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Tre miti sulla ricerca in America

di Andrea Boggio, e Fabrizio Ferraro, Categoria , Innovazione e Ricerca, / Internazionali, Data 21.08.2007
Quello che colpisce di più del dibattito pubblico sulla ricerca e sull’università in Italia, e in Europa, è il continuo confronto con un modello americano di ricerca che non esiste. Vi sono tre miti, relativi alla ricerca negli Stati Uniti, che finiscono per ostacolare lo sviluppo di un sano dibattito sulla costruzione di un modello italiano (o europeo) di ricerca. Sfatarli può essere di grande aiuto. Vediamoli uno per uno
COMMENTI PRESENTI SULLA NOTIZIA
  • European research council
    Nome: Aram Megighian  Data: 26.01.2008
    Sono perfettamente daccordo con l'analisi. Credo che la costituzione dello European research Council, associata ad un aumento dei fondi Europei (cioè centrali) per la ricerca, avvicinerà il modello europeo a quello americano descritto, togliendo quella componente "politica" (gruppi di ricerca grossi, legati a persone "addentrate") che spesso riusciva ad affermarsi negli anni passati. L'ERC sarà molto simile ai grant NIH con un alto rejection rate (attorno al 90% circa) che garantirà competizione. Tuttavia vale la pena anche di ricordare che tali sistemi ipercompetitivi hanno aumentato le frodi scientifiche (ed in America si sta correndo ai ripari)
  • finanziamenti privati
    Nome: Roberto Russo  Data: 06.09.2007
    Il mito che la ricerca in america sia finanziata dai privati come ogni mito (o credenza popolare) ha una sua base di verità. la verità è che la grandi università, quelle che sfornano i premi Nobel ricevono una quantità enorme di donazioni ceh gli permettono di fare la differenza in tutti i settori. La invito a visitare la pagina dell'università di Harvad http://vpf-web.harvard.edu/annualfinancial/ dove trova il bilancio dell'università degli ultimi anni la sola università di Harvard riceve circa 600 milioni di dollari all'anno in donazioni e la cifra è circa costante negliultimi 5 anni. Il budget che il ministero ha stanziato quest'anno per i progetti PRIN (una delle piu importanti fonti di finaziamenti per la ricerca universitaria) è di circa 90milioni di euro che dovrebbe essere aumentata, ma non raggiungera i 200 milioni di euro ed è per tutte le università italiana. un terzo di quello che Harward riceve in donazione dai privati! La cosa è similie per le altre grandi e famose università americane che grazie a queste donazioni possono liberare una parte importante del loro bilancio alla ricerca.
  • Non miti ma realtà
    Nome: Renzo Rubele  Data: 06.09.2007
    Nell’articolo viene preso in considerazione solo il finanziamento alla ricerca universitaria. Il cosiddetto “mito” sul fatto che la ricerca sia essenzialmente finanziata da privati e’ in effetti una realta’ se si considera il complesso delle attivita’ di Ricerca e Sviluppo, laddove gli indicatori generalmente accettati e resi pubblici nel contesto internazionale segnalano una frazione di 2/3 per il complesso delle fonti di finanziamento imputabili al settore privato negli Stati Uniti. Per ogni Università attiva nella ricerca vi sono parecchie industrie e imprese di servizi che dispongono di laboratori e personale attivo nella ricerca, e le interazioni con la ricerca universitaria sono ampie e ben praticate. Per quanto riguarda la “ricerca di eccellenza”, penso che nessuno abbia mai sostenuto che tutta la ricerca USA sia di eccellenza, anzi vi e’ sempre l’accento sulla diversificazione del profilo delle varie istituzioni, incluso quelle universitarie. Si e’ invece sostenuto che e’ possibile una ricerca di eccellenza proprio perche’ l’ambiente e gli incentivi del sistema provvedono a creare le condizioni per l’emergere di risultati di qualità in maniera strutturale e continua. Circa l’importanza dei ricercatori eccezionali non penso che possano esservi delle vere diversità di opinioni: tutti sono d’accordo nel rimarcare l’importanza delle condizioni generali “al contorno”, incluso quelle “di valori” e politiche, per la buona conduzione di qualunque impresa scientifica.
