
Con un disegno di legge collegato alla Finanziaria il governo cerca di limitare l'ingerenza della politica nelle procedure di nomina dei direttori generali delle aziende sanitarie e dei primari. Ma le regioni rivendicano l'autonomia sancita in materia dalla riforma costituzionale del 2001. E nella loro visione, la politica della salute si identifica con la gestione dell'apparato. Per ragioni diverse tra Nord e Sud. Il governo dovrebbe allora sviluppare modalità pattizie, anche sulle regole, che possano differenziarsi nei diversi ambiti territoriali.
Volente o Nolente, le diverse navi della politica, hanno sempre attraccato nei porti della sanità. A volte con considerevoli vantaggi per l'utenza finale, altre volte, con enormi disastri. Ad onor del vero, però, avendo girato in lungo ed in largo per gli stati uniti, provvisto di un'assicurazione parziale (e non all inclusive) posso sicuramente affermare che in molti stanno peggio di noi. Se, come dicevo, quest'ingerenza della politica è sempre stata alla luce del sole e soprattutto non sempre distruttiva, un altro fenomeno, non tipicamente italiano, ma che da noi ha avuto un ottimo ambito di applicazione, rischia veramente di creare una tabula rasa: il Nepotismo. All'interno di ogni facoltà di economia dell'italica penisola, molti professori (quindi molto spesso primari) di medicina hanno piazzato figli, nipoti, fratelli, sorelle. Insomma, rischiamo di avere facoltà di medicina, studi medici e primariati, con il medesimo albero genealogico. Se tutti avessero la mano del bisturi ferma, nessuno farebbe obiezione, ma dato che la ramificazione delle raccomandazioni parte dal liceo classico, fino al primariato a pensar male qualche volta ci si azzecca.
Sono molto d'accordo con gli esiti del ragionamento dell'Autore. Credo infatti che una gestione del problemi mediante accordi differenziati non sia più procastinabile. Purchè i patti non diventino sempre dei semplici "patteggiamenti". Trovo molto meno convincenti invece le premesse da cui l'articolo prende le mosse, credo infatti che anche nel settore sanitario si debbano distinguere, come in altre amministrazioni, le diverse tipologie di funzioni cui devono necessariamente corrispondere competenze altrettanto diversificate. Un direttore generale non credo debba necessariamente saper curare i pazienti dell'azienda ospedaliera che dirige, ma deve invece essere in grado di prendersi cura di tutti gli utenti della propria struttura sanitaria, i pazienti in primis ovviamente, ma anche degli altri, personale sanitario incluso, implementando una "politica" organizzativa che efficiente che sia in grado di tutelare la salute dei pazienti come gli interessi degli altri utenti. Molte decisioni mi sembrano pertanto di natura politica, e credo che la direzione giusta sia proprio quella di creare una sorta di spoils system all'americana, dove i politici scelgano si, ma tra i migliori.
Caro Tardiola,il problema non è la politica ma piuttosto l'incredibile commistione tra pubblico e privato.In Italia esistono attrezzature diagnostiche (RNM,TAC,RX....) in abbondanza (il doppio rispetto a Francia e Germania) eppure i tempi di attessa sono interminabili.... L'efficienza del pubblico consiste nel fornire le prestazioni appropriate....quelle del privato convenzionato nel fornire più prestazioni possibile....
La sanità è sempre stata lottizzata (dai presidenti delle vecchie USL ai primari e alle assunzioni in genere). In sanità la lottizzazione sembra quasi un dato strutturale; in quanto tale parrebbe qualcosa di normale, cioè parte costitutiva del sistema stesso. In questo caso ciò che è considerato normale è qualcosa di conforme solo a una pessima consuetudine di immoralità. La pratica universale della lottizzazione in sanità dimostra quindi che una nomina può essere legale e nello steso tempo immorale. Insomma, tutti lottizzano e tutti presentano proposte di legge contro la lottizzazione. Il problema della lottizzazione si risolve solo se moralità/legalità coincidono, intendendo per moralità l'intero sistema dei doveri nei confronti degli scopi istituzionali della sanità pubblica.
