
Lo scorso luglio il Comitato Nazionale per la Valutazione del Sistema Universitario ha reso disponibili alcuni dati sugli esiti delle nuove procedure per il reclutamento dei docenti universitari (1). I dati si riferiscono a tutti i concorsi universitari banditi nel periodo compreso tra il 30 marzo 1999 e il 15 luglio 2002. Nel complesso, si tratta di 15.232 concorsi, per un totale di 16.581 posti a concorso. Di questi, si sono conclusi 10.852 concorsi, di cui 2.346 per professore ordinario, 2.709 per professore associato e 5.797 per ricercatore. I posti a concorso sono pari a quasi il 20% dell'intero personale docente delle università. Si tratta dunque di un campione ampiamente rappresentativo per analizzare i primi effetti della riforma dei concorsi e per studiare le tendenze prevedibili delle immissioni nei ruoli universitari nei prossimi anni.
Un sistema ingessato
Il dato che colpisce maggiormente è la percentuale di vincitori dei concorsi provenienti da ruoli dello stesso ateneo. Tra i professori ordinari, il 90,4 per cento dei vincitori proviene dallo stesso ateneo, cioè ricopriva la posizione di professore associato nello stesso ateneo prima del concorso. In alcune università la percentuale raggiunge cifre ancora superiori, al Nord come al Sud, in atenei piccoli e grandi (Palermo, Orientale di Napoli, Politecnico di Bari, Università della Basilicata: 100%; Pisa, Genova e Lecce: oltre il 98%; Bologna e Salerno: oltre il 95%). I soli atenei in cui la percentuale, anche se molto elevata, è significativamente minore, sono quelli di più recente costituzione, e quindi con una base di interni meno robusta (Insubria:72%; Ferrara: 75%; Sannio: 82%)(2).
È interessante anche vedere da dove provengono i 202 docenti immessi nei ruoli che non provengono dalla stessa università : 176 erano docenti presso altri atenei e solo 26 non provengono dai ruoli dei docenti, quindi in parte da altre amministrazioni pubbliche o enti privati italiani e in parte dall'estero. Dunque l'1% al massimo degli ordinari immessi nei ruoli tra il 1999 e il 2002, e probabilmente molto meno, proviene da università di altri paesi. Definire ingessato un sistema universitario così chiuso è un eufemismo. La distanza con l'esperienza di altri paesi, dove la mobilità internazionale dei docenti è la regola e non l'eccezione, appare siderale.
Le regole dei concorsi
Non è difficile capire perché le regole dei concorsi, unite alla cosiddetta autonomia di bilancio delle Facoltà, abbiano prodotto questa situazione. Le regole attuali prevedono 2 professori idonei (3 fino a tutto il 2000) per ciascun concorso. L'autonomia di bilancio comporta che per una Facoltà sia molto più conveniente chiamare nei ruoli di ordinario un interno (al quale dovrà corrispondere solo la differenza tra la remunerazione di un ordinario e quella di un associato) piuttosto che affrontare il costo pieno di un nuovo ordinario.
A tale scopo, una Facoltà dell'Università X indice un bando per un posto di ordinario, avendo già in mente il candidato interno (un professore associato) che verrà chiamato a coprirlo. Il commissario dell'Università Y accetta di partecipare ai lavori della commissione nella speranza che il candidato della sua università risulti tra i vincitori e possa quindi essere immesso in ruolo nell'Università Y. Risultato: entrambi i candidati vengono promossi, e nessuno si sposta. Le cifre ufficiali del Comitato di Valutazione dimostrano che non si tratta di un'ipotesi remota: in oltre il 90% dei casi è proprio quello che accade e il risultato dei concorsi è quindi scontato in partenza. Non si intende con questo dire che i vincitori non siano studiosi meritevoli, soltanto che la decisione sulla promozione da associato a ordinario viene di fatto presa dalle Facoltà che bandiscono i concorsi, non dalle commissioni nazionali di concorso.
