
Si discute molto in Italia di salari bassi e di potere di acquisto che si è ridotto negli ultimi dieci anni. Tutta colpa del cuneo fiscale, si dice. Tuttavia, la differenza tra costo del lavoro e stipendio netto non è imputabile solo alle trattenute fiscali, ma anche ai contributi sociali e previdenziali, assimilabili a premi assicurativi e a retribuzione differita. Ma il punto fondamentale è che secondo i dati Ocse per i lavoratori dipendenti il cuneo è leggermente calato.
Oltre che di cuneo fiscale si dovrebbe parlare della tassazione indiretta che grava sugli stipendi italiani. Esempi: le accise sui carburanti, l'Iva sugli acquisti di tutti i generi, gli oneri previdenziali, l'Ici e le tasse locali, il canone rai, la tarsu (ora tia), eccetera eccetera eccetera. Che fine fanno tutti questi soldi?
Alcune questioni aperte : - ma il governo uscente non aveva promesso una diminuzione del cuneo fiscale? Qualcuno ne ha più saputo niente? - impossibile tentare di aumentare i salari erodendo ulteriormente i profitti delle imprese. Per le imprese artigiane è già impossibile recuperare il 7% di aumento del costo del lavoro causato dall'ultimo scellerato rinnovo del CCNL, che paga senza chiedere produttività (forse qualcuno dimentica che per sobbarcarsi la responsabilità di dare da lavorare agli altri, che significa anche non avere più orari, nè ferie, nè malattia pagata, bisogna guadagnare se no torniamo a fare i dipendenti e tutti i lavoratori li lasciamo a spasso, con buona pace dei sindacalisti.) - i contributi sono così altri non solo per le pensioni, ma anche per il costo delle malattie, ma qualcuno ne vuole parlare dell'assenteismo per malattie fasulle o continuate tutti a fare finta di niente? INPS compresa......
Questo a mio parere può essere anche dovuto all'aumento del livello di lavoratori con contratti a tempo determinato rientranti nelle fasce basse di reddito (ovviamente intendo sempre come dipendenti) o per i contratti di apprendistato che ovviamente sono soggetti ad un'imposizione fiscale meno importante, almeno nella fase in cui rimangono come tali. I dati OCSE possono essere stati influenzati dalla presenza sul mercato del lavoro di questa categoria di lavoratori che oltre a ridurre il peso del cuneo fiscale medio , riducono il livello di disoccupazione.
Il problema è che quello italiano NON è un sistema completamente contributivo. Come le appendici all'accordo sul welfare hanno dimostrato (vedi l'obiettivo di "sagomare" i coefficienti di trasformazione in modo da offrire indiscriminatamente a tutti una copertura del 60% dell'ultimo stipendio), è tutt'altro che certo (anzi, direi chè è certo il contrario) che tutti i contributi versati da un lavoratore finiscano al lavoratore medesimo. Essi verranno in parte più o meno cospicua dirottati a favore di altri lavoratori, pertanto sono da considerarsi alla stregua di una (ingiusta) tassa. Cordiali saluti.
Non ho capito molto bene il messaggio centrale dell'intervento. Quello che colpisce nei recenti dati OECD è che l'Italia ha, rispetto ad altri paesi, sia salari lordi più bassi, sia un'aliquota di imposta personale relativamente alta. Pagano più imposte dirette di noi, in percentuale, soltanto i ben più ricchi lavoratori del Nordeuropa. Ma in Spagna, che ha una retribuzione lorda a parità di potere d'acquisto simile a quella italiana, l'aliquota di imposta personale è di 5 punti più bassa (14% contro il nostro 19%). Quello che è in discussione è il grado di progressività effettivo dell'imposta. A causa dell'evasione, il fisco italiano concentra il prelievo sui soliti noti e le aliquote cominciano a salire da livelli di reddito che in altri paesi sono considerati medi, o addirittura medio-bassi.
Sapendo che per ‘Cuneo Fiscale’ si deve intendere quello che s’innesta non solo tra il Costo Lavoro Lordo che sostiene l'Azienda e la Retribuzione netta che va al Lavoratore, ma anche - e forse soprattutto – quello che si inserisce tra Retribuzione lorda (compenso 'teorico' della prestazione) e Retribuzione netta (compenso 'effettivo') cioè il prelievo che il Lavoratore subisce quale 'Assicurato/Contribuente' per la sua copertura previdenziale e per i suoi obblighi di Cittadino (Ritenute previdenziali e assistenziali, IRPEF, Addizionali Comunali e Regionali). E' su tutto l'insieme che bisogna dialogare per trovare quale proposta gli intervenuti, studiosi e politici, ritengono utile fare per dare delle risposte concrete alle istanze dei Lavoratori, senza che le ‘asfittiche’ casse dello Stato risentano dell’eventuale provvedimento da ipotizzare. Da notare che in precedenza non si è dato credito all'unica possibilità concreta che avevo ipotizzato che era quella della 'sterilizzazione' - intervenendo sull'art. 51 TUIR, degli aumenti retributivi dettati dai rinnovi della Contrattazione Collettiva (che ance Capezone RDP e Angeletti UIL avevano fatta propria con diverse motivazioni).
I salari sono diventati bassi perchè si è fatta l'equazione 1 euro= 1000 lire. Chi guadagnava 3 milioni di lire e viveva dignitosamente, ora guadagna 15000 euro e tira a campare. Nel mentre chi è lavoratore autonomo, aumenta i prezzi dei servizi per compensare l'aumento dei costi. Chi ci rimette è solo il salariato, che può solo subire la situazione.
L'Articolo è certamente un'ottima base per relazionare salari e cuneo fiscale che con la passata finaziaria si parla che il regalo del governo Prodi alle imprese è stato di cinque miliardi di euro. Purtroppo la ricerca che non si fa da parte degli economisti di professione è perchè i profitti aumentano quasi a livello esponenziale e i salari no? Penso che interpretare i processi di innovazione tecnologica e parlo di quelli legati ai processi di espulsione dal mercato attivo del lavoro delle generazioni più anziani potrebbe portare a qualche considerazione economica certo non corrente, ma quanto meno a comprendere meglio che i profitti in aumento delle aziende sono legati da un lato ai cambiamenti tecnologici e dall'altro alle scelte di politica economica che sono libere, e libere di fare fallimenti a danno dei lavoratori che non sono più collocabili nel mercato del lavoro corrente.
Finalmente qualcuno fa chiarezza su un fattore usato da molti per evitare di affrontare la vera questione: la mancata crescita dei salari, con loro dei consumi e quindi della domanda aggregata. Distinti saluti
Concordo con gli Autori che il cuneo abbia per la maggior parte natura di contribuzione sociale (il 70% ca.). Per oltre 2/3 è (formalmente) a carico del datore di lavoro. Ma mi sembra che il discorso eluda il punto: questa natura ci mette tout court al riparo dagli effetti distorsivi sul mercato del lavoro? Inoltre, la quasi totalità della contribuzione sociale è destinata al finanziamento delle pensioni con il criterio della ripartizione. La necessità di ridurre il cuneo discende anche dalle ragioni che suggeriscono di muovere verso un sistema pensionistico multipilastro, che ribilanci il peso della ripartizione con iniezioni di capitalizzazione reale, di fronte ad una popolazione che invecchia. Grazie e saluti, n.s.