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Università, mancano ancora incentivi e concorrenza

di Roberto Perotti, Categoria , Scuola e Università, , Data 09.12.2004
L'università italiana sta fallendo non perché manchino i fondi, ma perché chi vi opera non ha la responsabilità delle proprie azioni: non vi sono disincentivi per chi la usa per scopi clientelari, né incentivi per chi tenta di far ricerca ad alto livello. Nonostante alcune buone idee, la riforma proposta dal ministro Moratti non apporta su questo punto innovazioni di rilievo, come si vede dall’analisi delle principali novità. Fallirà, dunque. Ma non perché avrà cambiato troppo, come sostengono i suoi critici. Bensì per non aver osato abbastanza.
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • incentivi e concorsi
    Nome: Francesco Devicienti  Data: 10.12.2004
    Complimenti. Bellissimo articolo, che condivido in buona parte. L'importanza dei corretti incentivi per un buon funzionamento del sistema e', a mio avviso, giustamente sottolineata. Vorrei aggiugere una riflessione sulla utilita' dei concorsi, nazionali o locali che siano, come modalita' formale di reclutamento all'interno di un sistema universitario che abbia gia' recepito la logica degli incentivi di cui tu parli. In tal caso, ritengo che essi siano sostanzialmente inutili, o al massimo molto inefficienti (senza contare la solita accusa di essere anche poco equi). Il curriculum di un candidato, le sue pubblicazioni ed eventuali lettere di referenza, o piu' in generale la sua reputazione, costituiscono una quantita' di informazioni che dovrebbe essere sufficiente a discriminare in maniera equa ed efficiente tra candidati concorrenti, se i corretti incentivi che tu sottolineavi sono gia' in essere. Come avviene nei paesi anglosassoni, al limite si ricorre a semplici "interviews" (e/o seminari) per approfondire la valutazione dei vari candidati (in particolare le loro competenze specifiche), ma niente di simile ad un concorso come lo conosciamo noi. Perche' non ce n'e' bisogno, e si evita in questo modo di pagarne i costi - elevati, sia per la collettivita' sia per i candidati. E, se il concorso (il temino da scrivere o la la lezioncina "estratti a sorte") era originariamente pensato come meccanismo di protezione contro abusi baronali in un sistema in cui mancano gli incentivi di cui tu parli, non si capisce quale ruolo potrebbe continuare a svolgere nel nuovo regime competitivo. grazie e cordiali saluti Francesco Devicienti
    Risposta:
    Concordo con te sull' inutilita' (e invero la perniciosita') dei concorsi in un sistema efficiente. Roberto Perotti
  • tasse
    Nome: giacomodorigo  Data: 10.12.2004
    I dati suggeriscono che a benefiiare dell' unisversità gratuita (ma in realtà non è gratuita completamente) siano maggiormente le famiglie più ricche. E lei propone seguendo il modello inglese di introdurre una tassa di accesso graduata in base al redditto. Questo però viene già realizzato a livello di fiscalità generale, con la gradualità delle aliquote. Quindi quello che lei propone è più uno spostamento del livello di tassazione da centrale a 'locale'. Questo potrebbe essere un sistema più efficiente, però non si può affermare che il sistema attuale sia iniquo, in quanto la gradualità è già nella fiscalità generale. Tuttavia le pongo una questione di ordine pratico. Quando frequentavo il liceo scientifico meno di dieci anni fa, la norma era che quando uno studente rischiava la seconda bocciatura si trasferiva all' istituto privato e lì miracolosamente la sua valutazione e il suo rendimento aumentavano. Come facciamo ad essere sicuri che non accada una cosa del genere quando i finanziamenti dipendono dal numero di studenti paganti?
    Risposta:
    Grazie die commenti, molto pertinenti e che esprimono preoccupazioni condivisibili.Sono d' accordo che il sistema fiscale e' gia' progressivo. Tuttavia molti meno abbienti non beneficiano del tutto dell' universita', e pagano le tasse. Per costoro la progressivita' del sistema fiscale e' una magra consolazione. Un sistema in cui i fondi affluiscono in base al prestigio, alla qualita' della ricerca, e alle rette degli studenti si autoregola: se una universita' e' nota per "vendere" le lauree, attirera' solo studenti di basso livello; i suoi laureati troveranno lavori marginali; e l' universita' non attirera' certo i professori migliori, ne' fondi rilevanti. Dopodiche' ogni studente fara' la sua scelta: un' universita' facile, ma che non mi insegna niente, o un' universita' piu' difficile ma che mi da' un' educazione migliore e, perche' no, piu' spendibile? Roberto Perotti