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UN PASSO VERSO LA PUBLIC COMPANY *

di Enrico Baffi, e Paolo Santella, Categoria Finanza, Data 17.10.2007

La direttiva europea sui diritti degli azionisti rappresenta un'opportunità di ridurre i problemi di partecipazione degli azionisti che caratterizzano le società quotate italiane, attraverso un ricorso facilitato al voto per delega. Le disposizioni si possono applicare anche alle cooperative quotate e, dunque, alle banche popolari, che soffrono oggi di un deficit particolarmente grave di democrazia azionaria. Ma la raccolta delle deleghe è estesa agli amministratori: negli Stati Uniti è un meccanismo che ha permesso il funzionamento della public company.

COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Banche Popolari non quotate
    Nome: Tommaso Lorusso  Data: 28.10.2007

    Se attraverso le pubblic company si intende ampliare le forme di democrazia partecipativa nel sistema creditizio/finanziario italiano, ossia superare quella democrazia difficile o incompiuta citata dall'indimenticabile onorevole Aldo Moro, non sarebbe forse il caso di estenderne i contenuti anche alle Banche Popolari "non quotate"? Utilizzando forme associative che agevolino la partecipazione diretta di uno dei principali portatori d'interesse, i soci-dipendenti? Grazie. Tommaso Lorusso Presidente Assodip Banca Popolare di puglia e Basilicata - Altamura (BA) Tommaso Lorusso

    Risposta:

    Egregio Dott. Lorusso, la Direttiva 2007/36 sui diritti degli azionisti si indirizza alle società quotate e conferisce ai paesi membri la facoltà di estenderne l'applicazione anche alle società cooperative quotate. Cio' detto, nulla vieta al nostro governo e al nostro parlamento di estendere alle società cooperative non quotate le facilitazioni al ricorso al voto per delega contenute nella direttiva. Di tali facilitazioni potrebbero approfittare ovviamente anche i soci-dipendenti.

    Enrico Baffi e Paolo Santella

  • una perplessità
    Nome: michele giardino  Data: 23.10.2007

    Materia affascinante, non c'è dubbio, e titolo giusto: un passo innanzi. Ma mi chiedo quanti siano poi i passi realmente possibili almeno nell'immediato. Mi spiego. In ogni situazione nella quale si rende necessario organizzare volontà, inclinazioni, indicazioni, critiche, ecc.di una pluralità indistinta di soggetti in direzione di scelte e decisioni che qualcuno deve pur prendere o che ha già prese, spunta il dilemma della politica, che di queste situazioni è la più tipica. Vale a dire: conta di più la massima rappresentatività, oppure la massima efficienza decisionale? In politica, la questione è in sè,appunto, "politica"e ammette quindi una molteplicità di risposte. Ma in materia di gestione di imprese, tanto più se grandi e "public", le possibili risposte non sono tante e comunque vanno misurate su un interesse generale difficile da apprezzare da punti di vista strettamente individuali e quindi estremamente vari. Vi è da chiedersi dunque se al problema non vada cercata una soluzione che cerchi o inventi strumenti di aggregazione "intermedi", verosimilmente di tipo asociativo, che evitino la dispersione delle volontà individuali in mille rivoli, oltre tutto asolutamente inidonei a conseguire qualunque risultato. Un secondo interrogativo, di segno del tutto diverso, riguarda l'effetto che il disegno proposto potrebbe generare su chi investe "per comandare". Il nostro capitalismo notoriamente scarso di capitali(sti), ha escogitatato nel tempo una serie di meccanismi sostitutivi, magari ineleganti, ma che comunque ne hanno consentito e ne consentono il funzionamento e hanno comunque sostenuto una grande crescita. Il richiamo a modelli di governance propri di ambienti del tutto diversi, resta ovviamente importante, ma non mi pare basti per adottare sic et simpliciter gli stessi strumenti, che sono strettamente connessi (e storicamene determinati) appunto a ciò che caratterizza quegli ambienti e li differenzia profondamente dal nostro. Almeno per ora. Un passo in avanti, perciò, ma appunto: un passo...

    Risposta:

    A Michele Giardino, che ha commentato il nostro articolo, replichiamo dicendo che, circa il primo punto, l'intento di favorire il voto per delega , intento che caratterizza la direttiva, va proprio incontro al bisogno espresso dal Giardino: massima rappresentatività e massima efficienza gestionale.
    Sul secondo punto,e cioè sul bisogno di capitali per la borsa, vi è da dire che una borsa i cui vigano regole efficienti e siano superati i meccanismi inefficienti di controllo, è capace di raccogliere molti più capitali, in particolare tra gli investitori istituzionali, di una borsa disciplinata da regole e usi inefficienti.
    Si nota già oggi quasi un disinteresse degli investitori istituzionali per la borsa italiana.