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Un’università allo stremo

di Luigi Guiso, Categoria Scuola e Università, , Data 07.06.2006
E' coralmente accettato che l'Università italiana è allo stremo. Al di là di sporadiche voci a difesa dettate da interessi di bottega, gli osservatori indipendenti - a cominciare dal Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi - concordano sul decadimento della nostra accademia. Nelle graduatorie internazionali non vi è traccia delle università italiane: scomparse. Non ve ne è alcuna tra le principali dieci al mondo; ma neanche tra le principali dieci in Europa
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • Informazione per gli studenti
    Nome: Carlo  Data: 09.06.2006
    Gentile prof. Guiso, nel suo articolo, così come in molti altri contributi relativi ai mali dell'università italiana e alle possibili strategie per combatterli, si fa riferimento alla necessità di introdurre maggiore concorrenza fra le università. Io credo che per raggiungere questo scopo sia indispensabile raccogliere e pubblicare dati accurati su cosa fanno e quanto guadagnano i laureati delle singole facoltà di tutte le varie università. La pubblicazione periodica di studi del genere è indispensabile per consentire agli studenti che devono iscriversi una scelta consapevole, che a sua volta innescherebbe un circolo virtuoso. Infatti, tutti gli studenti vorrebbero andare presso le università che garantiscono migliori possibilità di lavoro, e queste università dovrebbero ricorerere a una selezione con numero chiuso. Inoltre le altre università sarebbero stimolate a milgiorare la loro offerta formativa (e i loro servizi di placement!) andando incontro alle esigenze del mercato. In fin dei conti, quelli che pagano il prezzo più alto a causa dei mali della nostra università sono (siamo) gli studenti che laureati, anche con buoni voti, non trovano lavoro se non sotto pagati. Sarebbe giusto, quanto meno, informarli prima e metterli in condizione di decidere se, cosa e dove studiare, avendo una idea di cosa li aspetta dopo la laurea. Forse le università fabbriche di disoccupati a vita comincerebbero a perdere iscritti... Saluti
  • universitò allo stremo
    Nome: Francesca Traldi  Data: 09.06.2006
    Egregio Prof.re Guiso, Ho ventisei anni e ho da poco concluso un dottorato di ricerca e non posso che condividere tristemente le sue parole.Non solo l'università italiana è incapace di produrre ricerca ma anche di produrre elite. Senza un elite un paese non può che essere votato alla rovina! Il complicato meccanismo di crediti figlio della riforma Berlinguer ha dimostrato la propria inefficenza e a oggi mi chiedo se, alcuni anni dopo l'entrata in vigore della Riforma universitaria sia possibile rimediare agli errori compiuti.
  • gli effetti perversi del
    Nome: ada  Data: 09.06.2006
    ...la lista dei problemi del sistema universitario è certo condivisibile; mi domando però quanto sia fondato il modello per il quale se liberalizziamo l'accesso all'offerta didattica, allora le università saranno spinte verso la frontiera della ricerca. perché ciò sia vero ci vogliono una serie di pre-requisiti, tra cui studenti orientati alla mobilità, e servizi che la permettano; datori di lavoro capaci di premiare la competenza; progetti didattici che declinino la ricerca in formazione universitaria, e un sistema educativo che fornisca la base a questi progetti... non mi sembra che, al momento, nessuna di queste condizioni sia sistematicamente vera. così, l'accento sulla capacità di attrazione di studenti rischia di portare alla frattura fra ricerca e formazione, in cui la seconda prevale sulla prima, e innesca competizioni al ribasso per fare grandi numeri...
