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Per una riforma radicale dell'università

di Roberto Perotti, Categoria Scuola e Università, , Data 20.11.2003
Il sistema universitario italiano non è più riformabile. Serve un cambiamento globale che spazzi via concorsi, valore legale della laurea, accesso gratuito, finanziamento assicurato e posto a vita per i docenti. Da sostituire con il riconoscimento del ruolo centrale della ricerca e con la consapevolezza che ogni ateneo deve assumersi la responsabilità delle sue scelte didattiche e organizzative. Solo così si svilupperà una competizione capace di premiare i ricercatori e le sedi migliori e garantire più efficienza e più equità. Come già avviene in Gran Bretagna.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Riforma radicale o Rivoluzione sanguinosa?
    Nome: Saverio Staffieri  Data: 24.11.2003
    Come in tutte le rivoluzioni il sangue verrebbe versato soprattutto dagli innocenti. Le università, sono organizzazioni dirette a fornire servizi importanti per la qualificazione e la promozione del territorio di riferimento, e per i cittadini che vi risiedono. Trovo molto autoreferenziale pensare ad un ateneo, bene pubblico, come se fosse un ente privato posseduto dai docenti e dal personale tecnico. Questi hanno solo il compito di farle funzionare nell'interesse pubblico. Se i gestori sono incapaci o colpevoli, vanno corretti o puniti o sostituiti questi. Non vanno privati di risorse nè chiusi gli atenei. Non si deve farla pagare ai cittadini che dovrebbero riceverne i servizi: attualmente non possono neppure influenzare in maniera efficace le scelte operate dagli atenei insistenti sul loro territorio. Bisogna fornirgliene gli strumenti ed aiutarli ad acquisire la capacità di usarli. Non si può far finta di credere che, se degli atenei chiudessero, tutti i loro potenziali utenti potrebbero trasferirsi a studiare altrove, ed arricchire così la propria esperienza. I costi dei fitti, per citare solo una delle maggiori voci di costo, nelle sedi universitarie più ambite, sono già insostenibili per una fetta notevole della popolazione studentesca, almeno un 30% degli studenti residenti al Sud; diverrebbero ancora più esclusivi se si provocasse un'ulteriore concentrazione dell'offerta. Anche se si riuscisse a rimediare con un grande programma di costruzione di alloggi per gli studenti in pochissimi anni (con i denari presi da dove?), resterebbe il problema del depauperamento di risorse umane, organizzative e finanziarie, e soprattutto di speranze, dei territori privati dei loro atenei "mal gestiti". Se i politici vogliono le università nella loro provincia, ed ottengono in questo il consenso entusiasta dei loro elettori, qualche buona ragione politica ce l'avranno. Per di più, hanno buoni esempi di diffusione capillare degli istituti d'istruzione superiore in lungo e in largo sul territorio nazionale, proprio nella patria del libero mercato. Una proposta di riforma che voglia avere successo, non può fare a meno di cercare di coniugare le diverse esigenze presenti sulla scena.
    Risposta:
    Capisco le sue considerazioni, ma non condivido due sue affermazioni: "Se i politici vogliono le università nella loro provincia, ed ottengono in questo il consenso entusiasta dei loro elettori, qualche buona ragione politica ce l'avranno." Sono sicuro che i politici abbiano le loro ragioni, il punto e' se i loro incentivi coincidano con quelli dei cittadini, soprattutto qualora i cittadini abbiano di fronte un menu di scelte adeguate. Se la scelta e': un' universita' nella citta' X o nessuna universita' in X, capisco che molti cittadini di X siano in favore di una sede universitaria nella loro citta'. Ma se la sceltae': universita' in X, o nessuna universita' in X ma una universita' migliore nella citta' Y a 50 chilometri, forse la scelta dei cittadini potrebbe essere diversa. "Per di più, hanno buoni esempi di diffusione capillare degli istituti d'istruzione superiore in lungo e in largo sul territorio nazionale, proprio nella patria del libero mercato." Se si riferisce agli Stai Uniti, sono d' accordo, ma questo conferma il mio punto: l' universita' del Montana sta ad Harvard University come una squadra di promozione sta al Real Madrid. E nessun cittadino del Montana si sognerebbe di pretendere che una parte di Harvard traslochi in Montana.
