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Trasporto pubblico locale: si può spendere meno

di Francesco Ramella, Categoria , Infrastrutture e Trasporti, Data 21.08.2006
Dopo la toccata (e fuga) nel settore dei taxi, verrà il turno del trasporto collettivo locale? A settembre, in occasione della riunione della cabina di regia sui trasporti, potremo verificare la volontà del governo di procedere sulla strada delle liberalizzazioni e della riduzione della spesa pubblica con l’apertura al mercato di un comparto economico che presenta un elevato livello di inefficienza.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Una richiesta
    Nome: beppe gamba  Data: 22.08.2006
    Dati e analisi molto interessanti. Sarebbe anche utile conoscere, per completezza, il livello di prezzo della corsa pagata dagli utenti inglesi e i dati sul numero di passeggeri trasportati, ovviamente parametrati alle diverse condizioni. Infatti, se indubbiamente il trasporto pubbico locale italiano presenta ampi spazi di "ottimizzazione" dei costi, all'utente e all'amministratore pubblico interessa (dovrebbe interessare) anche la qualità e quantità dell'offerta.75852
    Risposta:
    Gentile sig. Gamba, facendo riferimento alle due aziende messe a confronto nell’articolo, il prezzo medio pagato da un utente di First Mainline risulta pari a circa il doppio di quello sostenuto da un cliente di ATAF. La domanda soddisfatta risultava pari (dati 1998) a 289 milioni di passeggeri-km per l’azienda italiana ed a 210 per quella inglese. E’ possibile, almeno in prima approssimazione, attribuire alla differenza di livello tariffario il divario di utenza fra le due aziende: ipotizzando un’elasticità della domanda pari a –0,3 ed un raddoppio del ricavo medio per passeggero-km, il numero di passeggeri-km di ATAF si ridurrebbe da 289 a 206 milioni.
  • Un dubbio
    Nome: Gianni Cottogni  Data: 22.08.2006
    "Peraltro, tale evoluzione non ha comportato significative conseguenze negative..." Che il passaggio del trasporto dal pubblico al privato possa avere ricadute positive sull'inquinamento, sugli incidenti e sui tempi di percorrenza mi sembra piuttosto improbabile. Se tali effetti sono stati riscontrati nelle realtà prese in esame, sono certo che il tutto sia dovuto a motivazioni altre (e.g.: modifiche della viabilità, leggi sulle emissioni) che l'articolo non considera.
    Risposta:
    Gentile sig. Cottogni, per quanto concerne l’inquinamento atmosferico, l’esperienza inglese mostra come la quota parte di domanda soddisfatta dal trasporto collettivo sia un fattore scarsamente rilevante ai fini dell’evoluzione della qualità dell’aria. Il fattore largamente prevalente risulta infatti essere il progresso tecnologico. Sebbene la maggior parte della popolazione sia convinta del contrario, la qualità dell’aria nelle nostre città è oggi nettamente migliore rispetto al passato grazie ai miglioramenti intervenuti sia nel campo dei trasporti che in quello industriale, della produzione di energia e del riscaldamento degli edifici. Analogamente, per quanto riguarda la sicurezza stradale, l’evoluzione nel lungo periodo vede come fattori più rilevanti il miglioramento tecnologico dei veicoli ed il controllo e la repressione delle violazioni del codice della strada. In Gran Bretagna, negli ultimi cinquanta anni, la pericolosità del trasporto su strada, misurata come rapporto fra n° di morti (o feriti gravi) e traffico complessivo, si è ridotta del 90%. Il numero di decessi è passato da un massimo di circa 8mila del 1965 a 3.200 nel 2004. Non si riscontrano risultati migliori nei Paesi ove il trasporto pubblico soddisfa una quota più elevata di domanda. Infine, con riferimento al tempo medio di percorrenza, all’interno delle maggiori aree urbane della Gran Bretagna nel decennio successivo alla deregulation, lo spostamento di una quota di domanda dal modo di trasporto collettivo, più lento, a quello individuale, più veloce, ha determinato una riduzione del tempo medio degli spostamenti per lavoro (da 21,3 a 20,1 minuti) pur in presenza di un aumento del tempo di percorrenza in auto.