  • commento
    Nome: Carlo Iannello  Data: 09.06.2006
    Illustre professore, ho letto con interesse il Suo articolo e condivido perfettamente l'analisi e le critiche da Lei rivolte al sistema universitario italiano. Mi permetto tuttavia di esprimere alcune perlessità sulle soluzioni proposte. La strada che Lei suggerisce, infatti, non va nel senso della discontinuità rispetto alle scelte operate negli ultimi 10-15 anni. Anzi, mi pare che Lei sostenga: diamo maggiore autonomia agli Atenei, perseveriamo quindi nel cammino intrapreso, eliminaimo addirittura il valore legale del titolo di Studio e la concorrenza risolverà tutto. L'estremizzazione dell'autonomia universitaria, in realtà, è una politica vecchia e ben sperimentata in Italia. Essa ha determinato additura il decentramento dei concorsi a livello locale, con i guasti che tutti denunciano ma solo dopo aver utilizzato i benefici particolaristici del nuovo metodo di reclutamento. A nessuno viene il dubbio che propio il disinteresse dello Stato e la sempre maggiore autonomia degli Atenei siano i primi indiziati rispetto all'attuale stato di degrado e di decadimento della ricerca scientifica? Non è forse il caso che lo Stato si riprenda i poteri di controllo, di verifica, di programmazione, che esso esercitava quando il nostro sistema di ricerca non aveva nulla da invidiare a quelli degli altri Paesi europei? Con i puù defernti saluti, Carlo Iannello
  • aree professionali
    Nome: Alfonso Pierantonio  Data: 09.06.2006
    Egregio Prof. Guiso, sono convinto che la sua proposta va nella direzione giusta, nessuna riforma epocale ma meccanismi che creino un metabolismo sano per drenare le risorse verso le eccellenze. Tuttavia, mi permetto di segnalare come nel suo articolo e in quello di Zingales non vi è alcuna traccia della situazione delle aree disciplinari professionali (settori giuridico-economici, medicina, architettura, talune aree di ingegneria etc) dove il titolo accademico è spesso strumentale all’attività professionale privata – un avvocato o un ortopedico ordinario può decuplicare le proprie parcelle. Già nel ’94 Raffaele De Simone denunciava questa situazione, oggi sembra che nessuno se ne occupi più, una misura delle conseguenze e dell’inerzia a qualsiasi cambiamento è dato dal numero di Rettori espressione di tali aree, sono quasi la totalità. Cordialmente, Alfonso P.
  • tasse universitarie
    Nome: mario  Data: 09.06.2006
    Concordo largamente con gli argomenti del Prof Guiso. Non mi convince l'idea di considerare l'università alla stregua di un'impresa e di conseguenza pensare che introdurre meccanismi concorrenziali sia la soluzione. La sfida credo che sia cercare di aumentare il livello medio della qualità dell'università italiana senza aumentare troppo la varianza. Sono più favorevole alla "ferrea" distribuzione delle risorse agli atenei in base alla qualità della ricerca, in particolare mettendo maggiore pressione sui direttori di dipartimento rispetto alle decisioni sui posti da bandire e dei fondi su cui eventualmente contare come conseguenza delle loro decisioni. Sulle tasse universitarie: più che "aumentarle" credo che si debbano introdurre dei veri scaglioni in base al reddito famigliare. Il ragionamento non credo sia nuovo: il costo che lo stato sostiene per ogni studente è maggiore dell'ammontare della retta, il resto è preso dalla fiscalità generale. Chi frequenta l'università viene in media da famiglie più agiate rispetto a quelle di coloro che sono costretti a trovarsi un lavoro e non possono permettersi gli studi. Buona parte della fiscalità generale viene dai lavoratori dipendenti che "in media" non sono esattamente dei paperoni. Ergo, l'attuale impostazione delle tasse universitarie è regressiva: i "poveri" pagano i costi della frequenza universitaria dei "ricchi". Conclusione: la comunità di coloro che frequentano l'università dovrebbe essere il più possibile in grado di autofinanziarsi. Questo punto credo andrebbe tenuto presente accanto alla questione di lasciare liberi gli atenei di fissare le tasse a proprio piacimento.
  • Alcune considerazioni
    Nome: Alessio Calcagno  Data: 09.06.2006
    Sono d'accordo con il principio allocativo meritocratico ed anche con l'abolizione del valore legale dei titoli di studio. Tuttavia mi sorge un dubbio ed il dubbio si chiama mezzogiorno. I fondi pubblici sono richiamati dall'efficienza, che però è anche determinata dai mezzi già propri di un contesto territoriale (e non solo dalla buona amministrazione). Su larga scala e nel lungo periodo questo favorirà la chiusura delle università del sud e dei piccoli centri che faranno più fatica a reperire risorse nel mercato privato e che sono penalizzate dalla mancanza di economie di scala che la ricerca/insegnamento comportano. Questo è un costo sociale che mi chiedo se un Paese come l'italia è in grado di accettare, ovvero la creazione di una Ivy League di centro-nord. Sono consapevole che la mobilità degli studenti è maggiore con l'innalzarsi dell'obbligo scolastico ma il principio guida è lo stesso che ha portato a costruire Fiat punto a Termini Imerese ed a Melfi (per capirci). Una università pubblica che fallisce e chiude. Ma quando mai sarà accettato un fatto del genere... L'Italia conosce solo l'agonia per attuare tali radicali cambiamenti. Ed è l'agonia che noi 25 enni neolaureati aspettiamo. Nell'attesa andiamo in inghilterra.