  • sì è proprio un'azienda
    Nome: Nicola Bordignon  Data: 24.11.2003
    Quello che lei descrive (complimenti!) è assolutamente il funzionamento di un sistema privato con attori che sono responsabilizzati su un fine. Ma il fine che riuscirebbe a comprendere tutti quelli da lei menzionati sarebbe il profitto, pur in presenza di contributi pubblici e di finanziamenti al consumatore. E allora perchè negare la proprietà privata delle università? Se le università fossero private chi sceglie i professori sarebbe un manager licenziabile, chi gestisce l'università un board passibile di azione di responsabilità, chi mette i soldi un azionista con aspettative di ritorno sul capitale investito (esiguo visto che l'università riceve contributi e iscrizioni prima di effettuare i pagamenti e non abbiasogna di grandi infrastrutture - bel business l'università in un mondo competitivo). Le università, se mal gestite, non devono solo "sparire" bensì "fallire". E bene parlar chiaro quando si tratta di riforme ambiziose e soprattutto quando ci si attende che i burocrati si trasformino in attori economici responsabili. Cordialmente Nicola Bordignon
    Risposta:
    Personalmente sono d' accordo con lei. Non c'e niente di sbagliato, sia economicamente sia eticamente, nell' idea di una gestione privatistica dell' universita'. Ma, anche se le universita' private in Italia non sono proibite, l' idea di una privatizzazione generalizzata sarebbe un anatema, e con zero probabilita' di successo. (con questo non voglio dare l' idea di illudermi che la mia proposta abbia probabilita' di successo molto superiore allo zero). C'e' poi un possibile problema - molto specifico al nostro paese - con un sistema universitario completamente privatizzato: come per giornali, televisioni, case editrici, e squadre di calcio, immediatamente ogni universita' si sentirebbe in dovere di identificarsi con i vari Berlusconi, Agnelli, De Benedetti, o con questo o quel partito politico. Non so quale potrebbe essere una soluzione a questo problema, ma temo che sia un timore realistico in un paese dove sembra impossibile starnutire senza mettere (o farsi mettere) un' etichetta sopra lo starnuto.
  • dissenso
    Nome: rosario NICOLETTI  Data: 24.11.2003
    Si afferma spesso che il difetto principale dell’università italiana risieda nella nequizia dei professori, e l’articolo non si discosta molto dalla vulgata. Inizierò con il contestare (utilizzando gli stessi dati) la prima delle affermazioni:che l’università non produca buona ricerca. Si dice testualmente:”ha fallito il primo obiettivo” che è appunto quello di “produrre ricerca di qualità”. La tabella n.3, che riguarda la ricerca universitaria, va letta per quello che i dati rappresentano, e non per quello che l’autore desidera che rappresentino: sono esposti alcuni numeri aventi già al primo sguardo lo stesso andamento, allo scopo di rafforzare la dimostrazione della solita tesi (professori neghittosi ed incapaci). In realtà, i punti 1,2,3 sono tre modi per esprimere l’identico fatto: la produttività (concetto che nulla ha a che vedere con la qualità) dei docenti italiani è inferiore (metà) a quella dei colleghi inglesi. Il punto 4 ci dimostra invece (al contrario di quanto afferma l’autore) che la qualità (se l’indice scelto è quello adatto, e su questo si può consentire) non è molto dissimile: la differenza tra 4,5 e 3,8 corrisponde a meno del 16%: considerando problemi di lingua e della maggiore circolazione di informazione nel mondo anglosassone la differenza di qualità mi sembra irrisoria. Anzi, può suscitare meraviglia che dopo trenta anni di cattive leggi sull’università, che hanno