Chi scrive ha "girato" con i Gesuiti per 20 anni a Milano e pensa che ogni illusione di separazione tra controllo politico e gestione, nella sanità, come in altri ambiti della vita economica sia da far cadere. Il potere è per sua natura decisione, capacità e possibilità di determinare le concrete sorti della vita civile. Pensare oggi, ad una separazione tra controllo politico e gestione nel settore pubblico, significa non aver compreso che non è la politica tout court che soffoca gli spiriti onesti e le competenze, ma UNA certa politica, un modo storicamente determinato di intenderla, frutto di quasi un secolo di logica democristiana spartitoria. Cambiare la politica è la strada da percorrere: le logiche del potere, la sua volontà di determinare le scelte sono immodificabili ed è utopia pensare che i tecnocrati siano meglio dei politici.Mi rendo conto che anche la strada di un NUOVO MODO DI INTENDERE LA PARTECIPAZIONE POLITICA, LA RAPPRESENTANZA DEMOCRATICA DEI BISOGNI E DELLE DOMANDE DEI CITTADINI, non è un percorso agevole e facile. Ti ammazzano civilmente se ci provi. Ma forse è maturo il tempo di spazzar via i "neodemocristiani post-sessantottini", delusi, amareggiati e cinici.
Se sono pienamente d'accordo sulla necessità di evidenziare il problema, concordando in toto con la denuncia della Società ligure di chirurgia, dissento fortemente dalla impostazione stessa della soluzione proposta dal prof Tardiola, che finirebbe per aggravare ancor più quell'abissale differenziazione di livello qualitativo e di costi che caratterizza il panorama nazionale tra Regioni c.d. forti e Regioni c.d. deboli.... Un esempio del metodo pattizio è già davanti agli occhi di tutti ed è stato lo scandaloso ripiano a spese dell'erario nazionale dei disavanzi accumulati da alcune Regioni. Credo peraltro che la soluzione stia nel richiamare ed applicare l'art. 51 della Costituzione in tema di parità di accesso agli Uffici pubblici e l'art. 97 della stessa Carta per quanto relativo alla imparzialità dell'Amministrazione (e quindi compresa quella regionale...e quella locale) ed alla condizione di accedere agli Uffici a seguito di concorso.... Il vero dramma è oggi quello di aver introdotto, in deroga ai principi costituzionali, il c.d. spoil system, mortificando le professionalità delle PP.AA. e distruggendo i corpi burocratici dello Stato, delle Regioni e degli Enti locali.
La proposta di legge per aumentare la permanenza in carica dei DG per periodi di tempo maggiori di 5 anni (7 anni), dovrebbe garantire l'elezione di persone affidabili per i due schieramenti politici. il maggiore problema è l'incapacità di liberalizzare un sistema che potrebbe esprimere, tramite il privato,di più in termini di efficacia e di efficienza, soprattutto al sud.
Come ogni legge fatta, viene immediatamente trovato l'inganno. Così, la legge Bindi che modificava le procedure per l'accesso alle carriere dirigenziali, apprezzabile per l'intento di ridurre l'ingerenza della politica, in realtà ha sancito la più spietata lottizzazione, fin nei gradini più bassi delle assunzioni. Nello specifico, la scelta di attribuire ai DG la "potestà" di nomina dei direttori, ha permesso di rendere ingiudicabile la scelta e i suoi criteri, quantunque espressi. Per fare un esempio, la scelta di ridurre a tre le domande del colloquio, con la scusa di non penalizzare per"par condicio" i concorrenti, ha in realtà permesso alle commissioni stesse (ergo ai DG) di far svolgere i colloqui a porte chiuse, salvo poi rendere i candidati tutti idonei. A tale proposito consiglio di far dichiarare ai vari uffici stampa delle ASL la percentuale di candidati non idonei (in altri tempi, tali candidati sarebbero stati, sommando le varie prove, almeno due terzi del lotto) ai concorsi per direttore. Soluzioni? Possibilità di far effettuare i colloqui aprendoli al pubblico; Dare tempi certi per l'indizione del concorso dalla disponibilità del posto stesso (6 mesi, un anno).