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Commenti

UN PATTO DA RINAZIONALIZZARE*

di Charles Wyplosz, Categoria Europa, Data 24.10.2007

Anche dopo i cambiamenti introdotti nel 2005, il Patto di stabilità e crescita non costituisce la giusta risposta alla necessità di imporre ai governi una disciplina di bilancio. Meglio sarebbe affidare a ogni stato membro l'incarico di mettere a punto un meccanismo efficace di controllo del deficit, che si fondi su un maggior potere del ministero delle Finanze, una procedura di preparazione del bilancio in due tempi, l'impossibilità per il Parlamento di modificare il saldo di bilancio e l'istituzione di un'alta commissione di esperti con compiti di controllo.

COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • patto di stabilità
    Nome: postacchini  Data: 26.10.2007

    Ritengo che il patto di stabilità sia la cosa più sbagliata per la crescita dell'Europa, ossia vietare ai singoli paesi indebitati la possibilità di fare investimenti pubblici in infrastrutture significa rallentare la crescita dell'Europa, quindi se non si trova un'armonia nei singoli paesi non è il patto di stabilità lo strumento necessario. Soluzioni alternative nel commento "L'Europa e Sarkozy"

  • Patto di stabilità e bilanci nazionali
    Nome: Santina Bertulessi  Data: 25.10.2007

    Il patto di stabilità non è certo un meccanismo perfetto ma ha dato dei risultati discreti (le finanze pubbliche dell'UE e della zona euro sono migliorate (certo grazie alla crescita economica). Non trovo praticabile la strada di togliere sovranità ai Parlamenti in termini di bilancio, difficilmente accettabile le grandi democrazie europee. Si puo anche osservare con interesse la situazione di nuovi membri della UE (come la Polonia) che hanno reso incostituzionale il debito pubblico, ma di nuovo non mi pare una via praticabile politicamente. Ritengo invece che il Patto sarebbe più efficace se accompagnato a una procedura di bilancio comune/omogenea a tutti gli SM e con una comune tempistica, collegata ad un meccanismo di sorveglianza come quello del patto, dove, i due tempi indicati da Wyplosz potrebbero corrispondere prima a quello europeo e poi a quello nazionale.

  • Ognuno fa da se, ma rispettando le regole
    Nome: luca  Data: 25.10.2007

    Sono daccordo solo col fatto che bisogna meglio adattare il patto di stabilità alle esigenza nazionali. Per quanto riguarda poi le regole, l'Italia ne aveva di chiare e funzionali, scialacquate nel tempo, fino a consentire tutto ed il contrario di tutto. La costituzione prevede che ogni spesa va coperta dalle entrate: ciò non avvenuto. La costituzione prevede che i finanziamenti non debbano pagare spese correnti: una regola non applicata. La Bassanini ha distribuito molte competenze, legislative e fiscali, alle regioni: sono servite a duplicare, triplicare etc.., la burocrazia ed i costi. Basterebbe applicare le regole e tutto il marasma diventerebbe ordine.

  • meglio il Patto così com'è
    Nome: Alessandro Sciamarelli  Data: 25.10.2007

    Non mi convince la tesi di fondo. Si dice: L’obiettivo - la disciplina di bilancio - è lodevole, ma la sua realizzazione è alquanto discutibile. Non solo l’autore non cita un solo dato a sostegno di questa tesi, ma non si capisce bene in quale accezione, ovvero se il problema del PSC stia nella sua eccessiva durezza o, viceversa, nel suo lassismo e nella scarsa osservanza da parte di un ben noto gruppo di paesi "deficit-oriented" tra cui l’Italia. La mia modesta opinione, ma non sono il solo, propende per la seconda ipotesi. L’efficacia del PSC può essere, per gli economisti, valutata soltanto in relazione agli unici indicatori di finanza pubblica verificabili e convalidati da Eurostat. Mentre i cosiddetti "effetti delle riforme strutturali" sono per definizione di quantificazione piuttosto ardua; quanto può effettivamente essere imputato con oggettività econometrica, del tasso di crescita del Pil reale di un paese nell’arco di 5 o 10 anni alle "riforme" che un governo afferma di avere effettuato? Va da sé che si tratta di valutazioni estremamente discrezionali e che occorrerebbe non lasciare all’arbitrarietà di non meglio precisate "commissioni nazionali" di valutazione. Del resto, la Commissione europea esiste proprio per questo e credo si tratterebbe dell’ennesimo tentativo degli Stati membri di limitare il suo potere di controllo. Orbene, se consideriamo entrambe le ipotesi alternative (il patto non funziona perché: 1) troppo lassista; 2) troppo rigoroso con effetti negativi sulla crescita), in nessun caso il Patto sarebbe un fallimento. Da un lato, da quando il PSC è entrato in vigore (come protocollo annesso al Trattato di Amsterdam del 1997) non mi pare che la disciplina di bilancio dei paesi dell’area euro e dell’Ue 15 si sia particolarmente deteriorata e che il Patto non abbia funzionato, fatto salvo il periodo 2002-2005 che ha visto grandi paesi come Germania e Francia "sotto osservazione" per il deficit oltre il 2% del Pil (ma anche "sotto pressione" dopo un biennio di stagnazione molto serio). I progressi su deficit e debito sono lenti, ma costanti quasi ovunque. Dall’altro lato, non mi pare che il Patto abbia influenzato negativamente la crescita economica (questo è un argomento buono per i populisti di ogni colore), che tende a rallentare "strutturalmente" in Europa da ben prima che il Patto esistesse. Ricordo che nel 2003, allorché passò la riforma del PSC in una versione tutto sommato ancora "rigorista" rispetto alla proposta della presidenza italiana, che intendeva depotenziarlo del tutto, il nostro paese - guarda caso - stava proprio per essere iscritto alla poco onorevole procedura per deficit eccessivo. Lascio immaginare quali sarebbero le conseguenze per un paese come il nostro, in assenza del vincolo esterno e del potere sanzionatorio, ancorchè teorico, della commissione. (le sanzioni sono di natura politica in quanto comminate dal Consiglio Ue, non dalla Commissione cui spetta solo l’accertamento dei deficit eccessivi), derivanti da una sorta di procedura nazionale di "autocertificazione" (laddove questa ultima dovesse risentire di ulteriori pressioni politiche che da noi, si sa, non vanno mai escluse). Il limite del Patto, a mio avviso, non sta nella severità di natura sovranazionale derivante da un vincolo legato ai livello massimo di disavanzo cross-country, ma nel suo esatto contrario. Ciò non toglie che il Patto non sia esente da difetti, ma è una costruzione faticosa (come molte delle conquiste dell’Ue) che va difesa.