
Sulla stampa è recentemente apparsa la notizia dell'iniziativa dei rettori di dodici atenei, tra cui Bologna, Padova e il Politecnico di Milano, di costituire un'associazione per la qualità delle università. Il progetto è criticabile sia nel metodo che nel merito: contrariamente alle intenzioni, tende di fatto a creare un club con accesso preferenziale ai fondi ministeriali, piuttosto che indirizzare e incentivare la qualità della ricerca e della didattica.
Anche io credo che i criteri adottati per questa campagna autocelebrativa siano discutibili. A proposito, sarebbe interessante vedere qual'è la coerenza tra i ranking per aree disciplinari emerse dalla valutazione della ricerca del civr e questa elezione "casalinga" dell'Aquis? Per alcuni casi, e.g. politecnici, padova, mi sembra che ciò sia fuor di dubbio. Ma per tutti gli altri, e.g. Lecce o Chieti, la cosa mi sembra una un pò forzata. Peraltro, mi pare che questa "autocertificazione" sia una mera conseguenza di un sistema in cui non esiste una vera valutazione della ricerca e un sistema di concorrenza sul merito tra università.
Si può discutere a lungo, molto a lungo (tendenzialmente all'infinito) sulle misure di performance, sia sotto il profilo tecnico che organizzaivo. E chi è competente di questi temi (invero di misura dovrebbero essere competenti in tanti, anche nelle "social science) sa bene che ogni misura, interna, esterna, indipendente, autoattribuita, ecc. ha per definizione più ombre che luci. Soprattutto nella fase di set up. Quello che stupisce, tuttavia, e' che si pensi di sottovalutare la "radiosa" luce che emana dalla scelta coraggiosa di costituire AQUIS. La valutazione al momento non può che essere politica, e nel senso più nobile. Siamo o no consapevoli che la CRUI rappresenta uno - certamente non l'unico - dei tanti organsmi corporativi che bloccano un sistema vitale come quello dell'Universita' in Italia? E allora perchè cadere nella trappola retorica di chi di fronte ad argomenti innovativi e inconfutabili (rivedere le logiche di allocazione delle risorse e ripagare della sottrazione subita in questi 10 anni alcuni Atenei) non trova di meglio che rispondere sul piano del metodo? Benvenuta Aquis! Una ventata di aria fresca nella paludata area delle Università.
L’articolo presenta argomenti largamente condivisibili, ed effettivamente, se si volesse fare un bilancio tra luci ed ombre, queste ultime prevarrebbero. La novità sta nello “schiaffo” alla politica della CRUI, che si è sempre mossa con ferrea unità, coinvolgendo rettori di atenei ben diversi tra loro. Non era fuori luogo chiedersi quali fossero i problemi comuni, poniamo tra “La Sapienza” e la Luiss. Ed in effetti il terreno comune era il mantenimento dello status quo e la pressione per ottenere maggiori finanziamenti. Esemplare in questo senso l’ultima relazione del Presidente Tosi. Si può sperare che questa nuova situazione inneschi dei processi virtuosi, capaci di portare ad una selezione tra atenei, aventi ad esempio una differente vocazione. Come giustamente fa notare l’autore dell’articolo, ciascuna sede forse eccelle per alcune facoltà o per alcuni dipartimenti, ed è difficile immaginare meccanismi che – nel permanere di questo tipo di governo accademico – spingano ciascun ateneo a concentrarsi nei settori più avanzati. Sarebbe opportuno agire in via legislativa per favorire un processo di selezione.
Cari colleghi, una sola osservazione: dove lo trovate in Italia un organo di valutazione "indipendente" come il Rae? Non facciamo finta di essere diversi da come, ahimè, siamo. Cordialmente, Piero Ignazi
L'iniziativa di alcuni Rettori è quanto meno un sasso nello stagno. Dei fondi pubblici si lamenta la distribuzione a pioggia, la mancata intersezione col merito,ecc. Ma tali fondi hanno "drogato" nel corso di decenni le nostre Università 1) consentendo loro di sopravvivere e gemmare anche se scadenti e 2) rendendole inette a drenare risorse per altre vie. L'Università ha operato in regime di vincolo di bilancio elastico con ciò che significa per efficienza e "qualità". Da qualche lustro tale vincolo è stato brutalmente imposto ed ora è duramente operante. Le resistenze al cambiamento sono forse più tenaci delle forze che premono per una maggiore e migliore Ricerca e Didattica. Occorre sopratutto una legge di riforma che, esplicitando l'operare virtuoso di tale vincolo, fornisca gli strumenti a tali forze, ad esempio, per ridurre la frammentazione territoriale delle Università, per eliminare talune Facoltà e Dipartimenti presso ciascuna e ogni Università in modo da consentire al "core" di specializzarsi e rafforzarsi. Qualcosa si muove sul lato fondi (Fondazioni,FF. Europei,qualche impresa). Parafrasando Churchill: "Sarà lunga, sarà dura, ma non potrà esservi ritirata".
Sembra che un filo rosso leghi l'incessante campagna delle "eccellenze" italiane in tutti i settori, nel tentativo di vedere l'immagine di un cigno riflessa nello stagno anzichè quella dell'anatroccolo, ovviamente bruttino. E' una campagna mediatica organizzata. L'università, come ogni altra istituzione del resto, non risulta immune dalla crisi esistenziale di un paese che si trova a tirare il bilancio della semina fatta. Senza commentare la fattibilità o meno di questa sorta di scisma, provo un po' di compassione per gli ideatori del Bollino DOC delle Università, che nel tentativo di apparire un po' "più meglio" degli altri, assomigliano sempre più alla bresaola, al formaggio di fossa ed ai pistacchi di bronte.