Ma i concorsi costano
Tentiamo alcune stime approssimative, con riferimento agli ordinari, dove in tre anni 2.346 concorsi hanno coinvolto 11.730 docenti (5 commissari per ogni concorso). Supponiamo che ciascun commissario impegni 15 giorni per esaminare le pubblicazioni dei candidati, per le riunioni, la verbalizzazione degli atti e gli altri adempimenti. Si tratta di quasi 180.000 giornate di lavoro, come se 720 professori ordinari avessero lavorato per un anno, a tempo pieno, per espletare concorsi. Poiché il costo per la collettività di un ordinario è di quasi 100.000 euro all'anno, si tratta di un costo complessivo di circa 72 milioni di euro per i soli concorsi di ordinario. A questi bisogna aggiungere costi di missioni e trasferte, diciamo 2.000 euro per ciascun commissario, e quindi altri 25 milioni di euro.
E poi ci sono i concorsi di associato e di ricercatore. Sono meno impegnativi per quanto riguarda la lettura delle pubblicazioni, ma prevedono prove scritte e orali. E infine i costi delle amministrazioni centrali e periferiche: un ufficio concorsi di un'università di medie dimensioni ha un organico di personale amministrativo compreso tra 5 e 10 unità, a cui bisogna aggiungere il costo del personale presso il ministero e il contratto con il CINECA, l'ente che gestisce per conto del ministero le procedure concorsuali su basi informatiche. Difficile arrivare a una stima precisa dei costi; 300 milioni di euro in tre anni mi sembrano però una stima prudenziale. Si tratta di una cifra pari quasi all'intero stanziamento del fondo di ricerca ordinario del Ministero per l'Istruzione e la Ricerca per le università (il cosiddetto COFIN, che nel 2001 ha erogato circa 125 milioni di euro).
Abolire i concorsi
Un governo e un ministro che hanno fatto della mobilità del lavoro e della promozione della ricerca una bandiera, sentiranno certamente la necessità di operare con estrema urgenza. Avanzo una proposta che non avrà riflessi negativi sulla finanza pubblica. Perché non abolire i concorsi universitari nazionali, lasciando ai dipartimenti (non alle facoltà, che raggruppano spesso studiosi di materie molto diverse) ogni decisione in materia di assunzioni e promozioni? Se i dipartimenti proporranno scelte diverse dal passato, favoriranno in misura maggiore la mobilità dei docenti tra le varie sedi e l'immissione nei ruoli di studiosi, italiani o stranieri, provenienti da altri paesi. E se invece confermassero il quadro attuale, lo stato avrebbe almeno risparmiato il costo dei concorsi. Gli incentivi dei dipartimenti andrebbero poi orientati, premiando con assegnazioni di fondi e posti aggiuntivi quei dipartimenti che sapranno dimostrare di aver ottenuto risultati significativi nell'ambito della ricerca e sottraendo risorse a quelli che invece non ne saranno stati capaci.
(1) I testi si possono reperire al sito
http://www.cnvsu.it/eventi/eventi.asp?ID_EVENTO=8
(2) Tra gli associati la situazione è leggermente diversa; il 77% dei vincitori proviene dai ruoli dello stesso ateneo, con punte del 100% al Politecnico di Torino e a Catanzaro, del 97% al Politecnico di Milano, del 96% a Palermo, del 94% a Firenze e del 89% a Pisa.
La proposta di Tullio Jappelli di affidare ai Dipartimenti universitari ogni decisione in materia di assunzioni e promozioni dei docenti, non mi convince. La proposta ha certamente il merito, come dice Jappelli, di evitare i costi impliciti ed espliciti degli attuali concorsi, costi che egli quantifica in almeno 100 milioni di euro all'anno. Tuttavia, se si affidassero ai Dipartimenti le scelte di reclutare e promuovere i docenti, temo che l'obiettivo primo che sta a cuore a Jappelli ed a molti di noi, e cioé quello di favorire una maggiore mobilità dei docenti tra le sedi universitarie, sarebbe del tutto mancato. Anzi, accadrebbe il contrario: i Dipartimenti sceglierebbero candidati locali in percentuale altissima, più alta (se possibile) di quella attualmente raggiunta con i concorsi nazionali. Il motivo? La pressione degli interessi che premono localmente a favore dei candidati già avviati alla docenza e ben conosciuti e riconosciuti, spesso solo per quieto vivere, come meritevoli dai loro colleghi più anziani. Jappelli non ha fatto esperienza dei cosiddetti professori aggregati che prima della riforma degli anni '80 erano reclutati dalle Facoltà tra gli assistenti di lungo corso (tra i cosiddetti "aiuti") e che furono poi immessi, grazie ad una successiva legge, nell'organico dei professori ordinari dopo aver superato concorsi banditi e gestiti localmente. Né ricorda perché più giovane di me (come lo invidio!) il caso dei professori stabilizzati anziani ("ultranovennali") ai quali fu consentito negli anni '80 di accedere a concorsi riservati per un decimo dei posti di ordinario banditi dalle Facoltà. In ambedue i casi (gli aggregati e gli stabilizzati anziani) i candidati locali furono promossi al 100%.
