
Ha senso mantenere in attività la Stretto di Messina spa? E' un'impresa interamente in mano pubblica, costituita per promuovere e coordinare la costruzione del famoso Ponte. Ovvero di un progetto che è stato accantonato. Ma anche se si volesse riprenderlo, questa società non sarebbe necessaria perché non è operativa, e la progettazione e costruzione del Ponte sono in mano ad altre imprese. In compenso, secondo il bilancio 2006, tra dipendenti, amministratori, affitti e varie altre voci l'intero carrozzone costa circa 21milioni di euro l'anno.
Non solo non ha alcun senso mantenere la Societa promotrice, ma vi immaginate quale regalo faremo alla malavita organizzata. Ci pensi bene quel narcisista.
In concreto, se non è stata eliminata, resterà in vita. Il Ministro Di Pietro ha espresso l'intenzione di ridurne il personale e gli
amministratori ai minimi possibili, ma non mi risulta che la decisione finale a riguardo sia già operativa.
Con i migliori saluti
Carlo Scarpa
Di inesattezze francamente non ne ricordo, nè nessuno me ne ha fatte notare. Le cifre sono quelle. Sulla "eliminazione" dei dipendenti... Tralasciando il termine da lei scelto, da cui mi dissocio, non credo abbia senso tenere in piedi alcun posto di lavoro il cui salario non corrisponde a una qualche produttività. In una impresa che non produce alcun servizio, la produttività dei dipendenti è nulla (non per cattiva volontà loro... che c'entra?); ma allora non vedo perchè tenere in piedi tale impresa. Dopo di che, chiunque vede (ma di ovvietà cerco di scriverne meno possibile) che in una zona ad alta disoccupazione la tutela delle fasce deboli debba essere attenta, il che però ricade nella generale questione degli ammortizzatori sociali.
Venti milioni di Euro annui per dare un lavoro a 100 persone significa spendere 200 mila Euro per ciascuno di essi. Forse si può fare di meglio. Lascio che i lettori valutino chi sta parlando a sproposito...
Carlo Scarpa
Egregio Carlo, pensavo anche io come il suo articolo ma mi sono informato meglio (veda il sito di di pietro) e in effetti quello che ci fanno credere i giornali non è propriamente vero. di pietro ha gia' tolto le risorse alla societa', quindi lo stato non deve pagare quasi piu' nulla, resta la societa' in vita solo perche' se la si chiude si devono pagare centinaia di milioni di euro in penali.
Pienamente d'accordo. Voglio ricordare che c'è un precedente di pari gravità che deve far riflettere. La società, senza alcun motivo d'urgenza, ha appaltato l'opera solo due settimane prima delle elezioni che avrebbero deciso del suo futuro, creando così il fatto compiuto che ora viene addotto a pretesto del suo salvataggio. Astuto. Si tratta però di un atto sul piano amministrativo per lo meno "inopportuno" (in senso tecnico), censurabile dal punto di vista contabile e scorretto sotto tutti i punti di vista. E' allora - senza entrare nel merito dell'utilità del ponte - che bisognava protestare. Anch'io aspetto di sentire la Corte dei Conti, che comunque ha già parlato chiaro sul sistema delle Grandi Opere in generale (ponte e Mose inclusi), cf. la delibera ultima: http://www.corteconti.it/Ricerca-e-1/Gli-Atti-d/Controllo-/Documenti/Sezione-ce1/Anno-2007/Adunanza-c/delibera-7060-2007.doc_cvt.htm
Il divertente articolo di Carlo Scarpa dimentica di discutere un aspetto non secondario. Il contratto firmato da Stretto di Messina, società concessionaria del ponte, con al società vincitrice della gara d'appalto per la costruzione del ponte, Impregilo, contiene un penale molto onerosa per lo stato in caso di cancellazione dell'appalto, dell'ordine di 300 milioni di euro (non concosco la cifra esatta). Tale penale aggiunge una dimensione partcolare al problema: la penale diventa certa ed esigibile nel momento in cui lo stato dichiara cher il ponte non si fa più. Finora non lo stato non lo aveva fatto: si è limitato ad annunciare che il progetto "non era più prioritario", rinviando con un escamotage il pagamento della penale. Credo sia per questo motivo che il ministro Di Pietro si è opposto alla chisura della società. Ora i nodi vengono al pettine. Una questione sussidiaria che La Voce potrebbe porre è questa: il contratto è stato firmato pochi giorni prima della scadenza delle scorsa legislatura. Si sapeva che probabilmente il centro destra avrebbe perso le elezioni. Ci sono gli estremi di un danno erariale? Il nuovo governo era stato informato (dubbio che sorge per il fatto che ha poi confermato gli amministratori in carica)? Stefano Micossi
Caro dr. Micossi,
sono in parte d'accordo. Ma solo in parte. Credo esista una penale (ma perché il Ministro non pubblica le carte, così capiamo meglio?) ma non credo che si possa evitare di pagarla solo dilazionando il progetto sine die. L'escamotage (se così lo vogliamo chiamare) è semplicemente di non dire "non vogliamo fare il ponte" ma di rinviare la cosa alle calende greche? ovvero speriamo davvero di potere prendere in giro l'impresa per 100 anni?
Non sono favorevole al Ponte, spero con lei che qualcuno sia chiamato a pagare per il danno erariale, ma francamente spero anche che il nostro sistema legale sia immune da scappatoie del genere. Se il "trucco" di Di Pietro è tutto qui, sono un po' deluso... Ma come ho detto altre in un'altra risposta fin quando non ci fanno vedere le carte non posso dirlo davvero...
Cordialissimi saluti
carlo scarpa