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Privatizzazione, la parola magica

di Gianni De Fraja, Categoria , Scuola e Università, Data 15.01.2007
Privatizzazione completa e totale di tutte le strutture di ricerca e di istruzione terziaria: la soluzione ai mali estremi dell'università italiana. Alcuni atenei potrebbero essere ceduti a istituzioni straniere, altri chiusi o trasformati in spa e poi venduti in Borsa, regalati alla popolazione oppure organizzati in cooperative. Con i fondi risparmiati si potrebbero finanziare borse di studio, ricerca di base e progetti specifici. E nel lungo termine ne deriverebbe una valorizzazione del patrimonio e della tradizione culturale italiana.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Più Abolizione Valore legale del Titolo
    Nome: Dorigo Giacomo  Data: 17.01.2007
    Bene la privatizzazione, ma con contestuale abolizione del valore legale del titolo. Per evitare che rimanesse solo un sogno si potrebbe introdurre la privatizzazione in modo graduale, per esempio all' inizio tenendo uno o due grandi atenei pubblici per regione e cominciando a privatizzare i più piccoli, per poi piano arrivare anche ai più grandi.
    Risposta:
    il valore legale del titolo di studio e' un anacronismo, che gia' tutti i privati e molti settori dell'amministrazione pubblica, tra cui le universita', ignorano legalmente (mi riferisco alla legge che autorizza gli atenei a chiamare professori esteri di "chiara fama", indipendentemente dal fatto che abbiano o meno una laurea). e' chiaro che una riforma cosi' radicale del sistema universitario spazzerebbe via questo e altri simili anacronismi. d'accordissimo: privatizzazione graduale e' senz'altro meglio di niente, che sono sicuro è cio' che avverrà.
  • Controproposta, ripartiamo dal basso
    Nome: Gino Loker  Data: 16.01.2007
    Lei parla di privatizzazione come se le Università fossero enti di proprietà dello Stato. Un ente come era l'Eni o l'IRI o la Cassa depositi e prestiti oggi. Mi sembra che giuridicamente la situazione sia un po' diversa. Le Università infatti sono enti autonomi con propri ordinamenti. Sono finanziate dallo Stato, ma i vertici politici/amministrativi e le regole fondamentali (pur all'interno della disciplina nazionale) sono stabiliti in maniera autonoma. Perciò come potrebbe lo Stato vendere una cosa non sua? Se ne dovrebbe prima riappropriare e poi procedere alla vendita, posto che si possa individuare un acquirente. Vengo dunque ad una controproposta. Perchè non rendere le università maggiormente autonome? Perchè rendere le Università capaci di poter dare ai professori a seconda del loro rendimento, di differenziare i curricula didattici, di "vendersi" secondo la propria mission? Perchè ad esempio il reclutamento dei giovani non viene realizzato secondo un sistema come quello che usano in molti settori scientifici in America? Si crea una lista di aspiranti. Si fà una convention che funziona tipo una "fiera" in cui i giovani si vendono alle università e viene stilata una graduatoria tipo il ranking dell'NBA. Chi si piazza meglio in classifica può scegliere la sede che offre di più. Sono piccole cose, ma potrebbero migliorare molto il sistema ed eliminare in parte (non del tutto) le inefficienze dell'attuale sistema. Allo stesso modo perchè non inizia a pensare ad un modo per incentivare quelle università in cui gli studenti che si laureano sono più bravi degli altri? Nell'attuale sistema non si premiano le università con i migliori laureati, ma con il maggior numero di laureati. Oggi credo che l'insegnamento universitario sia arrivato al livello più basso di sempre in termini di qualità. Grazie
    Risposta:
    Siamo d'accordo. diamo completa autonomia agli atenei, di scegliere le rette di iscrizione, i suoi dipendenti, la sua struttura di studio (senza, per fare un esempio imporre il 3+2 il 4-4-2, o la difesa a zona), le lauree che offre, la sua governance. Questa e' la proposta di Checchi e Jappelli su la Voce del 15/1, e sono d'accordissimo con voi tutti che sarebbe un enorme passo in avanti. Si noti pero' che in questo modo le universita' sarebbero solo formalmente pubbliche, visto che si comporterebbero esattamente come i privati, e fatto 30, io farei anche 31, privatizzandole anche formalemte, per due motivi: primo si tirano su un po' di soldi, secondo si impedisce a un futuro governo di riprendersi il controllo del sistema universitario. Ultimo punto: un meccanismo che premia le universita' che offrono laureee migliori c'e', e si chiama mercato: l'esperienza dell'US e dell'Inghilterra (dove le rette sui Master sono a tutti gli effetti libere) dice che funziona molto bene, e risponde davvero in fretta a cambi di qualita'.
