
Mentre i grandi si riuniscono a Bruxelles, uno spettro si aggira per l'Europa: l'attivismo macroeconomico.
Di fronte alla persistente stagnazione, molti economisti e policymakers sembrano avere ritrovato l'entusiasmo per politiche macroeconomiche espansive ed interventiste, variamente designate come "svolta", "scossa al sistema", "motore della crescita" eccetera. Questo entusiasmo è mal riposto e pericoloso; ma prima di vederne il perché, vediamo schematicamente come esso si articola.
Politica monetaria. "La Banca centrale europea è ossessionata dall'inflazione, mentre è necessario decidere la politica monetaria anche in funzione anticiclica".
Questa posizione non tiene alla prova dei fatti.
(i) Ciò che conta per l' economia è il tasso di interesse reale: come ha messo in rilievo un recente rapporto del Cepr
Si può obiettare a tutto questo che il target di inflazione del 2 per cento che la Bce si è data è troppo basso; e sono in molti a ritenere che, piuttosto che continuare a sforare il target, sia meglio alzarlo. Ma è difficile pensare che questa mossa di per sé consentirà una ulteriore significativa riduzione del tasso di interesse reale e porterà l'Europa fuori dalla stagnazione.
Si può inoltre criticare l'attenzione esclusiva della Bce all'inflazione, a scapito di altre variabili come la disoccupazione. Ma il sempre il rapporto del Cepr mostra come, di fatto, la Bce abbia reagito non solo all'inflazione, ma anche a indicatori reali nel decidere la politica monetaria. Inoltre la dichiarazione del 1998 secondo cui l'unico scopo della Bce è il controllo dei prezzi aveva e ha una sua motivazione: aumentare la credibilità della Bce, per diminuire in futuro i costi – in termini di disoccupazione - di controllare l'inflazione. Cambiare le regole non appena l'Europa entra in una piccola recessione potrebbe forse portare qualche piccolo vantaggio nel brevissimo periodo in termini di una politica monetaria leggermente più espansiva; ma può comportare alti costi in futuro proprio in termini di disoccupazione.
Politiche di bilancio. "Occorre un'espansione fiscale coordinata a livello europeo".
Per motivi sia politici che economici, è irrealistico pensare che un singolo paese possa attuare una politica fiscale espansiva efficace. Politicamente, perché violerebbe il Patto di Stabilità e di crescita; economicamente, perché in un paese che agisca isolatamente parte della domanda generata dalla spesa pubblica aggiuntiva si riverserebbe all'estero. Una espansione fiscale coordinata riduce la perdita di efficacia fiscale attraverso il canale estero.
Anche questa posizione non tiene alla prova dei fatti.
(i) La posizione fiscale di molti paesi europei appare perfettamente adeguata alla congiuntura economica. Molti paesi, compresa l'Italia, sono vicini al fatidico valore del 3 per cento del rapporto deficit/Pil (e sarebbero probabilmente ben oltre senza vari accorgimenti contabili). Questo in una situazione sì di stagnazione, ma raramente – e in ogni caso solo brevemente - di crescita negativa. Se un deficit del 3 per cento non è sufficiente ora, cosa si invocherà se le economie europee fossero colpite da una recessione quale quella del 1974-75 – un deficit del 10 per cento del Pil?
(ii) Vi è qualche evidenza empirica recente (si veda Perotti (2004))
che i moltiplicatori fiscali ipotizzati dai modelli econometrici delle banche centrali e delle istituzioni internazionali – già solitamente più bassi di quelli usati in passato – sono probabilmente ottimistici. È difficile trovare nei dati evidenza di moltiplicatori della spesa pubblica superiori ad 1 – e un moltiplicatore inferiore a 1 significa che almeno uno tra consumi privati, investimenti o esportazioni nette diminuisce in conseguenza dell'aumento della spesa pubblica.Non solo, ma la stessa evidenza empirica mostra che gli effetti delle politiche di bilancio sono drasticamente diminuiti nell'ultimo ventennio: mentre la spesa pubblica può aver avuto qualche effetto keynesiano negli anni Sessanta e Settanta, è ora molto difficile trovare supporto empirico per l'idea che aumenti di spesa contribuiscano ad aumentare il Pil totale nel medio periodo. Anzi, c'è evidenza che gli investimenti e anche i consumi privati sono spiazzati dalla spesa pubblica.
Tagli alle tasse. "Tagliare le tasse per rilanciare i consumi e quindi l'economia".
