
Un po' in sordina, governo e sindacati hanno concordato una sorta di mini-riforma della contrattazione collettiva nel settore statale, destinata ad avere un impatto assai rilevante: si preannuncia la durata triennale dei nuovi contratti, e, soprattutto, si prevede che lo stanziamento in Finanziaria delle risorse necessarie avverrà dopo l'accordo, e non prima. La Cgilgià dice che l'obiettivo non sarà più quello di difendere il potere d'acquisto delle retribuzioni pubbliche, ma di accrescerlo. Il rischio è che la contrattazione si svolga al di fuori del vincolo di bilancio.
Credo di aver letto con attenzione, come sempre, l'intervento del Prof. Ichino, e mi sembra che non venga detto che oggi la contrattazione nel pubblico impiego è duplice: quadriennale per la parte giuridica e biennale per il rinnovo economico. Triennalizzare la contrattazione, quindi, risponde innanzitutto alla necessità di risolvere questa duplicazione, con gli interminabili accavallamenti che ne derivano. Appartengo alla categoria dei lavoratori delle Agenzie Fiscali. Abbiamo appena rinnovato il quadriennio giuridico 2006/2009 ed il biennio economico 2006/2007 (sic) che già dovremmo rinnovare il biennio economico 2008/2009. Per questo anche il sindacato spinge per la triennalizzazione. Inoltre ormai il CCNL del pubblico impiego è importante, ma giustamente i lavoratori devono mirare ad avere migliori riconoscimenti dal contratto di secondo livello, che soprattutto nelle Agenzie Fiscali (e soprattutto alle Entrate) può riconoscere le ottime performances di produttività che i lavoratori hanno ottenuto nella lotta all'evasione. Una domanda al prof. Ichino: ma a cosa serve l'Aran? Secondo me a ben poco e oggi potremmo considerarlo quasi un ente inutile.
...che siamo italiani. E come tali molto spesso avvezzi ad approfittare delle situazioni a noi favorevoli. Il militari che vanno in pensione col massimo grazie agli "scivolamenti" e hanno anche il coraggio di gestire un'attività commerciale (sic!) vengono visti dagli altri come gente in gamba. Esattamente come nel mio mondo, quello degli insegnanti, un avvocato, un ingegnere, un professionista, considera nè più nè meno come hobby proprio l'insegnamento, spesso sacrificandone la qualità a scapito degli interessi della professione, che prevalgono quasi sempre. Anch'io faccio professione "extra moenia", ma considero un dovere morale dare ai miei studenti il massimo in aula e non solo, e vado fiero dei risultati che ottengo, di rispetto reciproco innanzitutto, ma anche di rendimento. Perciò, come dipendente pubblico non mi sento offeso da epiteti come "nullafacente" o peggio "imboscato", perchè se il sentire comune della gente è questo, un motivo di verità ci sarà. Non siamo tutti uguali, certo, ma è proprio questo che bisogna dimostrare. E riconoscere e accettare la necessità di meritocrazia nella PA mi sembra il miglior modo di farlo.
Il sottotitolo del mio libro "I nullafacenti" (ora in edizione economica Oscar Bestsellers Mondadori) dice proprio questo: "Perché e come reagire alla più grave ingiustizia della nostra amministrazione pubblica". (p.i.)
Promuovere la cultura della misurazione e della valutazione nelle Amministrazioni pubbliche serve proprio perché sia possibile distinguere le strutture e le persone che meritano di più da quelle che meritano di meno.
Oggi nel settore pubblico, salve poche eccezioni, questa capacità di distinguere manca; e mancano conseguentemente gli incentivi a fare di più e meglio. Il miglioramento del trattamento e del prestigio degli impiegati pubblici passa necessariamente dalla correzione di questo difetto. (p.i.)
Ottime le analisi di Ichino. Ma mi piacerebbe che 'lavoce' , di fronte a problemi come quello degli statali, non si fermasse a sia pur sofisticate considerazioni tecniche. La pletora di impiegati statali in Italia crea anzitutto un problema morale. Ho un conoscente, sottufficiale dell'esercito, che è andato in pensione con il massimo a 52 anni. Per sua stessa ammissione in tutti questi 35 anni ha lavorato pochissimo, tanto che a latere ha avuto il tempo di gestire un esercizio commerciale dagli orari anche impegnativi. E non è affatto un caso isolato. C'è una parte consistente del paese che vive alle spalle dell'altra, ma nessuno lo dice e i sindacati meno che meno.