiaro l'articolo. Diventa difficile capire se la necessaria rincorsa alla competitività del nostro sistema sia rallentata più per la piccola dimensione media delle aziende o dai limiti culturali dei gestori che troppo spesso si identificano con i titolari. La bassa incidenza di aziende operanti in settori innovativi ad alto contenuto tecnologica fa il resto. Ciò che è certo è che l'eccessiva "prudenza" nell'investimento in capitale umano ritenuto viceversa costo è l'elemento ulteriore ce funge da moltiplicatore negativo ai fini della crescita sia dimensionale che culturale delle aziende. Proprio come opportunamente evdenziato nel'articolo. Luigi Zoppoli