  • Commento
    Nome: Silvano Presciuttini  Data: 02.09.2007
    Sono stato ospite di una struttura periferica di un istituto dell’NIH (il gigantiesco istituto federale della ricerca biomedica USA) per un lungo periodo. Ero stato invitato dai due ricercatori leader del gruppo, che chiamerò J&A. Nel corso del tempo, mi sono fatto un’idea di come funziona il finaziamento della ricerca all’NIH. J&A non hanno il problema di dover scrivere domande di finanziamento per le proprie ricerche: hanno dei fondi di dotazione molto generosi. Il mio stipendio è stato pagato direttamente sui loro fondi. Di anno in anno questo fondo viene rifinanziato, soggetto solo alle fluttuazioni del bilancio federale (i repubblicani comprimono le spese, i democratici le allargano). Hanno addirittura delle carte di credito istituzionali con cui pagano le minute spese. Devono peraltro combattere con una burocrazia elefantiaca, che lì come come da noi, non li aiuta a risolvere i problemi ma si limita a dire “questo non si può fare”. Essendo impiegati federali, J&A godono di molti privilegi, simili a quelli dei nostri impiegati statali di una volta: illicenziabilità, possibilità di pensionamento precoce, vari tipi di benefits. Come fa quindi l’NIH, data questa situazione che sembra favorire l’inefficienza più totale, a mantenere lo standard di eccellenza che lo caratterizza? Le varie unità di ricerca dll’NIH sono soggette ad un controllo quinquennale, in cui una commissione esterna di valutatori di estrazione scientifica decide, dopo una vista in loco (“site visit”) di un paio di giorni se l’unità va mantenuta o va sciolta. Io ho patecipato ad una di queste visite, perchè J&A mi hanno chiesto di essere presente per “difendere di persona” l’investimento che era stato fatto su di me. Pare che circa il 10% di queste visite si risolva nella chiusura della struttura. E in questo caso, chiedo, cosa succede ai ricercatori? Beh, si devono trovare un’altra sede che li accetti. Tutto proprio come da noi...
  • altro mito
    Nome: Giuseppe Lipari  Data: 29.08.2007
    Sono professore associato in Ingegneria Informatica in Italia. Vorrei segnalare un altro dei miti sulle Universita' USA, che riguarda il mondo del lavoro. Secondo tale mito, "il ricercatore/professore sarebbe assunto sempre a tempo determinato, e questo contribuirebbe a metterlo sotto pressione e quindi aumentare la sua produttivita'". Invece, negli USA i professori che hanno la "tenure" sono a tempo indeterminato, e non possono essere licenziati dalle Universita', se non per fatti molto gravi. Sono a tutti gli effetti assunti a vita. Non tutti i professori sono "tenure". Inoltre, il processo di selezione e' molto lungo e duro, specialmente nelle Universita' maggiori. Se l'Universita' vuole espandersi, assume un giovane ricercatore come "assistant professor" con la dicitura "tenure track". Questa etichetta segnala che il giovane ricercatore ha la possibilita' concreta di diventare "tenure" dopo un certo numero di anni e dopo aver passato una serie di ostacoli durissimi. L'Universita' e' obbligata a stanziare TUTTI i fondi per la "tenure" al momento un cui il giovane e' assunto. Quindi, se un assistant in "tenure track" non diventa tenure e' soltanto un problema di standard qualitativi. Naturalmente, prima di mettersi sul groppone un cretino A VITA, l'Universita' ci pensa bene. Un professore americano mi ha confessato che di solito gli assistant lavorano come matti (anche 20 ore al giorno!), poi una volta ottenuta la tenure, o sono cosi' drogati di lavoro che continuano a lavorare 80 ore la settimana, oppure si "siedono" e si godono la tenure per il resto della vita con il piano di far lavorare i propri sottoposti non-tenure. Commento personale: il sistema funziona perche' e' molto competitivo a tutti i livelli. In particolare, le classifiche periodiche nazionali fra Universita' le spingono a migliorare continuamente i propri standard qualitativi. Inoltre, godono di un ambiente industriale privato e pubblico (soprattutto militare) molto incline alla ricerca.
  • Fondi propri delle università
    Nome: Claudia Biancotti  Data: 29.08.2007
    Gli autori usano questo argomento "Il resto era coperto dalle Università stesse (fondi propri)" a sostegno dell'idea che il ruolo dei finanziamenti privati alla ricerca in USA è minore di quanto non sembri. Quello che si dimenticano di dire è che le Università sono, di norma, private anch'esse; ci sono le università di Stato che fanno eccezione, ma non costituiscono la maggioranza, nè sono di norma i centri di più grande produttività. I "fondi propri" di Harvard e Stanford non sono i "fondi propri" delle nostre università, ovvero non sono soldi dello Stato attribuiti all'università X. Sono fondi privati (spesso grandi lasciti), di norma vincolati a usi specifici da accordi privati. Sono amministrati sulla base di logiche di mercato. Credo che un dibattito riguardo al livello ottimale di presenza pubblica nel sistema universitario debba prendere le mosse non già da informazioni false, spero tali per ignoranza e non per malafede, ma da un riconoscimento di qual è il punto vero del contendere. C'è un trade-off tra libertà e solidarietà, la collocazione di ciascuno discende da scelte di tipo politico, si va a votare proprio per questo. La distinzione, se parliamo per grosse categorie, è di tipo etico e come tale va trattata. Se invece parliamo di aggiustamenti di dettaglio (ad esempio: vogliamo i fondi pubblici, ma come li vogliamo allocare tra diversi soggetti? Oppure: vogliamo i fondi privati, ma in che settori possiamo e vogliamo fare un'eccezione?) va bene il discorso tecnico, sempre che i numeri siano veri. A condizione, di nuovo, che si ammetta chiaramente quello che stiamo facendo: accettiamo un certo principio politico, e raffiniamo i dettagli.
