
Una serie di chiarimenti sulle proposte di contratto unico di lavoro, salario minimo nazionale e contributo nazionale uniforme. I temi, lanciati e sostenuti da tempo sulle pagine de lavoce.info, fanno discutere e molti lettori hanno chiesto precisazioni. Ecco un primo abbozzo delle regole per una riforma che possa conciliare flessibilità e tutele e permetta di superare il dualismo fra contratti permanenti e contratti temporanei.
Vorrei sapere come si rapporta ora la vostra proposta sul contratto unico alla luce dell'approvazione del disegno di legge del governo che recepisce l'accordo con le parti sociali. Nello specifico, non credete che la previsione dell'obbligo di reiterare un contratto di lavoro a termine per una sola volta dopo 36 mesi sia già una parziale attuazione dei principi ispiratori della vostra proposta? Più in generale non credete che il protocollo vada visto come un inizio verso la direzione da voi auspicata con la proposta del "testo unico" sul contratto unico e che le lacune siano dovute al fatto che è un accordo tra le parti sociali e non un decreto legge?Grazie per lo spazio e buon lavoro.
La proposta Boeri-Garibaldi del contratto unico si muove nella condivisibile direzione di rimuovere le discriminazioni tra lavoratori che, pur svolgendo le stesse mansioni, sono soggetti a tutele anche molto diverse, spesso non per libera scelta individuale. Alcuni aspetti della proposta, tuttavia, non mi sono chiari. Primo: come rileva la fase "flessibile" del contratto unico nei confronti degli altri potenziali datori di lavoro? Se è irrilevante, in presenza di una larga quota di lavoratori permanenti al momento della transizione (quello che accadrebbe in Italia), l'incentivo per le imprese ad un utilizzo tipo "buffer stock" dei primi tre anni di contratto non cambierebbe molto. I giovani, in altre parole, continurebbero a saltare da un periodo iniziale all'altro. Secondo: perchè tre anni? Per uno screening sembrano molti, per dare flessibilità alle imprese diventerebbero inevitabilmente materia di scontro tra le parti sociali. Deve essere chiaro quale è lo scopo della fase iniziale. Terzo, ed ultimo: il salario del contratto unico sarebbe probabilmente materia di contrattazione collettiva. Quest'ultima non copre tutti i settori e tutte le categorie di impiego, ma mitiga il problema dell'assenza di un salario minimo. Più stringente rimarrebbe il problema del sostegno al reddito durante i periodi di disoccupazione, mediamente ancora molto lunghi nel nostro paese. Il nostro welfare, imponendo stringenti requisiti contributivi, tutela soprattutto i lavoratori stabili; pertanto, anche in presenza di una contribuzione uniforme, i lavoratori discontinui (si veda il primo punto), sarebbero a rischio di precarietà. Grazie per lo spazio.
Condivido la vostra proposta e ritengo necessario stringere il confronto con sindacati e sinistra, per capire dove stanno le loro obiezioni. Attenzione però alla semplificazione sull'aliquota contributiva unica al 33%: ricordatevi che la base imponibile contributiva del cocopro o partita-iva è calcolata diversamente e quindi più ampia di quella del dipendente.
Ponendo l'obiettivo di rispettare il naturale incontro tra bisogni reciproci, riteniamo che i due contraenti debbono esere lasciati assolutamente liberi di aprire e chiudere un rapporto di lavoro secondo la propria ed indiscutibile convenienza, in termini preventivi di durata, retribuzione ed eventuali indennizzi per ambo le parti in caso di parziale esecuzione. In uno scenario in cui entrambi i contraenti possono essere organizzati per categorie, al di fuori di un intervento regolamentare dello stato, riteniamo sia necessario eliminare l'obbligatorietà della contribuzione previdenziale, affinché ogni lavoratore possa provvedere autonomamente nelle forme che ritiene più opportune, e l'assurda applicazione di cunei fiscali che sono incostituzionali, incidono pesantemente sui costi di beni e servizi, e riducono la competitività sui mercati internazionali. Infine, il sistema sussidiario deve intervenire nei confronti di chiunque, cittadino italiano, lavoratore e non, giovane o anziano, si trovi nelle condizioni al di sotto del minimo economico complessivo ritenuto indispensabile, mentre deve astenersi dall'integrare i trattamenti pensionistici tramite la fiscalità generale.