  • tpl
    Nome: carlo iannello  Data: 22.08.2006
    Gentile Autore, ho letto con vivo interesse il Suo articolo sul trasporto pubblico locale. Condivido gli stimoli a introdurre maggiore efficienza nella gestione delle imprese di tpl. La tesi di fondo sostenuta tutttavia non mi convince: il settore dei servizi pubblici di trasporto locale non può essere né deregolamentato, né può essere aperto alla concorrenza nel mercato. Da un punto di vista teorico si potrebbe forse osservare che ci troviamo in un settore dove ha ancora valore la nozione di monopolio naturale (i casi in cui sarebbe possibile la concorrneza fra più imprese per le medesime tratte sarebbero limitati). Inoltre, la cocnorrenza nel mercato determinerebbe il cd. effetto di cream skimming, ossia la concentrazione delle imprese nelle tratte economicamente remunetarive e l'abbandono di quelle non remunerative. Se le politiche pubbliche devono anche porsi come obiettivo la della tutela dei cittadini svantaggiati, come quelli che abitano in aree meno sviluppate, con minore densità di popolazione, e in cui non sarebbe economicammente conveniente per un'impresa privata la garanzia di corse frequenti e di qualità, la soluzione sarebbe una sola: porre a carico del settore pubblico le tratte non remunerative. Ma questo contraddirebbe la motivazione di fondo di queste politiche, che si pongono come obiettivo la diminuzione del costo posto a carico della colletività. In alternativa, si potrebbe decidere di disenteressarsi di tali tratte ed abbandonare i cittadini alla loro capacità di auotorganizzazione; ma quali sarebbero gli effetti sociali di una simile scelta? Distinti saluti, Carlo Iannello
    Risposta:
    Gentile sig. Iannello, provo a rispondere alle sue osservazioni “teoriche” evidenziando alcuni elementi empirici che hanno caratterizzato l’evoluzione del trasporto collettivo locale in Gran Bretagna nel periodo successivo alla riforma. 1) Quale che sia il livello di concorrenza nel settore, a seguito della deregulation l’efficienza della produzione è drasticamente aumentata. In particolare, nell’ambito delle maggiori aree metropolitane dove operava in precedenza un monopolista pubblico, i costi di produzione sono stati pressoché dimezzati. 2) La deregulation non ha comportato tagli dell’offerta. Al contrario. Non sono state registrate significative variazioni sotto il profilo della “distribuzione territoriale” dei servizi. La variazione più significativa ha riguardato le aree rurali dove la quota di persone che abitano a meno di 6 minuti dalla più vicina fermata è cresciuta dal 74% al 77% tra il 1986 al 1998. Per quanto concerne la frequenza dei servizi, la percentuale di fermate con meno di un servizio per ora è diminuita dal 14% al 10% mentre è cresciuta dal 28% al 34% la quota di fermate con frequenza di passaggio maggiore di un bus ogni 15 minuti. 3) Per quanto concerne la “tutela dei cittadini svantaggiati”, come ha scritto Marco Ponti: “La gran parte degli utenti [del trasporto pubblico] sono oggi studenti, anziani, casalinghe, impiegati nelle aree centrali delle città distolti dall’uso dell’auto dalla congestione. Queste categorie hanno redditi molto articolati al proprio interno; e certamente non contraddistinguono più le categorie “svantaggiate” sul piano strettamente economico. Inoltre sono molto frequenti effetti perversi della struttura fiscale del settore: basse tariffe pubbliche e alta pressione fiscale sull’automobile. Le categorie operaie, o del terziario meno remunerato, risiedono e lavorano in aree periferiche ai grandi centri; si muovono dunque non sulle linee radiali, ben servite (e servibili) dal trasporto pubblico, ma lungo percorsi tangenziali periferici, in cui l’uso dell’auto propria non ha alternative. Questi automobilisti di fatto sussidiano, con le loro tasse, i “commuters” che si recano nelle aree centrali, dove le retribuzioni (o i consumi) sono di livello più elevato”. Si potrebbe aggiungere che gli stessi blue collars finanziano con le tasse sui loro stipendi le generose retribuzioni dei dipendenti del settore del trasporto collettivo. 4) L’attuale organizzazione del trasporto collettivo locale in Gran Bretagna prevede l’affidamento tramite gara con contribuzione a carico degli enti locali di alcuni servizi in area a domanda debole non remunerativi per le aziende (circa il 15% dell’offerta complessiva); sono inoltre previsti rimborsi alle aziende per la vendita di titoli di viaggio a prezzo ridotto per alcune categorie di utenti: l’applicazione di tariffe scontate per gli anziani e per gli studenti è garantita rispettivamente dal 97% e dal 48% delle autorità locali; prezzi ridotti per gli studenti sono inoltre praticati abitualmente dalle aziende su base commerciale. Hanno infine diritto all’acquisto di titoli di viaggio a prezzo ridotto tutti i disabili (circa 1,5 milioni di persone). 5) Se i costi di produzione dell’azienda che opera nella città di Firenze fossero allineati a quelli della azienda di Sheffield, il deficit verrebbe azzerato senza ridurre di un solo chilometro il servizio prodotto e senza aumentare di un centesimo le tariffe praticate (e, ad esempio, riducendo di un terzo l’ICI pagata dai fiorentini).
  • deregulation
    Nome: vito ayroldi  Data: 22.08.2006
    "A differenza di quanto accaduto a Londra ed in altre città del nord Europa, nelle città inglesi ove è stata posta in essere la deregulation è infatti proseguita dopo la riforma la riduzione del numero di utenti del trasporto collettivo" Anche solo questa sarebbe, mi pare, una ragione sufficente a non perseguire la strada da lei sostenuta, vista la congestione da traffico privato nelle nostre aree metrolpolitane.