  • Privatizzare=disinformare
    Nome: Davide Vittori  Data: 16.01.2007
    Non vorrei sembrare troppo filiosofico e di conseguenza lontano dal problema di fondo posto,credo in modo provocatorio, nell'articolo; tuttavia mi domando come sia possibile avere una completa libertà di informazione,di studio e di conoscenza se ad un privato, con interessi specifici da tutelare, viene data la possibilità di comprare una università. Esempio: Bill Gates,nel suo ateneo, potrebbemai insegnare ad usare software alernativi come Linus che ne minano il suo effettivo monopolio? Silvio Berlusconi potrebbe permettere ai suoi insegnanti storia di essere imparziali sviluppando una coscienza che non sia dettata dalla sua appartenenza politica? Un qualsiasi industriale 'liberista' e americano (ma è solo un esempio) permetterebbe mai l'insegnamento di una disciplina quale l'economia ecologica che inisiste su problemi amibentali,dato che il suo paese si rifiuta di firmare il protocollo di Kyoto? E non assistiamo noi ad invasione di economisti liberisti, nonstante non sia privata l'università in Italia, frutto di un insegnamento a-dialettico e unilaterale nelle facoltà? La risposta è NO, oggettivamente NO
    Risposta:
    Se Bill Gates vuole fondare una scuola di addestramento Microsoft lo può fare. Ma se vuole essere ricordato fra due secoli come un filantropo fondatore di una delle venti migliori università del mondo, dovra' permettere alla "sua" univerrsita' di competere per avere gli scienziati migliori. E, saro' un inguaribile romantico, ma rimango dell'idea che tra gli incentivi che funzionano per molti accademici (non tutti, ma una proporzione tale da costituire una massa critica), ci sia si' il salario, ma anche la liberta' di scegliere le aree di ricerca su cui lavorare. Quindi ho fiducia che un sistema in cui ci sono una manciata di universita' "personali" sarebbe efficace.
  • Privatizzazione
    Nome: Giulio Auriemma  Data: 16.01.2007
    Ormai credo che in Italia, vista la sorte delle "privatizzazioni" all' italiana, siano in pochi a credere alla magia della parola. Comunque lette le prime righe dell' articolo mi ha colpito una riflessione. "Chi paghera?". Infatti concordo con il fatto che molte Università private americane possano essere interessate ad entrare nel mercato italiano, forse, ma ne dubito, comprando qualche frammento di istituzione italiana. Ovviamente questo è pensabile se il livello della "tuition fee" è lasciato adeguarsi al mercato. Negli USA il livello della tuition pagata da undergraduate students è tra 10000 e 20000 $/anno. In prospettiva il milione circa di studenti delle università italiane dovrebbe pagare qualcosa dell' ordine di 10 mld di euro/anno, invece di circa 1 mld che paga adesso. Certamente con i circa 5 mld di euro che lo stato risparmierebbe all'anno si potrebbe finanziare un bel numero di borse di studio, ottenendo magari anche il risultato di diminuire la percentuale dei laureati dal 12% (media europea 24%) a forse l'8-9%. Un bel risultato, non c'è che dire!
  • Alcuni dubbi
    Nome: Michele S.  Data: 16.01.2007
    La sua proposta è interessante, tuttavia non viene presa in considerazione l'ipotesi che la qualità dell'istruzione si abbassi per attirare studenti da laureare facilmente. Già adesso esiste una migrazione di studenti da sedi prestigiose a istituti più piccoli e più facili in modo da laurearsi facilmente. Dopotutto la validità legale della laurea è la stessa sia in un università con una sua storia sia in un istituto più facile. Le aziende quando vedono un 110 e lode confrontato con un 100 non si vanno a chiedere se esiste una differenza di preparazione dovuta alle due università, ma valutano solo il numero.
  • Cominciamo dai bilanci
    Nome: Tommaso Sinibaldi  Data: 16.01.2007
    Mi sembra una provocazione, ma utile. Propongo un primo passo, comunque da fare, non traumatico, anzi comunque necessario e doveroso: dotiamo le Università di bilanci. Attualmente, per quanto ne so, le Università presentano qualcosa che assomiglia ad un conto economico, ma in genere tortuoso, poco leggibile e non uniforme. Non hanno poi del tutto uno Stato Patrimoniale. Potremmo cominciare da qui: Ho, in un commento ad un articolo di Perottti , avanzato la proposta di formare dei Consigli di Amministrazione delle Università composti in maggioranza da "esterni" all'Università; Mi sembra sempre valida e del tutto coerente con quanto sopra detto.