  • Valore legale dei titoli di studio
    Nome: Giovanni Perucca  Data: 09.06.2006
    Gent.mo dott. Guiso, io credo che abolire il valore legale della laurea sia sbagliato. La funzione dei titoli di studio è, o dovrebbe essere, quella di certificare delle conoscenze, in modo da ridurre le asimmetrie informative nel passaggio al mondo del lavoro. E' vero, la laurea in italia non certifica più nulla ma temo che l'abolizione del suo valore legale comporterebbe costi non indifferenti oltre ad una confusione poco auspicabile. Misure per migliorare la qualità del servizio sarebbero secondo me la riduzione del numero di Università e il ripristino del numero chiuso, oltre alla revisione dei criteri sui quali viene decisa la carriera dei docenti. Grazie, cordiali saluti, Giovanni Perucca
  • Università
    Nome: Cicciotto Cartoferro  Data: 09.06.2006
    Gentilissimo prof. Apprezzo moltissimo il suo articolo. Vorrei però sottilineare una cosa che non si fa mai in questa sezione dedicata all'università e cioè quella di parlare di scuola media superiore e università. Se, come qualcuno nei commenti giustamente sottolineava, il titolo di studio ha valore legale ma non vale nienete così è pure già a monte cioè alle scuole. Chi si iscrive ad un istituto tecnico industriale della Campania difficilmente andrà a fare ingegneria meccanica. Se è fotunato troverà dopo 7 anni un lavor in una fabbrica che chiuderà, dopo aver fatto pagare alla cassa dei lavoratori per 4 anni la cassa integrazione ed aver intascato i finanziamenti in seguito a presente miglioramenti tecnologici. Scusate divago. Insomma comme sottolineava Barbagli 30 anni fa senza analizzare quello che succede con le superiori non si può affrontare il problema della ahimè morta università italiana. Il 50% delle matricole farebbe volentieri qualcosa se in tempo utile qualcuno dicesse loro che si può diventare dei bravi artigiani, o dei bravi meccanici o montatori di condizionatori ecc....Questo significa -50% studenti. Diciamo la verità in Italia la laurea serve a pochissimo. Basta con la solfa "L'Italia ha la percentuale di laureati più bassa ecc..." Da sempre, dal 1861 la disoccupazione intellettuale italia è la più alta d'Europa.
  • valutazione
    Nome: riccardo boero  Data: 09.06.2006
    Egr. prof. Guiso in merito alla sua proposta, non credo che esistano metodologie universalmente accettate per valutare la qualita` di un lavoro di ricerca. Si finirebbe probabilmente per premiare i lavori che riescono ad approdare sulle pubblicazioni straniere di maggiore prestigio, grazie magari a contatti personali. Io vedo due grandi mali nell'Universita` italiana, il primo e` un'oggettiva mancanza di mezzi. Il secondo e` l'onnipotenza dei professori che bloccano tutto quello che non riescono a controllare. Per risolvere il primo problema, occorre secondo me RIDURRE il numero di corsi e atenei. Le universita` devono consolidarsi e associarsi in modo da poter offrire attrezzature e laboratori di punta, anche se questo significa riduzione del numero di professori. Non serve a nulla avere un' universita` in ogni capoluogo di regione, se poi non ha i mezzi di competere a livello mondiale. Non serve neanche offrire corsi su tutte le materie in ogni universita`. Creare pochi poli specializzati di eccellenza in tutta la nazione, meglio se fisicamente prossimi alle aggregazioni economiche. Ad es. corsi di laurea in meccanica, robotica, elettronica automotive a Torino, su cui concentrare tutti i finanziamenti, e smantellare tutti gli altri. Il secondo problema (l'onnipotenza dei docenti-padroni) si risolve solo togliendo loro la garanzia del posto a vita. Questi signori devono poter essere licenziati come tutti gli altri, se operano in modo inefficiente, se non hanno fatto progredire il loro ateneo per numero di pubblicazioni o proficue collaborazioni con i soggetti economici. Inoltre, sarebbe opportuno prevederne la rotazione e il periodico trasferimento obbligatorio, in altri atenei nazionali (ma anche esteri come visiting professor) per evitare che si formino "mafie" consolidate ma anche per favorirne l'evoluzione e l'allargamento e l'approfondimento degli interessi professionali. Distinti saluti