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Chi lavora in famiglia?

di Tito Boeri, e Daniela Del Boca, Categoria Famiglia, / Pro e Contro, Data 10.05.2007
E' l'anno delle pari opportunità e si sostiene da più parti che occorre aumentare il lavoro delle donne. Ma in Italia già oggi lavorano più degli uomini. Lo fanno senza essere pagate, nella cura della casa e dei famigliari. E quando lavorano per un salario spesso rinunciano ad avere figli. Se vogliamo davvero aumentare il benessere di più della metà degli italiani c'è bisogno di misure che riconcilino lavoro e responsabilità famigliari per le famiglie a basso reddito. Proponiamo di introdurre un contributo alle spese per i servizi di cura dei bambini piccoli e/o degli anziani. Non convince invece nè l'idea di diminuire le tasse delle donne e alzare quelle degli uomini nè quella di introdurre un quoziente famigliare.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Tassazione familiare
    Nome: Marco Di Marco  Data: 14.05.2007
    Proposta importante, che affronta un nodo cruciale. Sono d'accordo a introdurre forme di credito d'imposta rimborsabile (imposta negativa) applicate ai redditi familiari. Infatti, non è possibile utilizzare l'attuale irpef individuale come strumento anti-povertà (nella no-tax area non si possono percepire trasferimenti). Le forme di imposta negativa superano questa grave limitazione. Se ai redditi familiari si applica una scala di equivalenza, come nella vostra proposta, si può anche notare una certa affinità 'formale' con il quoziente familiare, almeno al di sotto della soglia minima, dove l'imposta netta varierebbe in funzione della composizione della famiglia e del numero di figli (lo dico sperando in un accoglimento bi-partisan della vostra proposta). Se capisco bene, escludete le famiglie monoreddito. Se è così, temo che gli effetti redistributivi siano perversi: a parità di figli, le coppie monoreddito riceverebbero meno delle bireddito, anche quando queste ultime fossero meno povere. Condivido il timore che la tassazione a livello familiare possa provocare effetti di incentivo al tempo libero del secondo percettore. Tuttavia sospetto che, al di sotto di una soglia minima di reddito familiare, quando non sono pienamente soddisfatti bisogni molto più importanti del tempo libero, l'offerta di lavoro delle donne con figli sia scoraggiata più dall'assenza di asili nido e dalle scarse opportunità di occupazione che dall'assenza di incentivi all'offerta di lavoro femminile (come quello che voi volete introdurre). Inoltre, vedo una difficoltà tecnica a gestire l'esclusione delle coppie monoreddito: dovendo infatti erogare il beneficio ai monogenitori, si rischia di incentivare separazioni fittizie, mancati matrimoni etc... Secondo me sarebbe preferibile introdurre un'imposta negativa sui redditi familiari equivalenti di tipo universale (cioè, una specie di quoziente familiare per i più poveri).
  • Perchè le aziende non assumono donne
    Nome: Barbar Bondavalli  Data: 14.05.2007
    Sono un imprenditrice e vorrei sottolineare che c'è solo un motivo per cui le aziende non assumono donne che sono quasi sempre più brave degli uomini. Il costo della maternità. Es: nel maggio 2006 una mia operaia (ex 3 liv. ccnl metalmeccanica artigiani) è entrata in maternità anticipata. Il costo per la mia azienda comprensivo di: 20% di lordo, rateri ferie, rol, tfr tredicesima, festività per 11 mesi + tfr per il congedo parentale di 1 mese è stato di quasi 6000 euro al netto degli sgravi per l'assunzione in sostituzione di maternità. Si tratta del 10% del mio utile annuo. Nell'azienda lavora anche mio marito, abbiamo due figlie e vorremmo mangiare anche noi e non lavorare per pagare i figli delle altre. La maternità deve essere una responsabilità collettiva, fino a quando rimarrà a carico delle aziende in maniera così pesante io non assumerò più donne e tanti fanno già come me. Quindi, invece di parlare di sgravi fiscali per le donne che lavorano e di quote rosa, provate a pensare al modo di rendere la maternità a carico dell'INPS, magari cercando di punire in maniera seria e scoraggiare le malattie finte (altre grave problema per le aziende di cui nessuno parla).