    Risposta:
    Nella voci Fondi Propri e Altre Fonti, sono riportati i fondi spesi direttamente dall´Universitá e provenienti da fonti diverse: trasferimenti da stati e municipalitá (per le universitá pubbliche), Grant di ricerca senza vincoli di utilizzazione ottenuti da imprese, fondazioni e privati, le tuition pagate dagli studenti, Interessi e ricavi finanziari ottenuti dall’investimento dell’endowment e gli introiti ottenuti con le licenze delle innovazioni brevettate dalle universitá stesse. La ricerca della National Science Foundation non ci permette di distinguere all’interno di queste voci la quota proveniente dai privati, peró é ragionevole pensare che la gran parte di questi fondi sia “privata”. Queste voci coprono il 25% del totale delle spese di ricerca accademica. Questi dati, comunque, erano giá riassunti nella tabella 1 (per cui non si capisce perché veniamo tacciati di ignoranza o malafede!), dalla quale si evince che l’impegno pubblico (governo federale e statale) é pari al 70% del totale. Non c’é dubbio che l’impegno del settore privato (imprese, fondazioni e privati) sia importante per la ricerca accademica, peró é certamente falso che la ricerca accademica sia finanziata solo dalle imprese (un luogo comune molto diffuso in Italia). Sono d’accordo sul fatto che sia importante aprire il dibattito sul livello ottimale di spesa pubblica nelle Universitá in Italia, e chiaramente l’obiettivo dell’intervento non era quello di dare una soluzione al problema, ma semplicemente fornire alcuni dati (verificabili da chiunque) sulla situazione negli Stati Uniti nel campo della ricerca (non facciamo nessun riferimento alla didattica, ad esempio). Per migliorare la qualitá del dibattito politico sul tema, crediamo sia meglio partire dai dati che dalle polemiche ideologiche. Per saperne di piú: National Science Foundation, Division of Science Resources Statistics. 2007. Academic Research and Development Expenditures: Fiscal Year 2005, Survey of Research and Development Expenditures at Universities and Colleges, FY 2005.(http://www.nsf.gov/statistics/nsf07318/) NSF 07-318. Ronda Britt, project officer. Arlington, VA. National Science Board. 2006. Science and Engineering Indicators 2006. (http://www.nsf.gov/statistics/seind06/) Two volumes. Arlington, VA: National Science Foundation (Volume 1, NSB 06-61; volume 2, NSB 06-01A).
  • L'importanza dei finanziamenti privati.
    Nome: Milone Maurilio  Data: 28.08.2007
    "Le imprese coprivano solo il 5% delle spese di ricerca. Il resto era coperto dalle Università stesse (fondi propri) e da Non-profit di vario tipo." Nulla si dice, però, riguardo la composizione dei fondi propri. Non ho consultato nessuna fonte, ma credo che una prevalenza di finanziamenti privati, seppur non direttamente rivolti alla ricerca, non supporti lo "smascheramento" del mito. Insomma, in sostanza si tratterebbe comunque di denaro che non proviene dalle casse di Stato.
  • ..non solo ricerca
    Nome: Valentina Raimondo  Data: 28.08.2007
    Salve a tutti, sono una ragazza di 25 anni il cui sogno è diventare ricercatrice...anche se questa meta si fa giorno per giorno più lontana. Concordo con l'articolo, ma mi sento di aggiungere che il problema sulla qualità e sulla quantità della ricerca fatta in Italia non è solo un problema di soldi. Nonostante sia meno esperta di chiunque di voi scrive, posso dirvi che, dopo un anno di esperienza di lavoro come tutor presso l'Ateneo fiorentino, ho visto cose e mi sono capitate cose che mai avrei creduto! non c'è spazio per poterle descrivere ma credo che una buona e "vera" inchiesta sull'università italiana sarebbe utile per portare alla luce tutto ciò che rischia di mandare in malora ancor di più non solo la ricerca ma la stessa formazione universitaria. un saluto a tutti Complimenti e grazie per tenerci sempre informati. Valentina
  • Il peso delle tasse
    Nome: Giovanni Scotto  Data: 27.08.2007
    Vorrei ricordare ai lettori che attualmente in Italia le universita' pagano anche l'IRAP , imposta regionale sulle attivita' produttive - il che comporta, per le persone pagate "a progetto" su fondi di ricerca terzi, o per i docenti a contratto, una ulteriore cospicua decurtazione. L'universita' paga questa imposta come se fosse un'impresa che produce reddito.
  • Altri elementi
    Nome: Bruno  Data: 26.08.2007
    Articolo interessante, ma forse bisogna prendere in considerazione anche altre variabili o aspetti del discorso pubblico-privato: quanti raccordi ci sono tra le nostre università e il mondo produttivo? Ho esperienza di una piccola università nel centro-Italia, dove questo rapporto è quasi inesistente e di qualche università nel Belgio dove c'è, anche da parte delle forze politiche e culturali una forte spinta sinergetica, che mi sembra esistere in Italia soli in alcuni rinomati atenei...