inciso in modo perverso sul reclutamento, la qualità sia ancora non inferiore a quella di altri paesi. Vi sono diverse buone ragioni per giustificare una così rilevante differenza nella produttività scientifica, da tenere però distinta dalla sua qualità. La mia esperienza riguarda “La Sapienza” e può differire da quella di colleghi di altre sedi. I dati presentati nella tabella si riferiscono ad anni piuttosto recenti: dalla metà degli anni ’60 in poi è stato un susseguirsi di leggi e leggine (chiamati talvolta “provvedimenti urgenti”) che hanno allargato i ruoli dei docenti in modo automatico o semiautomatico, senza cioè passare per quei concorsi oggi (giustamente) tanto vituperati. Solo che si confondono i termini: nel passato (oramai lontano) i concorsi erano spesso una cosa seria. Oggi, attraverso un continuo decadimento, e da quando sono diventati “locali”, i concorsi sono semplicemente risibili. Questo ha abbassato la competitività ed ha determinato la consapevolezza che è inutile lavorare e che è meglio occuparsi di politica (magari universitaria) o di sport. Se si è simpatici e ben accetti, un concorso locale ad hoc non mancherà. Ma vi è un altro aspetto anche più importante, e che riguarda l’organizzazione della ricerca universitaria. In molte discipline a carattere sperimentale il lavoro è condizionato e poggia su due pilastri: studenti motivati di vari livelli, che preparano le tesi (laurea o dottorato), “borsisti”, in una parola, personale giovane ed organizzazione. Quest’ ultima deve essere una rete che va dalla distribuzione della posta e dei materiali per il laboratorio alla gestione di biblioteche e di apparecchiature anche sofisticate, senza i quali mezzi non è concepibile la ricerca attuale. Entrambe questi pilastri sono malfermi: il secondo dovrebbe essere più correttamente considerato inesistente. Per carità di patria non voglio descrivere quel che accade negli attuali Dipartimenti. Posso solo dire che quanto viene fatto di lavoro di ricerca richiede un tempo triplo o quadruplo di quello che sarebbe necessario in un ambiente organizzato. Si comincia con i ritardi della posta (la distribuzione all’interno de “La Sapienza” richiede una quindicina di giorni), e si prosegue provvedendo direttamente a contattare fornitori, tecnici esterni ed a quanto altro è necessario di lavoro ausiliario e di segreteria: all’occorrenza si provvede di persona a sgombrare e riordinare locali. In realtà vi è di che stupirsi se la produttività dei docenti italiani è solo metà di quella dei colleghi britannici. Mi spiacerebbe concludere senza una parola sulla proposta dell’autore dell’articolo: liberalizzare selvaggiamente (o se si preferisce completamente) tutto il settore universitario. La proposta ha il suo fascino: ma è indispensabile far notare che i (mostruosi) concorsi, ultima generazione, sono proprio nati dall’idea di mettere in competizione le sedi universitarie. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. L’idea che, in deroga ad usi e costumi secondo i quali gli avanzamenti in carriera ed i guadagni non dipendono mai o quasi mai dai meriti, possa esistere un’isola felice (o infelice?) nella quale la vita è regolata da modelli di vita del tutto estranei (almeno da trenta anni a questa parte), mi sembra un’idea a dir poco bizzarra. Vorrei chiudere facendo osservare che per risanare veramente l’università è necessario risanare l’Italia intera. Alcuni semplici regole quali la selezione dei migliori, il riconoscimento dei meriti senza tener conto dello schieramento di appartenenza, la conseguente accettazione dell’autorità, andrebbero ripristinate in tutte le attività del nostro Paese.