  • modello svedese
    Nome: Filippo Proietti  Data: 14.05.2007
    E se a lavorare in famiglia fosse anche l'uomo? Sempre, in Italia, quando si parla di “pari opportunità” e di problemi per le donne a reinserirsi nel mondo del lavoro dopo la gravidanza, si permane nell’ottica unilaterale “famiglia = donna”. Se però, oltre alla madre, come parte attiva nella famiglia, si considerasse anche il padre, allora si otterrebbero risultati migliori insieme a un notevole cambio di prospettiva. E questa non è un’utopia. Nei paesi scandinavi - e di recente anche in Germania – entrambe i partner sono impegnati nella cura del neonato. In Svezia il padre, continuando a percepire l’80% dell’ultimo stipendio, è obbligato a rimanere a casa col figlio. In Germania i genitori possono allevare il proprio bambino per 14 mesi, e il papà può scegliere di prendere congedo dal lavoro per un periodo dai due ai sette mesi mantenendo il 67% della propria retribuzione. A questo si aggiunge una forte diffusione degli asili nido per i bambini sotto i tre anni. In Germania, grazie all’impegno del ministro della Famiglia Ursula von der Leyen, i kindergarten entro il 2013 saranno triplicati. In Italia esiste un’agevolazione per il padre a rimanere a casa col figlio, ma è esigua e poco allettante. Incentivi di tipo “scandinavo” permettono un più veloce reinserimento delle donne nel mercato lavorativo, un aumento dei figli - e di giovani genitori - nonché un vero e proprio cambio di marcia nelle politiche di genere. Cosa che delle reali politiche delle pari opportunità dovrebbero avere almeno come sfondo.
  • bell'idea!
    Nome: stefano guidoni  Data: 13.05.2007
    la proposta esposta nell'articolo è sicuramente degna di attenzione, mentre quella di alesina e ichino mi sembra onestamente impraticabile e, come è stato messo in luce, possibile fonte di effetti perversi. non mi convince molto, invece (ma è probabile che mi sbagli) l'attribuzione della causa dell'aumento del tasso di partecipazione e di occupazione femminile (solo) alla riforma del '74, perché si sottostimano i cambiamenti culturali avutisi nel corso degli anni '70, secondo me in buona parte dipendenti da ragioni economico-sociali più "profonde" e di lungo termine.
  • Aiutare le donne
    Nome: Giuseppe Caffo  Data: 13.05.2007
    Una donna che mette al mondo dei figli si fa carico di un evidente grosso impegno fisico,economico,esistenziale. Ovviamente viene penalizzata ad ogni livello sul piano lavorativo.Il punto a mio avviso è aiutare veramente MOLTO le donne che crescono figli e lavorano o vogliono lavorare.Sono persone da rispettare e ammirare particolarmente in un paese che pullula di scansafatiche.Gli aiuti proposti nell'articolo mi sembrano blandi.Il problema è veramente centrale.
  • Quoziente Famigliare
    Nome: Ettore Navone  Data: 11.05.2007
    L'osservazione relativa al quoziente famigliare non mi convince perchè * la tassazione del reddito famigliare (cumulo del reddito) aumentando l'aliquota media sul reddito famigliare (oltre ad essere incostituzionale, come fu dimostrato) faceva "costare" di più in termini fiscali ogni lira (di allora) di reddito addizionale (tipicamente il lavoro femminile) * la proposta di quoziente famigliare diminuendo l'aliquota media sui reddito (famigliare o individuale, i componenti della famiglia possono essere tutti a carico di un genitore o 50/50 in caso di genitori che lavorano) fa "costare" di meno in termini fiscali ogni euro di reddito addizionale (incentivando il lavoro femminile e maschile)
    Risposta:
    Il quoziente familiare comporta l'applicazione all'intero reddito familiare dell'aliquota media che sarebbe dovuta sul reddito procapite dei componenti della famiglia (reddito ottenuto dividendo il reddito familiare per il numero dei componenti) corretto e cioè aumentato per tenere conto che il vivere insieme comporta dei risparmi sui costi fissi (abitazione, riscaldamento, ecc.) e cioè delle economie di scala. L'aliquota media che si ottiene è quindi sicuramente più bassa rispetto a quella che si avrebbe sempre con riferimetno al reddito familiare (inteso come cumulo di tutti i redditi dei familiari), nel caso di applicazione dell'imposta individuale. Ma se si considerano i singoli redditi individuali questa aliquota media può essere più bassa di quella individuale (e lo è sicuramente nel caso dell'unico percettore in una famiglia monoreddito) e può essere anche più