
Il contratto unico che superi il dualismo attuale fra assunzioni permanenti e temporanee è una soluzione proposta per risolvere il problema della precarietà. Si concentra però sull'ingresso sul mercato del lavoro, senza affrontare le problematiche dal lato delle uscite. Ma se si vuole ridurre il ricorso ai contratti atipici e la polarizzazione fra insider e outsider non ci si può dimenticare di razionalizzare le procedure di licenziamento. Con l'introduzione di costi magari altissimi, ma predefiniti e certi. O il ricorso all'arbitrato obbligatorio.
Sono molto d'accordo con l'ipotesi di basare l'uscita forzosa dei lavoratori dall'impresa sulla base di costi certi, come ipotizzato nell'articolo. La reale situazione che si viene a creare quando l'impresa vuole liberarsi di un lavoratore, prima di arrivare alle procedure giudiziare descritte, è un periodo più o meno lungo di contrasti, rivendicazioni, quotidiane scaramucce o vero e proprio mobbing che costituisce già un costo per l'impresa per il periodo in cui si verifica. Poi la situazione precipita e arriva la fase giudiziaria. Un sistema basato su costi certi del licenziamento e servizi pubblici efficienti di riqualificazione/reinserimento del lavoratore nel sistema produttivo (non si perda tempo a parlare dei servizi privati, quelli ci sono già) è la miglior tutela del lavoratore. Gli permette di scegliere in anticipo se accettare una buonuscita con cui traghettarsi al prossimo impiego, oppure affrontare la trafila giudiziaria, magari per motivi di principio o supposta convenienza economica. All'impresa permette di fare i suoi calcoli e offrire qualcosa in più del minimo, dando al lavoratore l'immediata e tangibile percezione della convenienza. Poi, a lui la scelta.
D’accordo con il commento eccetto l’ultima parte. E’ importante che vi sia un sistema obbligatorio di conciliazione (a parti i casi estremi, come il licenziamento discriminatorio - razziale, sessuale o religioso - o lesivo di diritti fondamentali del lavoratore). In questo modo si evita il ricorso al tribunale e i costi privati e sociali che ciò comporta.
Veramente molto interessante, un'opinione al di fuori della trincea tra insider ed outsider. Occorre però una maggiore ricerca per applicare questi tipi di meccanismi all'anarchico contesto italiano. Esiste una letteratura a riguardo? Dove è accessibile?
Il mondo anglosassone fornisce molti esempi di arbitrati efficienti e vincolanti, in molti settori. L’argomento è sia di natura economica, in questo caso si dovrebbe guardare la letteratura sulla teoria dei giochi, sia giuridica. In realtà, nel caso del licenziamento individuale l’istituto dell’arbitrato esiste, ma non è vincolante. Infatti, il passaggio all’ufficio provinciale del lavoro per la fase arbitrale è del tutto simbolico: burocraticamente si prende atto che non vi sono possibilità di transazione e inizia un lungo iter presso il tribunale del lavoro. Un ulteriore occasione per allungare i tempi della procedura di licenziamento!
Il ragionamento è corretto ma può essere sarebbe applicato qui da noi ? senza che il sindacato e le forze più oltranziste insorgano? d'altronde la lotta alla legge Biagi parte anche da questo punto: spostare, in parte, le tutele dai ccnl al mercato del lavoro, per poi rivedere l'istituto del licenziamento che così com'è compromette ogni possibile sviluppo ed in assenza di incentivi certamente non favorisce la scelta del tempo indeterminato. il tempo passa, la società muta ma queste associazioni intermedie sono inevitabilmente dei freni che se da una parte tutelano dall'altra tendono a conservare lo status assunto nel tempo. già Labriola lo ebbe a dire, ma siamo un popolo poco incline a recuperar la saggezza dai nostri padri.
Deve essere appplicato perché senza una riforma da questo lato del mercato non riusciremo a reggere sul terreno della competitività e della produttività. Non sarà certo cosa facile né veloce. I giovani e i nuovi entranti sul mercato non hanno associazioni che li difendono (vedi il libro di Boeri Galasso) e, come lei dice, anzi agiscono da freno ideologizzando un problema molto pratico.
Ritengo questa proposta assai più ragionevole e socialmente accettabile di quella di Boeri e Garibaldi: i costi del licenziamento non sono rappresentati dal grado di protezione quanto dai costi procedurali e giudiziari. è appropriato stabilire un numero fisso di mensilità immediatamente esigibile (magari perequato da un fondo sul modello austriaco, se non superiore nelle imprese sotto i 15 dipendenti perequando le minori tutele) ed istituire un insieme di forme di composizione extragiudiziale obbligatoria: la conciliazione bilaterale può essere introdotta come premessa all'arbitrato obbligatorio. Negli enti bilaterali del terziario si prevede un meccanismo del genere, peccato che spesso i singoli poi ricorrano comunque alla via giudiziaria: bisognerebbe in questo caso appesantire i costi per il ricorrente per scoraggiarla. Uno studio approfondito di questo sistema può essere di grande utilità.
Siamo d’accordo su tutti i punti di questo interessante commento e sulle proposte concrete che suggerisce. L’ultima di appesantire i costi per scoraggiare il ricorrente complicherebbe ulteriormente il quadro. Crediamo che l’unica soluzione sia togliere la clausola del reintegro che siamo i soli ad avere tra i paesi avanzati, per la sua natura ricattatoria. Nessuno vuole veramente il reintegro ma tutti lo usano perché consente di spuntare un risarcimento più consistente.