
Le attuali norme elettorali prevedono i vincoli costituzionali di 25 e 40 anni per poter essere eletti rispettivamente alla Camera e al Senato, e di 25 anni per poter votare al Senato. Grazie alle dinamiche demografiche e all'inerzia nel riadattare e rivedere le regole del gioco della partecipazione democratica, i giovani italiani sono tra quelli con minor peso politico nel mondo occidentale. Tutto ciò ha evidentemente ricadute penalizzanti sia in termini di politiche destinate alle giovani generazioni che di loro presenza nelle posizioni di prestigio e potere.
Sarebbe un esperimento curioso e interessante, che avrebbe bisogno di molto tempo per essere valutato (nonostante la frequenza delle elezioni italiane!). Poiché però critichiamo noi stessi le soglie minime di età, ci risulterebbe difficile trovare un criterio che giustifichi delle soglie massime (e soprattutto individuare tale limite).
I giovani non hanno voce, l'articolo lo dimostra chiaramente. I nostri politici sono tra i meno giovani (uso una litote per non scrivere "i più vecchi", ecco, l'ho fatto!) del mondo. In soldoni: le nuove generazioni non possono votare... figurarsi decidere le sorti del Paese. Infine cito Massimo Baldini, articolo del 29 gennaio scorso (indagine Bankitalia sui redditi familiari). "L'indagine Banca d'Italia dimostra che il rischio di povertà è molto superiore per i giovani rispetto agli anziani".
L'articolo di Baldini è illuminante: il dibattito politico è spesso - sappiamo perché - concentrato sui redditi degli anziani, sui livelli delle pensioni, etc, scordando che sono i giovani oggi ad essere in difficoltà, come ricorda il lettore, e lo saranno ancora di più domani, a causa del sistema pensionistico cui appartengono.
Il nostro articolo si concentra sulle quote (o zone, come suggerisce il lettore) grigie in politica, ma è ben vero che l'invecchiamento della popolazione interessa trasversalmente tutte le classi dirigenti del Paese.