alta, con riferimento al reddito individuale del coniuge a più basso reddito. L'effetto di disincentivo viene generalmente misurato però non con riferimento all'aliquota media, ma all'aliquota marginale. ci si chiede cioè quanto pesa l'imposta non già su tutto il reddito ma su una variazione del reddito, variazione che si può avere, nel reddito familiare, quando un coniuge che prima non lavorava decide ora di lavorare. In quest'ottica, se si ragiona nell'ipotesi che il coniuge in questione sia la moglie, si va a vedere la variazione dell'imposta che deriva dall'aggiunta del reddito femminile a quello del marito. Se si ragiona in questi termini esattamente come nel cumulo, in presenza di progressività dell'imposta il reddito femminile aggiuntivo è colpito da un'aliquota marginale più alta con il quoziente. Speriamo che quanto sopra sia chiaro. Cordialmente
  • troppi bassi i limiti
    Nome: Antonello Oliva  Data: 11.05.2007
    Condivido pienamente i contenuti e lo spirito/obiettivi della proposta, il limite che vorrei sottolineare è che spesso nelle proposte di sostegno al reddito dei meno abbienti (di qualsiasi tipo esse siano) c'è un approccio un po' troppo "neo-pauperistico". Voglio dire che, anche se è fatto solo come esempio, lo capisco, il limite di 10.000 euro (sia netti che lordi non cambierebbe) è un limite inutile ai fini dell'efficacia redistributiva/di sostegno, chi li guadagna? Un genitore single (prevalentemente donna) che vive in una grande città può aver bisogno di un sostegno anche se guadagnasse, diciamo 20-25.000 euro annui, ovvero fino a circa 2.000 euro al mese, visti i costi di affitti, carenze di asili, ecc. non è che una madre-single in queste condizioni navigherebbe nell'oro e si può stimare un costo per il bambino pari a circa 6-700 euro al mese. Lo so che il costo per l'erario sarebbe elevatissimo, ma altrimenti... cui prodest? cordiali saluti antonello oliva, roma
    Risposta:
    Sono soprattutto le donne con redditi più bassi a faticare oggi ad entrare nel mercato del lavoro. E per le famiglie con redditi medio-bassi gli asili costano meno di 600-700 euro al mese. In ogni caso, nel momento in cui si renderessero disponibili altre risorse riducendo altra spesa corrente, la soglia potrebbe essere innalzata.
  • sempre la domanda
    Nome: riccardo boero  Data: 11.05.2007
    Purtroppo ancora una volta si devono leggere proposte, che seppure meno deliranti di quella di discriminare i contribuenti in base al sesso (e per i trans?), ricorrono sempre al vecchio trucco dell'elemosina statale per agire sul lato della domanda. Riflettendo sulle probabili reazioni del mercato alla forzatura statale del credito di imposta per la cura di familiari infanti o non autosufficienti, viene subito da pensare al nuovo ingresso di un gran numero di donne (o uomini naturalmente) su un mercato del lavoro gia` asfittico e assediato dall'immigrazione. Se da un lato e` proprio cio' che gli esimi Autori cercano di provocare, dall'altro non vanno dimenticate le pressioni al ribasso sui salari, conseguenti a un improvviso e rapido aumento dell'offerta di manodopera. Il provvedimento del credito d'imposta risulterebbe dunque neutro per molti soggetti e penalizzante per chi non ha la fortuna di avere figli infanti o anziani non autosufficienti. Molte manovre diventano possibili: pagare al minimo (non imponibile) un familiare per occuparsi dell'infante, beneficiando cosi' del credito d'imposta sul proprio lavoro. Ma soprattutto si introdurrebbe un altro ennesimo "entitlement", e peso per le disastrate finanze statali, che seppure di entita` modesta (ma destinata a crescere in un'eventuale crisi economica, che moltiplicherebbe il numero di redditi bassi o non imponibili), non sarebbe poi facile rimuovere senza estenuanti conflitti sociali. A tutto vantaggio del solito stantio incremento della domanda, che provoca inflazione monetaria e sostiene le varie bolle immobiliari, azionarie etc etc A tutto vantaggio altresi' di un ulteriore aumento demografico, che in un paese sovrappopolato come il nostro e` la prima causa di disoccupazione, conflitti sociali, degrado ambientale etc etc Grazie di una cortese risposta.
    Risposta:
    L'aumento dell'offerta di lavoro formale porta ad un aumento della base contributiva. Qui c'è un effetto doppio: più donne che lavorano per un salario e più servizi di cura remunerati anzichè forniti in modo informale. Cordialmente