
Le attuali norme elettorali prevedono i vincoli costituzionali di 25 e 40 anni per poter essere eletti rispettivamente alla Camera e al Senato, e di 25 anni per poter votare al Senato. Grazie alle dinamiche demografiche e all'inerzia nel riadattare e rivedere le regole del gioco della partecipazione democratica, i giovani italiani sono tra quelli con minor peso politico nel mondo occidentale. Tutto ciò ha evidentemente ricadute penalizzanti sia in termini di politiche destinate alle giovani generazioni che di loro presenza nelle posizioni di prestigio e potere.
Sono giovane e faccio politica in un partito di sinistra. Proprio oggi in una riunione del gruppo giovanile ho proposto come punto qualificante della nostra azione politica di estendere il voto amministrativo ai sedicenni, con lo scopo di coinvolgerli e responsabilizzarli. Mi ha stupito che dai miei compagni (22-34 anni) sia arrivata un'alzata di scudi. Non sarà che noi giovani abbiamo poca fiducia in noi stessi e che ci facciamo male da soli?
Si, il dubbio a volte viene. Riguardo al voto ai sedicenni rimandiamo alla discussione aperta qui su lavoce da Rosina "sedici anni, l'età per votare", e ripresa in alcuni interventi di Boeri e Galasso (oltre che nel loro libro).
Temiamo che in generale il dibattito venga anestetizzato anche dai meccanismi divulgativi della televisione o di tanti giornali, che tralasciano le spiegazioni e premiano gli slogan. Per fortuna esistono fonti di informazioni e sedi di confronto, come lavoce ma non solo, che consentono di mantenere acceso il gusto per l'approfondimento.
Solo una breve riflessione sull'ultima parte dell'articolo, quando si afferma "potrebbe trovare humus favorevole l'idea, da parte delle più giovani generazioni, di usare almeno il (non) voto come protesta". Da 26enne questa soluzione non mi vede favorevole, perchè peserebbe ancora di più l'idea di essere comunque rappresentata da quote grigie, che sorde alla mia "protesta simbolica" vanno avanti per la propria strada. Solo lavorando ed essendo presenti nelle segreterie politiche dei partiti le nuove generazioni potranno realmente introdurre quel cambiamento nella rappresentanza anagrafica diventando un forte elettorato attivo. La politica non è semplice, è farcita di compromessi e liturgie che cozzano con il pensiero dei giovani, ma non può essere questo il motivo per rimanerne fuori, arrendendosi al "già visto, già sentito". IBB
Questa è la reazione che speravamo di suscitare tra i lettori delle generazioni più giovani. Prendere responsabilità, lottare nelle segreterie, scrivere nei blog, competere a livello locale: sono tutte forme di reazione alle "quote grigie" che ci trovano d'accordo. Bisogna però anche chiedersi perché con tali strumenti finora poco si è ottenuto.
Non mi appassiona molto il discorso sulle quote grigie, o verdi o rosa per un semplice motivo, se volete anche banale: creare "oasi protette" è come tornare (absit iniuria verbis!) alle "classi differenziate". Il problema vero è che mancano persone "nuove" con idee "nuove". Non si fa formazione politica e le "verdi generazioni" sono diventate cloni di quelle vecchie, perché sanno bene che se non si adeguano a queste non possono farsi strada. Dalle mie parti si parla di giovani come di "quelli vicini a Tizio... Caio o Sempronio":... Sono dei partitocrati come i "vecchi" e come questi preferiscono le "scorciatoie" alla "retta via"...E allora? Non è l'età una discriminante, ma l'autonomia culturale e il coraggio di costruire un progetto "nuovo" coerente il "Nuovo" che bisogna saper "intuire" giorno dopo giorno.
L'articolo non sostiene la necessità di quote riservate; critica anzi la presenza implicita di quote per l'unica categoria di cittadini che, in fondo, non ne ha proprio bisogno. Concordiamo con il fatto che l'età non debba essere un fattore discriminante: ma ciò deve valere in entrambe le direzioni. Se un settantenne può rappresentare anche le istanze dei più giovani, bisogna saper ammettere che un diciottenne può rappresentare sia le istanze dei giovani sia quelle dei meno giovani.
Articolo interessante sulla scia dell'ottimo libro di Boeri e Galasso "Contro i giovani". E' vero, forse gli under 35 non stanno facendo molto ma come scrive Delzio in "Generazione tuareg", siamo nomadi che attraversano il deserto e da soli non abbiamo chance di riuscire ad attraversarlo. L'unica possibilità è mettersi insieme. Già, ma come? La logica delle oligarchie blocca questo Paese a cominciare a cominciare dalla classe dirigente che si garantisce mani libere con una legge elettorale a liste bloccate. L'istruzione non funziona. La meritocrazia non esiste nella patria delle raccomandazioni. Il non voto potrebbe essere una buona idea oppure sarà il de profundis dei giovani italiani e con essi di ogni speranza per il futuro dell'Italia.