La proposta di Jappelli di affidare la selezione ai Dipartimenti e non alle Facoltà (nelle quali invece deciderebbero, a suo avviso, anche docenti estranei alle discipline messe a concorso), si basa poi sul presupposto che i Dipartimenti siano organismi competenti anche in materia di didattica, ciò che attualmente non è: oggi i Dipartimenti universitari hanno competenza solo nella ricerca e, per la didattica, solo nella ricerca volta all'innovazione didattica, un'area di ricerca questa che é di solito trascurata. Jappelli ha in mente una trasformazione dei Dipartimenti, che dovrebbero occuparsi anche della didattica fino a rilasciare titoli di studio. E' un'ipotesi da discutere evitando però di cadere nel nominalismo che affligge l'Università e che consiste nel cambiare solo le etichette (una volta si chiamavano Istituti e da venti anni si chiamano Dipartimenti, domani quelle che oggi si chiamano Facoltà si chiamerebbero Dipartimenti).
La mobilità dei docenti tra sedi universitarie può essere ottenuta altrimenti, con misure più radicali: occorre rivedere lo stato giuridico dei docenti trasformando il nostro rapporto di lavoro da impiego a vita ad impiego con contratto rinnovabile. So bene che quest'ipotesi incontra valide obiezioni: la principale é che con ciò si avrebbero due regimi giuridici, uno per chi é attualmente in ruolo (ed ha conseguito diritti irrevocabili tra cui l'impiego a vita, tale essendo o quasi il pensionamento a 73 anni ammesso per i professori di prima fascia e a 68 anni per quelli di seconda fascia) e l'altro per i giovani che accedono alla carriera universitaria. Una soluzione potrebbe essere quella di consentire a coloro che sono oggi in ruolo il pensionamento volontario anticipato e l'affidamento agli stessi, su loro richiesta, di insegnamenti a contratto. Ciò potrebbe avvantaggiare specie le piccole sedi universitarie situate in luoghi più ameni delle grandi Università: un professore anziano ambirebbe, credo, a spostarsi in questi luoghi per concludervi, in serenità, la sua esistenza e, se potesse anche continuare ad insegnare, si sentirebbe meno inutile.
Infine, non va trascurata la mobilità degli studenti che è attualmente è bassa al pari della mobilità dei docenti. Gli studenti scelgono in maggioranza la Facoltà che sta sotto casa. Questa scelta premia le Università al di là dei loro meriti impedendo una sana competizione tra le diverse sedi e dunque abbassando l'incentivo a reclutare docenti validi che accrescano la reputazione di una Facoltà e perciò su tale base attraggano gli studenti. Attualmente tra gli studenti solo pochi privilegiati o avventurosi affrontano i costi pecuniari e psicologici dovuti allo spostamento verso altre sedi, lontano dal luogo di residenza della famiglia. Ma la mobilità degli studenti solleva il problema del sostegno pubblico al diritto allo studio (alloggi convenzionati, borse di studio, prestito d'onore), che in Italia è garantito a pochi.
Ringrazio molto Mariano D'Antonio per aver ripreso il tema dei concorsi universitari e allargato il dibattito al funzionamento complessivo dell'Università. Condivido molte delle sue affermazioni e gli obiettivi di favorire la mobilità dei docenti e degli studenti e, in ultima analisi, la qualità della ricerca e della didattica universitaria.
Cerco di precisare il senso della proposta di abolire i concorsi nazionali e affidare ai dipartimenti decisioni in materia di selezione dei docenti. D'Antonio ritiene che in questo modo i dipartimenti sceglierebbero solo gli interni. Ma già ora è così, come indicano i dati del Comitato di Valutazione. In molte sedi le percentuali di interni sono superiori al 90%, e in alcune sono del 100%. Quindi il rischio della proposta non è di peggiorare le cose, ma al più di lasciarle invariate.