Ci si dimentica spesso che vi sono due approcci, quasi antitetici, a un taglio delle tasse. Il primo è l'approccio di Reagan (e probabilmente di Bush oggi): tagliare le tasse per costringere i governi futuri a tagliare o contenere la spesa. Questa misura può avere effetti espansivi (anche se difficilmente misurabili) nel breve, ma i suoi sostenitori la interpretano prevalentemente come una misura sull'offerta. Il secondo approccio è quello di gran lunga prevalente nel panorama italiano: tagliare le tasse per "rilanciare" la domanda, soprattutto rimettendo potere d'acquisto nelle mani delle famiglie. La differenza con il primo approccio non è solo semantica. Sarebbe bello poter tagliare le tasse e non pensarci più; ma prima o poi, dopo un taglio alle tasse è necessario o aumentarle di nuovo e oltre il livello di partenza per ripagare il deficit intervenuto – una misura che ovviamente vanificherebbe lo scopo stesso del taglio iniziale; oppure diminuire la spesa. Ed è interessante notare come quasi mai coloro che in Italia chiedono un maggiore trasferimento di risorse alle famiglie attraverso tagli alle tasse si pongano il problema di come finanziarli: se con un aumento di altre entrate o con un taglio alle spese. L'alternativa ovviamente – anch' essa molto popolare di recente - è illudersi che i tagli alle tasse generino una tale espansione del Pil da ripagarsi da sé attraverso le maggiori entrate. Ma, sulla base di quanto abbiamo detto riguardo agli effetti delle politiche fiscali, questa curiosa combinazione di keynesismo estremo e Reaganomics è semplicemente irresponsabile. Si può non essere d' accordo con lo scopo dei tagli alle tasse "alla Reagan"; ma i tagli alle tasse "all'europea" sono semplicemente non fattibili.
Investimenti pubblici. "Un programma europeo di investimenti pubblici è indispensabile per aumentare la produttività del settore privato."
Consci che la vecchia nozione degli investimenti pubblici come motore della domanda aggregata è oggi difficilmente presentabile, i sostenitori odierni ne propongono una versione a prima vista assai differente: gli investimenti pubblici sono indispensabili per aumentare la produttività del settore privato.
Vi sono almeno due problemi con questa visione. L ‘idea di un piano di investimenti pubblici è strettamente legata alla nozione che i Governi sappiano "scegliere i vincitori" (pick the winners), cioè scegliere in quali settori i ritorni sociali siano più alti. Anche qui, la storia del nostro paese dovrebbe insegnare che i governi hanno un pessimo record nel scegliere i vincitori: investimenti che sembravano palesemente meritori, come gli stabilimenti petrolchimici nel deserto, si sono poi rivelati nel lungo periodo fallimentari, e addirittura controproducenti. Non c'è motivo di ritenere che le cose stiano diversamente oggigiorno.
Idee costosissime come le autostrade del mare, il ponte sullo stretto di Messina o la Lisbona–Kiev sono il frutto di visioni intellettualistiche che rivelano scarsa dimestichezza con la realtà economica, come elementari analisi costi–benefici dimostrano facilmente (vedi Boitani e Ponti)
Questo ci porta al secondo motivo per cui il rinascente entusiasmo per gli investimenti pubblici è pericoloso: è, molto banalmente, che essi costano risorse. È diventata molto popolare in anni recenti la nozione della Golden Rule, secondo cui gli investimenti pubblici possono essere finanziati con debito perché alla lunga si pagano da sé con i maggiori introiti fiscali che essi generano. Ma bastano pochi calcoli per mostrare che ciò richiede un enorme effetto volano degli investimenti pubblici, un valore totalmente implausibile.
Per deludente e minimalista che possa sembrare, la conclusione di tutto questo è che invocare una sterzata decisa alle politiche macroeconomiche per uscire dalla mini-recessione è utopistico. Le sole politiche macroeconomiche possono fare poco, eccetto forse stimolare l'economia nel breve periodo, ma pagandone i costi nel medio periodo. Ciò che i policymakers possono fare è preparare il terreno ottimale per l'aumento della produttività del settore privato. Questo però richiede non politiche macroeconomiche, bensì riforme strutturali, nei mercati dei beni, del lavoro, e del credito. Ma fare riforme strutturali è molto più costoso politicamente, non solo perché va a toccare interessi di settori privilegiati, ma perché, è inutile negarlo, in alcuni casi può creare disagi nel breve periodo. La vera sfida è rendere politicamente fattibili le riforme strutturali assicurandosi che non creino eccessivi disagi sociali nelle parti più povere della popolazione. Per raggiungere questo obiettivo sarà necessario chiedersi dove reperire le risorse per proteggere efficacemente i più deboli durante la transizione, e come proteggerli. Ma ovviamente è molto più facile criticare la Banca centrale europea o fantasticare sugli investimenti pubblici piuttosto che redigere un piano serio e concreto che renda politicamente praticabili le riforme strutturali.