
Il maggioritario a turno unico può garantire il bipolarismo, ma non la governabilità. Il doppio turno favorirebbe entrambe le cose, ma non ha nessuna chance di essere adottato. La proposta Vassallo si muove sul terreno delle scelte possibili: riduce la frammentazione, ma non troppo; favorisce la credibilità delle opzioni di governo, ma può creare scricchiolii nel bipolarismo. Mentre il vero effetto della legge elettorale sulla qualità e l'impegno della classe politica dipende dal grado di concorrenza che si crea in contesti diversi.
Ho letto la proposta Vassallo e sembra, a me profano, piuttosto ingarbugliata. Ho vissuto parecchi anni in Francia ed ho avuto modo di vedere il doppio turno in azione. Mi pare poter riassumere così: al primo turno tutti i partiti si presentano separati e gli elettori votano col cuore; al secondo turno sono ammessi solo i candidati con più del 12.5%, in pratica si ritirano tutti tranne due, rappresentanti le principali coalizioni e con maggiore visibiltà; gli elettori allora votano con la testa e sanno chi votano. Così i partiti minori conoscono il loro peso, possono far valere il loro contributo ed ugualmente approffittare di situazioni di particolare inserzione nel territorio. Semplice e chiaro.
La sua descrizione del doppio turno è perfetta. Anch'io credo che sarebbe il sistema più semplice e con gli effetti migliori. Resta il problema su cosa fare se l'unica alternativa (politicamente) praticabile dovesse essere quella tra uninominale a turno unico e
qualche variante del proporzionale. Il mio pezzo sostiene che, rispetto agli effetti sulla selezione della classe politica, il
maggioritario è preferibile per l'accountability (ma forse non per l'eguaglianza di genere). Mentre il proporzionale potrebbe essere
preferibile in termini di governabilità a patto che (e queste sono condizioni irrinunciabili): 1) ci sia una rilevante soglia di
sbarramento (esplicita o implicita); 2) non ci sia premio di maggioranza (altrimenti si reintroducono le coalizioni modello circo
Barnum e il potere di ricatto dei piccoli).
Non è vero che "i regolamenti parlamentari permettono la formazione di piccoli gruppi non presenti sulla scheda elettorale". Il regolamento della Camera fissa in 20 il numero minimo di deputati necessario per formare un gruppo parlamentare e usufruire dei finanziamenti per il suo funzionamento. C’è una motivazione politica che giustifica quel numero: in un’assemblea di 630 membri, se si vuole uno svolgimento serio dei lavori occorre che un gruppo esprima una realtà anche se minima (20) con una certa consistenza. E' poi l’ufficio di presidenza della Camera che ha accordato «deroghe» per cui si sono costituiti (in questa legislatura) i gruppi parlamentari di Verdi, Udeur, Pdci, Rosa nel pugno, Dc, con pochi o pochissimi parlamentari, e lo stesso è stato fatto in passato.
È vero (grazie per la precisazione). Non mi ero dilungato sui dettagli per non appesantire il testo, anche perché il nocciolo del problema resta immutato: 1) nonostante i regolamenti fissino un minimo (comunque basso, pari al 3% dell'assemblea) di 20 deputati e 10 senatori per formare un gruppo, sono gli stessi regolamenti a fornire la scappatoia, prevedendo la possibilità di deroghe o
sotto-articolazioni del gruppo misto dotate di prerogative e visibilità politica; 2) i regolamenti non stabiliscono nessun legame
tra la presenza sulla scheda elettorale e la costituzione di un gruppo (cosa di cui si discute in questi giorni).