Il successo della proposta dipenderà da come si riuscirà ad orientare le decisioni dei dipartimenti e premiarli in modo significativo per l'attività di ricerca che svolgono (con posti aggiuntivi, dotazioni di strutture e personale, fondi di ricerca). Sono il primo ad ammettere che non sarà facile stabilire parametri condivisi di valutazione della ricerca, ma secondo me varrebbe la pena tentare.
Ha perfettamente ragione D'Antonio a mettere in guardia dal rischio di proliferazione degli organismi decisionali. Se si decide di affidare il reclutamento ai dipartimenti occorre abolire le Facoltà, la cui funzione principale oggi è proprio quella del reclutamento. Abbiamo già Dipartimenti e Corsi di Laurea che si occupano, rispettivamente, di ricerca e didattica. I Corsi di Laurea potrebbero rilasciare i titoli di studio di base (le lauree) e i Dipartimenti quelli specialistici (i dottorati, come già avviene oggi, e in futuro le lauree specialistiche). Mi sembra che questo dovrebbe rassicurare D'Antonio, che teme giustamente un effetto puramente "nominalistico" della proposta.
Non credo poi che le proposte di D'Antonio per favorire la mobilità dei docenti e degli studenti siano alternative alle mie. Sottoscrivo integralmente quelle che riguardano il sostegno pubblico al diritto allo studio. Ben venga anche la proposta di trasformare i contratti dei docenti in contratti a tempo determinato. Noto però che, anche qui, in assenza di incentivi significativi da parte dei Dipartimenti o delle Facoltà, la proposta andrebbe incontro alle stesse critiche che mi rivolge D'Antonio. Si direbbe che dopo uno o due decenni di attività non si può non rinnovare un contratto a un docente in servizio, "spesso solo per quieto vivere" come dice D'Antonio. E quindi tutto rimarrebbe come prima.
In conclusione: penso che se si sceglie la strada dell'autonomia occorre programmare un sistema di incentivi efficace e lasciare alle strutture periferiche le decisioni. Se invece si preferisce un sistema centralizzato (scelta su cui non sono affatto contrario per principio), si torni ai concorsi nazionali e si elimini però l'autonomia di budget delle singole Facoltà. Mi sembra che oggi l'Università sia rimasta in mezzo al guado, tra centralismo e autonomia, e che soffra dei difetti di entrambi i sistemi.
Scrive Tullio Jappelli nel suo interessante intervento sui concorsi: "L'autonomia di bilancio comporta che per una Facoltà sia molto più conveniente chiamare nei ruoli di ordinario un interno (al quale dovrà corrispondere solo la differenza tra la remunerazione di un ordinario e quella di un associato) piuttosto che affrontare il costo pieno di un nuovo ordinario.".
La frase merita forse un chiarimento: l'espressione "più conveniente" non ha molto a che fare con un'analisi "costi-benefici". Infatti, trascura il fatto che, dal lato dei benefici, l'esterno va ad arricchire il corpo docente della Facoltà, mentre l'interno dopo la chiamata continuerò a fare semplicemente il lavoro che faceva prima (come associato), con un aumento di stipendio. La "maggior convenienza" si riferisce dunque solo al fatto che occorre reperire nelle pieghe dei bilanci di Facoltà un minore ammontare di risorse spendibili (e', insomma, visto che non si può comunque licenziare l'associato, ne'assumere solo un pezzo di nuovo ordinario, una questione di liquidità). A riprova di questo sta il fatto che il sostanzioso finanziamento ad hoc che il Ministero ha previsto negli ultimi 3 anni per le chiamate di idonei "esterni" (anche se non su concorsi banditi dalla stessa sede) non sembra aver modificato le cose, stando ai dati indicati.
Un fattore importante nello spiegare perché nella stragrande maggioranza dei casi le chiamate sono di interni sta invece, a mio parere, nella possibilità per questi ultimi di esercitare dall'interno delle strutture universitarie un'efficace attività di pressione, volta a ottenere una chiamata alla presenza di un'idoneità', se non addirittura l'apertura della stessa procedura concorsuale (o l'idoneità "esterna"). Una buona ragione, a mio parere, per abolire i concorsi (ma solo dopo essere orientato gli incentivi dei dipartimenti "premiando con assegnazioni di fondi e posti aggiuntivi quei dipartimenti che sapranno dimostrare di aver ottenuto risultati significativi nell'ambito della ricerca e sottraendo risorse a quelli che invece non ne saranno stati capaci").