
L'Agenzia delle Entrate assume come elemento centrale la scelta del legislatore di conoscibilità degli elenchi nominativi dei contribuenti da parte di chiunque, ossia da parte di soggetti indeterminati. Viceversa il Garante assegna un ruolo determinante ad altri passaggi e ne trae un limite tassativo alle modalità della pubblicazione. Ma entrambe le letture si fondano sulla norma. Non si configura quindi né un problema di legittimità né un illecito. Il vero nodo giuridico e politico è quale trasparenza in materia fiscale si voglia oggi garantire nel nostro ordinamento.
Sono un dirigente di un'azienda e quindi pago fino all'ultima lira le mie tasse. Ma qualcuno di voi ha provato a vedere quanto dichiarano i titolari dei negozi più famosi della propria città? Ma qualcuno si è reso conto che i titolari dei più famosi e rinomati ristoranti di Roma dichiarano meno di quanto guadagna una segretaria di un' azienda? Poi ci sono anche gli onesti, è ovvio, ma molti di questi dati fanno semplicemente rabbrividire. La Privacy da sempre ha un costo, è quello che celando i dati in nome della privacy, i mascalzoni hanno la vita più facile. Prima di intervenire in maniera così drastica, secondo me il Garante avrebbe dovuto chiedersi quali sono gli interessi primari dello stato. Uno Stato che faccia capire ai suoi cittadini evasori che aumenta in rischio di denunce perchè questi redditi sono sotto gli occhi di tutti è uno stato che cura i suoi interessi. Uno stato che dice "Si possono pubblicare solo i dati delle persone note" è uno stato che ci tratta, come al solito, come cretini, che pensano soltanto a sbirciare i redditi del vicino di casa. Oltretutto ipocrita, sapendo benissimo che presso i Comuni e le sezioni dell'Agenzia non si può avere un bel niente.
L'apparente imparzialità con cui gli autori parteggiano per la PA, si sgretola all'ultima riga quando la trasparenza è definita "uno strumento fondamentale per garantire che (pagare le tasse) sia equamente ripartito tra tutti". Così, per il controllo fiscale, conterebbe più la delazione strisciante che gli organi dello Stato. In realtà la trasparenza non c'entra (né deve) con il controllo fiscale (le segnalazioni dei cittadini allo Stato c’erano ben prima della trasparenza ex L. 241/1990). La Costituzione si fonda sulla libertà del cittadino e la sua privacy. Da qui viene la trasparenza, non viceversa. La trasparenza consente ai cittadini di vedere all'interno della PA , non è uno strumento per ridurre la privacy. Per ridurla occorre la legge, ad esempio, per diffondere dati di cittadini che svolgono attività pubbliche. Per gli altri dati fiscali del cittadino conosciuti dalla PA nell'esercizio delle sue funzioni di controllo, la PA ha l'obbligo del segreto. Insomma, il giudizio di illegittimità espresso dal Garante è esatto e corrisponde all’unica lettura possibile, a lume di logica e di diritto, del Dpr 600/1973, della L. 241/1990, del DLgs 196/2003 e del DLgs 82/2005.
Per non farla tanto lunga direi che chi non ha nulla da nascondere difficilmente può trovare obiezioni serie alla pubblicazione in rete dei propri dati fiscali. Dall'analisi dei dati emerge una cosa che si sapeva già, ma che vederla nero su bianco lascia stupefatti e indignati: le tasse le pagano quasi solo i lavoratori dipendenti. E' bene che si sappia! Chi parla di invidia sociale si vergogni! Chi non paga le tasse in misura adeguata è un ladro. Se ne prenda atto.
Il 6° comma dell'art. 69, dpr 600/73, nel testo in vigore sino al 31.12.91, precisava che negli elenchi fosse specificato, per ogni contribuente anche il "reddito complessivo dichiarato". Il testo modificato dalla l. 413/91, invece, prevede solo che siano pubblicati "a) elenco nominativo dei contribuenti che hanno presentato la dichiarazione dei redditi; b) elenco nominativo dei soggetti che esercitano imprese commerciali, arti e professioni." Al 2° comma del testo vigente, relativo ai cattivi da esporre al pubblico ludibrio, infine, si prevede espressamente, ora come allora, che "negli elenchi deve essere specificato se gli accertamenti sono definitivi o in contestazione e devono essere indicati, in caso di rettifica, anche gli imponibili dichiarati dai contribuenti." Non è necessario esser fini esegeti per affermare che, no, proprio non si poteva. Poi, che sia stata cosa buona e giusta è altra faccenda.