    Risposta:
    Lei dipinge un sistema universitario italiano corrotto, inefficiente, quasi caricaturale; allo stesso tempo, sostiene che un sistema cosi' fallimentare e' riuscito a produrre costantemente ricerca di livello mondiale. Come e' possibile? Il solito genio italico, che le difficolta' ambientali spronano verso sempre piu' alte vette del sapere umano per mostrare la via del progresso al resto del mondo? Se cosi' fosse, ho una ricetta infallibile per rafforzare ulteriormente il nostro primato nella ricerca mondiale: corrompiamo ancor piu' il nostro sistema, introduciamo ulteriori distorsioni, per porre ostacoli vieppu' insormontabili alle giovani menti italiche, che dal rinnovato cimento traggano la linfa spirituale e intellettuale per nuovi ineguagliati traguardi. In realta', l' affermazione che l' universita' italiana produce ricerca di qualita' comparabile a quella dei migliori sistemi universitari stranieri va contro qualsiasi indicatore disponibile: se non e' convinto dai miei dati, un recente studi di Confindustria curato da Giulio de Caprariis, e basato su un' analisi dettagliata delle singole discipline in oltre venti paesi, forse la convincera'. La sua affermazione va anche contro la ragionevolezza: quanti economisti, medici o fisici americani vengono a studiare, insegnare o lavorare in Italia, e quanti italiani invece vanno in America? E va contro l' opinione di tutti gli studiosi del mondo, i quali non si sognerebbero nemmeno un secondo di porre sullo stesso piano il sistema italiano e quelli anglosassoni (eccetto forse in singole discipline come gli studi danteschi o l' archeologia romana. per ovvi motivi): possibile che tutto il resto del mondo si sbagli? Certo, esiste un' altra possibilita'. Il resto del mondo non si sbaglia: semplicemente e' impegnato in una gigantesca macchinazione: come molti altri in Italia, lei sembra imputare la differenza residua nei risultati della ricerca ad una congiura anglosassone per impedire alla ricerca non scritta in inglese (o non fatta da anglosassoni) di farsi valere. L' importante e' crederci.
  • approvazione
    Nome: Carlo Rodini  Data: 23.11.2003
    Complimenti, sono pienamente d'accordo che il sistema è irriformabile. Il suo progetto è pieno di fiducia ed essa è un sentimento costruttivo. Cordialmente.
    Risposta:
    Grazie
  • domanda
    Nome: bastiano sanna  Data: 23.11.2003
    Mi chiedo come sia possibile adottare il metodo dei prestiti studenteschi tipico di sistemi anglosassoni (dove i laureati pero' trovano in fretta un lavoro ben retribuito) nel sistema italiano dove i laureati (di qualsiasi disciplina) stentano a trovare una occupazione (che sara' probabilmente mal retribuita). Cordiali saluti Bastiano Sanna
    Risposta:
    Grazie per il commento che aiuta a chiarire un punto importante. E' esattamente per il motivo da lei esposto che ho proposto un sistema per cui i prestiti vanno restituiti in base al reddito conseguito dopo la laurea.
  • Sano di mente?
    Nome: David Piovano  Data: 21.11.2003
    Scusate la durezza, ma il Professor Perotti è pazzo?, soffre di una qualche sindrome autolesionista?, ha pronto un biglietto per l'estero?. Toccare questi Santuari, suvvia Professore, si dedichi all'analisi economica, ci parli di debito pubblico, citi il fatto che le Università non sono abbastanza finanziate. Vabbè, poi ci sono alcune Università non proprio all'altezza, ma si sa, l'Italia è il paese dei mille campanili. Piccola esperienza personale. Ho lavorato nell'ufficio Programmazione e Controllo di una grossa Università del nord... Ho resistito 10 mesi, poi ho preferito dedicarmi al settore rifiuti. In 10 mesi il lavoro più significativo che ho portato avanti è stata un'analisi dei costi legati ai servizi di portineria delle varie sedi dell'Università (sempre U maiuscola nelle relazioni dott. Piovano, mi raccomando...). Consiglio di Amministrazione e Senato Accademico, che per un buffet a margine di convegno spendevano quanto un dipendente di portineria guadagna in un anno si erano messi in testa di "ottenere economia di gestione ottimizzando il servizio di portineria e vigilanza". Saluti Cordiali