Il punto di partenza crediamo sia il seguente: non aspettarsi che qualcun "altro" faccia qualcosa per gli under 35: siano gli stessi under 35 a trovare gli strumenti più opportuni per essere rappresentati. Se vogliono prendersi delle responsabilità, che trovino la forza e gli strumenti necessari, senza aspettare concessioni da una classe dirigente che non ha interesse a delegare.
La riforma costituzionalenella proposta Violante già in aula alla camera prevedeva eleggibilità sia alla camera che al senato a 18 anni. penso che le condizioni per una riforma solo su questo punto ci siano naturalmente la resistenza sarà al senato. per un confronto sul tetto massimo cioè "anche i politici vadano in pensione" si può vedere il dibattito del 8.11.07 sul mio emendamento tetto elegibilità a settantacinque (!) anni . è li che emerge il "tappo" costituito da un bicameralismo perfetto con una camera degli anziani quale è il senato.questa proposta a differenza dell'altra non ha possibilità di accoglimento ma è stata comunque utile per sollevare il problema.
Proposte ce ne sono. Di fatto si torna a votare ancora con le "quote grigie". La nostra autorevole lettrice riconosce che riforme di questo tipo rischiano di rimanere, appunto, solo tema di dibattito. Il caso in questione evidenzia drammaticamente la rilevanza del potere di veto del senato su ogni possibile riforma delle istituzioni.
Il problema è che su di noi incombe l'ombra di quaranta anni di cancrena italiana. Nel nostro paese ha preso potere un sistema di personaggi che quando sono arrivati al potere erano giovani trentenni che si lamentavano dei loro vecchi, insultandoli, denigrandoli e defenestrandoli. Da quel momento in poi non hanno mai neanche concepito di alzarsi dalle poltrone conquistate rinunciando alla vita, quella vera. La generazione passata, quelli nati tra gli anni 30 e gli anni 60, ha perso. Ha perso perchè ha fatto il più grave degli errori che potesse commettere: credere di essere l'ultima generazione di adulti sulla terra. Ha educato i propri figli a restare per sempre figli e a pagare per sempre il debito di anni di sperperi e di agonia esistenziale. Ora questo effetto fa fatica a dissolversi e molti dei miei coetanei sono ancora avvolti da un sonno eterno che fa apparire le finzioni sociali come reali sensazioni. Nessuno si fida. E noi navighiamo in questo mare di errori. Poi però non ci si fida di noi giovani che non abbiamo potuto dimostrare nè di saper fare nè il contrario. Mentre di errori, voi vecchi, ne avete fatti già troppi. G_
Le generazioni più "vecchie" hanno varie colpe. Ad esempio l'eredità del debito pubblico è un macigno che si aggiunge agli altri svantaggi delle generazioni più giovani. E' vero però anche che ogni generazione ha il dovere di guadagnarsi il proprio spazio, anche forzando il cambiamento se necessario.
La mancanza di meritocrazia penalizza certamente i giovani talenti e blocca il ricambio generazionale. Finora pero' la generazione degli under 35 ha accettato tutto passivamente. Una generazione forse troppo "timida", che difficilmente otterrà qualcosa se non troverà il modo di farsi parte attiva del cambiamento.
La proposta delle quote verdi, così come quella delle quote rosa, è suggestiva e sostenuta da buone intenzioni, ma non ci trova molto d'accordo: potrebbe bastare, innanzitutto, l'eliminazione di quelle che abbiamo chiamato quote grigie. L'ideale sarebbe comunque un sistema elettorale che renda effettiva l'accountability, cioè la responsabilità degli eletti verso gli elettori.
L'america ha una società mediamente più violenta e razzista dell'Italia. Lo stesso si può dire dei paesi ex-sovietici. In quei paesi i giovani hanno in mano il potere ed e impensabile che un 70-80 enne possa essere "abile ed arruolato" per qualsiasi cosa. Non è che il problema Italiano è semplicemente un fatto culturale, abbiamo una cultura pacifista e tollerante e quindi la saggezza vale più della forza?
Ci sembra una tesi un po' bizzarra. Risulta ad esempio difficile capire perché c'è in Italia così poco spazio per le donne (meno aggressive e violente degli uomini).