La proposta sul contratto unico mi sembra decisamente buona, soprattutto associata com'è al salario minimo e alla contribuzione previdenziale unica. Certo vi potranno essere ulteriori suggerimenti, miglioramenti e integrazioni, ma intanto la sua semplicità ne fa un'ottima base di discussione. Temo però che proprio la sua chiarezza e razionalità siano le caratteristiche meno adatte a farla considerare in un paese come l'Italia che sembra amare molto complicarsi la vita con norme astruse e spesso contraddittorie... Un cordiale saluto e un augurio di buon lavoro.
Primo: riconoscenza a chi pensa proposte migliorative della situazione odierne poi, d'acchito, senza approfondimento, mi piace: non solo la semplificazione, che peraltro risolve la mortifera complessità attuale, ma anche la maggiore giustizia di base e un sentore di attenzione al merito
Ho 55 anni ed ho lavorato la maggior parte della mia vita a contratto ed in diversi paesi del mondo . A) Come cittadino mi vergogno che in Italia si stiano formando caste di lavoratori con trattamenti altamente discriminanti: lavoratori superprottetti ed altri "a perdere" senza nessun diritto. Il vostro contratto unico va nella direzione giusta , ma deve prevedere possibilita' di licenziamento piu' flessibile dell'attuale. B )La mia esperienza ( ho lavorato in differenti paesi ed ho perso 14 anni di contributi in Italia) mi dice che il lavoratore deve avere il diritto di scegliere come costruirsi la propia pensione.Una quota dei versamenti previdenziali vadano pure all' INPS per la pensione minima e solidarieta' , ma il lavoratore deve poter scegliere d' investire la maggior dei contributi per pensione in fondi pensione in Italia, all'estero od in conti tipo 401(k) americani .
La proposta formulata dagli autori è molto interessante ma, secondo il mio parere, si espone ad alcune critiche e considerazioni. Ad esempio, consapevole dell'autorevolezza degli autori, mi pongo una domanda: da dove deriva la durata del periodo di inserimento di tre anni? perchè non due, uno o 5? letteratura, evidenza empirica di buon funzionamento in altre nazioni o cosa?. Perchè il salario minimo deve essere uguale per tutti i tipi di contratto compresi quelli a progetto che sono di natura totalmente differente? come lo si spiega?. Quale senso può avere una commissione politica nel determinare il "salario minimo" (che tra il resto suona parecchio anacronistico)?. Bene il contributo previdenziale uguale anche perchè proprio non si capisce il perchè deve essere differente e così basso per contratti per natura discontinui (co.co.pro). La questione che però ritengo più imbarazzante riguarda il cambiamento che questo nuovo "contratto unico" porterebbe nella propensione dei "datori di lavoro" a offrire il nuovo modello invece che un classico co.co.pro. Perchè un datore di lavoro dovrebbe preferire offrire un "contratto unico" al posto di un co.co.pro?. E' inutile girarci attorno, per lavori che richiedono bassi skills un classico co.co.pro sarà sempre la soluzione ottimale per i datori di lavoro e soprattutto se il salario minimo sarà uguale a quello del contratto unico.
Nonostante tante buone intenzioni, si va sempre verso inutili soluzioni. I contratti esistenti sono buoni ma migliorabili. Non ne servono di nuovi. Basta imporre al datore di lavoro un contributo del 10% sullo stipendio lordo, da versare in un fondo a tutela dei precari, cui si attinga al termine del contratto fino ad uno nuovo, così da stabilizzare l'entrata economica, ed il giocoè fatto. Resterebbe precario il lavoro, ma non la possibilità di vivere, pagare i propri conti. Nel frattempo ci si adopera per trovare un lavoro che ci gratifichi, senza l'obbligo di accettarne uno che non ci piace ed in cui non ci si realizza professionalmente. Sarebbe il caso che ogni settore lavorativo, commercio, industria, assicurativo, bancario etc., si dotasse di un fondo alimentato dal datore di lavoro, ma abolendo l'art. 18 dello statuto dei lavoratori. Dicersamente il sistema resta bloccato e/o sbilanciato verso il lavoratore. L'equilibrio, simbiosi tra datore e prestatore di lavoro, è fondamentale.