  • E' molto più semplice
    Nome: Federico Ferro-Luzzi (professore II fascia - IUSN01, Facoltà di Economia, Università degli studi di Sassari)  Data: 21.11.2003
    Non sono d'accordo praticamente su nulla di quanto detto nell'articolo, tranne la necessità di abolire il valore legale della laurea, in vero il resto verrebbe da se. Non sono d'accordo sull'analisi relativa ai non frequentanti, poiché questi poi intasano gli orari di ricevimento (per non dire le mail) del professore, che comunque se ne dovrà fare carico. Non sono d'accordo sulla retribuzione "a punti": chi l'ha detto che un ottimo ricercatore vale di più di un grande didatta? Non è vero che solo i ricchi vanno all'università come studenti e che i poveri restano "vicino casa": basta vedere Roma uno (dove ho fatto, e faccio ancora, il "servo della gleba" al mio Maestro...cosa di cui sono contento poiché sono per la baronia, n.d.r.) per rilevare come oltre la metà degli studenti vengono da regioni anche "lontanissime". La verità è che solo i ricchi possono fare i professori, poiché bisogna essere mantenuti per anni, decenni, prima di essere retribuiti "decentemente" (cosa che, in vero, non avviene mai: per fortuna faccio l'avvocato altrimenti dovrei vendermi gli esami per una vita decente). Da ultimo: assolutamente contrario alla "mobilità" (nel senso di un sistema che non contempli l'inamovibilità del professore incardinato). La libertà di insegnamento deriva in via esclusiva dalla certezza di non dover compiacere il Consiglio di Facoltà, l'Ateneo, il Ministero, il Governo od altro. La notoria conflittualità della categoria (mi riferisco, ovviamente, ai professori) rende assolutamente inipotizzabile un sistema basato sulla incertezza del posto. Ho detto, inizialmente, che ero d'accordo solo su di una cosa: ho mentito (l'ho detto: sono un avvocato), sono d'accordo su due. Concordo con l'assoluta inutilità della valutazione della Crui (conosco solo questa: sono autovalutatore della mia Facoltà). Contrariamente a quanto sostiene questa (crui - riunione dei valutatori) ritengo che una facoltà che laurei il 100% degli iscritti abbia completamente fallito la sua missione. Aver fatto laureare, ad esempio, quel 10% che non ha avuto il coraggio di scegliere la facoltà preferita per non far un dispiacere ai genitori (accade ancora, vi assicuro) è un fallimento; aver fatto laureare quel 10% che si iscrive per non andare a lavorare "e vedere di nascosto l'effetto che fa" è un fallimento, etc. Tra il serio e il faceto (ma sulla sorte dell'università ritengo sia rimasto, ormai , solo da ridere). Federico Ferro-Luzzi
    Risposta:
    Non ho mai proposto una retribuzione a punti, anzi esattamente l' opposto: ogni universita' sceglie di retribuire chi vuole quanto vuole. Alcune universita' possono privilegiare l' insegnamento e pagare di piu' dei bravi insegnanti, altre la ricerca e pagheranno quindi di piu' bravi ricercatori. Altre pagheranno di piu' il figlio dell' amico e si condanneranno all' estinzione. L' inamovibilita' della cattedra c'e' in tutti i sistemi universitari del mondo. Ma in quelli che funzionano la cattedra a vita ("tenure" nei sistemi anglosassoni) viene concessa solo alle persone che hanno dato buona prova di se' - in termini di ricerca o di insegnamento, o di entrambi - per parecchi anni. Infine, concordo pienamente con la sua affermazione che nell' universita' possono insegnare solo i figli dei ricchi, un dato di fatto credo sotto gli occhi di tutti. Ma mi sembra che questo rafforzi la mia affermazione secondo cui l' universita' attuale e' fatta soprattutto per i ricchi.
  • mmm
    Nome: Giovanni Sala  Data: 20.11.2003
    Perotti: Bella la battuta sul Trap, sarà micca invidia perchè ad Empoli non ne vinci una?
    Risposta:
    Grazie. Ma l' Empoli nelle ultime due giornate ha vinto con il Parma e pareggiato con il Perugia, facendo piu' punti della Juve (per i non iniziati, Perotti e' il nuovo allenatore dell' Empoli).