Da dove proviene questa certezza che la lotta all'evasione fiscale viene valorizzata dal controllo sociale? Non mi sembra che questo mitico controllo abbia prodotto alcunchè quando si pensò di instaurare l'attività di delazione fiscale con un apposito numero delle Finanze dove poter lasciare le proprie rimostranze. O almeno i media non ci hanno mai informato di risultati in tal senso. Premetto che sono un lavoratore dipendente e quindi ho ben poco da nascondere, ma mi sembra che più che di controllo sociale l'unico fenomeno che si è generato è quello del voyeurismo fiscale e dell'invidia malcelata verso vicini e colleghi (per non parlare di fenomeni di micro e macrocriminalità che si potrebbero ingenerare). Insomma ho idea che prima di parlare di controllo sociale così a cuor leggero, si dovrebbe conoscere (in senso sociologico) in maniera un po' più approfondita le attitudini di una popolazione del tutto inidonea (per cultura e per mancanza di una radicata società civile) ad anteporre il senso civico alla chiacchiera livida e livorosa. Se solo in Finlandia è stata adottata questa forma di trasparenza fiscale una ragione ci sarà.
Non sono un giurista ma, leggendo le norme, avevo intuito che il problema fosse eminentemente politico. La pubblicazione su web risolveva il problema della frequente indisponibilità/inaccessibilità degli elenchi presso gli uffici locali dell'Agenzia delle Entrate e gli Uffici Tributi dei comuni, verificata recentemente da almeno un paio di quotidiani. Anche nel recente caso di Bologna (estratti degli elenchi pubblicati su Repubblica e Resto del Carlino), i dati non furono presi dagli elenchi ex D.P.R. 600/73 ma dalla banca dati Siatel... perché gli elenchi non erano disponibili. Era tuttavia evidente che il download libero e anonimo degli elenchi avrebbe scatenato un putiferio. Ci voleva poco tecnicamente a mettere i dati in una sezione riservata del sito, accessibile dopo opportuna identificazione e registrazione dell'utente: si vede che non lo si voleva fare per ragioni politiche. Ora però rischiamo di tornare ai vecchi tabulati cartacei o alla consultazione a video con trascrizione manuale dei dati.
Il problema non è se è legittimo diffondere certi dati, ma se serve a qualcosa. Se lo scopo era quello di contribuire a rendere più equo il sistema fiscale, attraverso la pressione del controllo sociale, allora possiamo dire che questo obiettivo è stato completamente mancato. In una società fondata sul mito della furbizia, infatti, la consapevolezza di vivere accanto a degli evasori non ha alcun effetto sulla propensione ad evadere dei contribuenti infedeli e può addirittura generare comportamenti imitativi.
I redditi dei cittadini di Bologna sono già visionabili da tutti presso un ufficio del Comune. Trozzi
In nome del sogno di avere uno Stato che riesce a far pagare le tasse a tutti i cittadini, come da Costituzione repubblicana; del sogno di avere tasse più leggere per chi non può evadere; del sogno di vedere le istituzioni pubbliche piene di soldi; del sogno di vedere che qualcuno si ricorda ancora che accanto ai consumi privati ci sono anche quelli collettivi, volontari o no, e che non mi serve a nulla che lo Stato non mi metta le mani in tasca, se poi non ha i quattrini per pagare i poliziotti, io credo che per perseguire gli alti scopi della lotta all'evasione fiscale sia preferibile rinunciare alla privacy ed avere più trasparenza e più controllo sociale.
Sono pienamente d'accordo con gli autori. E' assurda la polemica che si è fatta sui mass media ignorando il dato normativo, così come sono ispirate a tutt'altri fini che quello della seria tutela dei "consumatori" le strumentali prese di posizione di alcne associazioni che hanno "strombazzato" adddirittura l'avvio di una class action per risarcimenti miliardari, che potrebbe ripercuotersi sugli "attori" nell'auspicato caso di condanna alle spese giudiziali. Faccio l'avvocato, pago le tasse e sono veramente sconcertato delle dichiarazioni dei redditi di numerosi colleghi della mia città, i quali "guadagnerebbero" meno delle loro segretarie, pagate - è ovvio - rigorosamente in nero. Ben vengano iniziative comme quella dell'ex vice ministro Visco, per introdurre un serio controllo sociale e per realizzare, al di là della vuota retorica, l'equità fiscale basata sul principio che tutti paghino per pagare di meno.