Dopo un anno e mezzo di governo si può provare a trarre un primo bilancio della politica scolastica .........
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
riforma Moratti
Nome: Giovanni CominelliData: 24.10.2002
Checchi e Jappelli affermano che l’elemento più innovativo del progetto Berlinguer era “la soppressione della distinzione tra formazione generalista (i licei) e formazione indirizzata all’occupazione (gli istituti tecnici e professionali)” presuppone un giudizio di fatto, secondo il quale oggi disporremmo di due canali, quello liceale e quello professionale, e un giudizio di valore: che è buona cosa abolirli.
Ora, la realtà della scuola italiana è la seguente: esiste una canale liceale che “funziona” e un canale tecnico-professionale che non prepara alla professione e che genera dispersione.
Se le cose stanno così, la risposta a questo scacco non può essere la riproposizione della soluzione gentiliana: facciamo un enorme liceo e, alla fine, proponiamo percorsi professionalizzanti. E’ la risposta della licealizzazione universale, già proposta da B. Brocca e già fallita.
La risposta sta, all’opposto, nella costruzione di un secondo canale degno di questo nome, collegato al primo da passerelle bidirezionali. Che era, poi, il modello delle tesi dell’Ulivo del 1996.
Ma, forse, occorrerebbe prima definire meglio i giudizi di fatto.
La scuola italiana versa in una crisi sempre più profonda.
Sul versante della qualità, le indagini internazionali, ultima il PISA, ci collocano al 25 posto sui 32 paesi dell’OCSE.
Sul versante quantità, essa disperde, al livello del diploma, circa il 50% della generazione in età, al livello della laurea circa il 90%. Nella scuola di base entra un fiume, esce un ruscello allo sbocco del diploma, qualche goccia a quello della laurea.
Alla dispersione si deve aggiungere il fenomeno dell'evasione dell'obbligo, soprattutto al Sud, e quello della fuga dal post-obbligo, soprattutto al Nord.
Quali sono le cause dello scacco?
- una cultura élitista, di origine idealistica e gentiliana, che continua a privilegiare l’alta cultura umanistica rispetto alla cultura del lavoro, della produzione, delle professioni; (cfr. dibattito tedesco di fine Ottocento tra Kultur e Arbeit e quello, tutto interno alla sinistra, tra Concetto Marchesi e Antonio Banfi nel secondo dopoguerra: la sinistra è gentiliana e non lo sa!)
- una pedagogia centrata sull’insegnare invece che sulla concretezza della persona che apprende, secondo propri itinerari e tempi;
- un centralismo statalistico e amministrativo, che riduce gli istituti scolastici a terminali locali di un Ente centrale, escludendo la famiglia, la società, il territorio;
- una rigida organizzazione dei percorsi scolastici, che rende impossibile il recupero dei fallimenti e il passaggio ad altre filiere formative.
Si potrebbero riassumere in una sola causa: noi continuiamo, soprattutto per quanto riguarda la scuola superiore, ad avere a che fare con la scuola di Giovanni Gentile: una scuola pensata per un altro tempo storico, per un altro sistema economico e sociale, per un accesso elitario, non di massa, all’offerta formativa.
E’ evidente che una tale scuola è incapace di fungere da motore della mobilità sociale. Riproduce la struttura di classe in entrata. Così almeno dicono le ricerche di Roberto Moscati sui laureati.
Quali riforme sono necessarie, allora?
I due canali, reciprocamente collegati, uno più liceale, uno più tecnico-professionale. La resistenza del mondo politico e della cultura accademica a costruire questo assetto è la maggior responsabile del fallimento sociale della scuola. E’ alla fine della scuola media che avviene la divaricazione tra la minoranza privilegiata e la massa destinata alla sottoistruzione e alla dispersione. E ciò perchè, mentre, per un verso, non appare realistico orientare verso il liceo classico tutta la platea di alunni, per l’altro verso, la bassa qualità formativa degli istituti tecnici e professionali (quand’anche fossero ridenominati “licei”!) non invoglia a continuare gli studi. Donde lo scacco.
Del resto, il resto d’Europa cammina in questa direzione, non da oggi, con risultati straordinari, almeno al fine di limitare la dispersione.
La conclusione, per quanto concerne la politica: l’originario impianto di Luigi Berlinguer è stato progressivamente svuotato dalle resistenze interne alla stessa maggioranza dell’Ulivo. Quanto a quello della Moratti, che torna a ribadire il doppio canale, in continuità con le tesi dell’Ulivo del 1996, deve anch’esso fare i conti con le resistenze diffuse e trasversali della cultura pedagogica dei ceti politici e sindacali e dei ceti accademici.