  • Privatizzazione, la parola magica
    Nome: Luva Cataldi  Data: 16.01.2007
    Segnalo questa frase estratta dall'articolo: Il principio generale, però dovrà essere che quello della perdita dei posti di lavoro è un problema meno serio che in molte privatizzazioni passate. In primo luogo, i confronti internazionali suggeriscono che in Italia il settore è troppo piccolo, non troppo grande: entro dieci anni dalla sua privatizzazione il settore universitario italiano impiegherebbe più personale, non meno. In secondo luogo, se un ateneo venisse chiuso, gli ex-dipendenti faranno meno fatica a trovare un nuovo lavoro di minatori o macchinisti di treno. Un bidello, un segretario, una direttrice di un ufficio amministrativo hanno più flessibilità. I professori più interessati all'insegnamento potranno lavorare nelle scuole secondarie, quelli più interessati alla ricerca in altri atenei, in Italia o all'estero. La previsione che "entro 10 anni dalla sua privatizzazione il settore universitario italiano impiegherebbe più personale, non meno" mi sembra proprio destituita di fondamento e l'esempio proprio offensivo oltre che dettato da malanimo evidente: "gli ex-dipendenti faranno meno fatica a trovare un nuovo lavoro di minatori o macchinisti di treno" saluti
    Risposta:
    La frase accusata non e' dettata da malanimo, ma semplicemente dall'osservazione che il grado di speciallizzazione tecnica e professionale di un macchinista o di un minatore e molto piu' difficile da trasferire, allo stesso livello economico e di carriera, in altri settori industriali, di quanto non lo sia la capacita' di fare fotocopie, organizzare e dirigere un ufficio, o insegnare a una classe di 30 ragazzi. Per quanto riguarda la dimensione del settore universitario, l'Italia e' al di sotto di altri paesi di livello economico simile come spesa in ricerca e in istruzione terziaria, quindi in un sistema non sottoposto a vincoli di bilancio pubblico, mi aspetterei un aumento im linea con il resto d'Europa.
  • Universita' e privati
    Nome: stefano  Data: 15.01.2007
    I risparmi li si girerebbero ad esimi pseudo insegnanti-dottorandi che al posto di correggere i quiz della Bocconi, spendono il loro tempo in importanti interventi su La Voce. Uno dei peggiori articoli mai letti su La Voce. Qualcosa di piu' nuovo ed elaborato? Grazie Stefano P.
  • La parola magica: elevare
    Nome: Giuseppe Rossi  Data: 15.01.2007
    Leggo con piacere che non ho brutti pensamenti. Nel mio piccolo ritengo che il mondo produttivo potrebbe essere molto interessato alla scuola, non solo universitaria, ma anche quella ex superiore. Non è una novità, già imprenditori illuminati e benestanti hanno finanziato la costruzione di scuole di ogni ordine e grado affidandole, di volta in volta, a fondazioni o a enti religiosi o a enti pubblici. Solo grazie a questi si è potuto mantenere e tramandare un buon livello d'istruzione per diverse generazioni. Certo l'accesso era riservato a pochi, i più fortunati per censo, altri per lungimiranza dei genitori che si tolsero il pane dalla bocca, ma quando è intervenuto lo stato, anni 60, con l'accesso generalizzato all'istruzione, giusto e dovuto, è stato un disastro. La scuola sforna, non per colpa loro, ma per colpa nostra, una gran massa d'ignoranti, ragazzi incapaci di sopportare le difficoltà della vita a causa del lassismo educativo ed impreparazione di cultura. La scuola richiede prima impegno dei docenti che la devono ritenere una missione di trasmisione del sapere, secondo lasciare sui cancelli ogni forma di ideologia e spiegare ai dicsenti asetticamente tutte le ideologie, infine pretendere dagli studenti il massimo impegno. Sono convito che se si ritornasse all'antico (privati) ed in aggiunta consistenti finanziamenti dello stato per congrue borse di studio (criterio meritocratico) anche d'importo graduale in funzione del reddito familiare (facilitazione ai capaci meno abbienti) da spendere in scuole ed università a scelta, le scuole, poste in copetizione, in poco tempo sapranno dare quello che tutti normalmente si aspettano. P.S. Precisazione doverosa diretta a chi lo merita. Nella scuola ci sono ancora tanti buoni insegnati, ma sono spesso impediti a svolgere compiutamente il proprio lavoro. Sento di molti che vogliono lasciare al più presto perchè non trovano più un ambiente ideale per lo svolgimento del loro compito.