
Il percorso che ha portato all'accordo sulle istituzioni europee è stato tormentato, ma il risultato finale sembra soddisfacente. Migliora il sistema decisionale con la fine della presidenza a rotazione e i nuovi meccanismi di voto in Consiglio. Di fatto, l'Unione avrà un ministro degli Esteri e gli affari di giustizia e di polizia entrano a pieno titolo tra le politiche comuni. Il Consiglio europeo conferma il suo ruolo di decisore centrale, sempre più affiancato dal Parlamento, mentre si indebolisce la Commissione. Cooperazioni rafforzate e direttorio informale.
L'Italia perde posizioni in un'Europa che avanza. Forse si può sintetizzare così dal nostro osservatorio nazionale il senso dell'accordo raggiunto da Consiglio dell'Unione Europea a Lisbona. Da un lato, segna un rilancio del processo di integrazione con un profilo più elevato di quanto non ci si potesse aspettare dopo la bocciatura del Trattato costituzionale del 2004. Angela Merkel durante la sua presidenza non era riuscita ad andare oltre la dichiarazione di Berlino della primavera scorsa, nella quale auspicava una "nuova base comune" entro il 2009 da tutti interpretata come un Trattato di ridotte pretese e finalizzato a dare un minimo di funzionalità agli Organi di una Comunità arrivata a 27 Stati membri e a 450 milioni di abitanti. Lisbona ora fa registrare anche un recupero della carta dei diritti e delle politiche settoriali, pur con percorsi differenziati, togliendo tra l'altro dal dimenticatoio ove era finita la nozione di cittadinanza come valore fondante dell'Unione. D'altra parte, si deve purtroppo constatare il contestuale declassamento della posizione italiana, che non riguarda solo la perdita di rappresentanza parlamentare. Quando mesi fa Prodi ha sostenuto l'idea dell'Europa a due velocità, non pensava certo di finire in seconda fila e di dover assistere impotente alla nascita del direttorio tra Francia, Germania e Regno Unito, che hanno sottoscritto a Lisbona uno scontatissimo documento comune in materia economico - finanziaria. Può darsi che la diplomazia italiana si sia lasciata sorprendere e che non tutto sia perduto. Ma resta l'impressione che il declassamento sia conseguenza dell'atteggiamento ondivago tenuto in alcune scelte di politica estera, come pure della scarsa credibilità nelle politiche di risanamento finanziario.