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La strada dei prestiti contributivi

di Nicola Rossi 09.12.2003
I problemi del sistema previdenziale italiano non saranno risolti dall’intervento proposto dal Governo. È invece possibile seguire una strada diversa, in grado di affrontare due questioni cruciali: completare il processo avviato negli anni Novanta e ridare coerenza all’intero sistema, dopo le riforme del mercato del lavoro. Senza intaccare l’impianto contributivo, se ne potrebbe sfruttare la flessibilità. Ad esempio, per continuare a garantire la possibilità di anticipare la pensione o per integrare la storia contributiva di lavoratori con carriere discontinue.

I limiti dell'intervento sulla spesa previdenziale proposto dal Governo sono ormai a tutti noti.
Primo, le tendenze demografiche sono lente, ma ineluttabili e possono essere contrastate solo se sono affrontate ben prima che si manifestino con forza. Rinviare la questione al 2008 significa semplicemente non avere intenzione di affrontarla e lasciarla ad altri.
Secondo, limitarsi a innalzare, dalla sera alla mattina, l'età contributiva e, per i più giovani, l'età anagrafica di pensionamento significa costruire un sistema ibrido, privo della flessibilità del contributivo e, simultaneamente, della definizione ex ante della prestazione del retributivo.
Terzo, in questo sistema privo di una logica trasparente si annideranno, all'italiana, privilegi e iniquità di ogni sorta. Basterà un nonnulla per garantire a individui sotto ogni profilo identici, rendimenti del risparmio previdenziale significativamente diversi.
Quarto, non vi è elemento della riforma proposta che lasci trasparire una qualche capacità di guardare alle connessioni fra mercato del lavoro e istituti dello stato sociale.

La realtà è che non si intendeva rispondere ai problemi del nostro sistema previdenziale ma, molto più semplicemente, solo scambiare in sede europea la promessa di un aumento dell'età pensionabile con una manovra finanziaria incentrata, ancora una volta, sui condoni. Quelli fatti e, come vediamo in questi giorni, quelli da fare.

Un processo da completare

Eppure, una strada diversa era ed è tuttora possibile, se solo si partisse da due osservazioni. Primo, le tendenze demografiche in atto mettono e metteranno alla prova, innegabilmente, un sistema previdenziale come quello italiano che è stato oggetto di riforme anche coraggiose, ma visibilmente incomplete e di troppo lenta applicazione. Secondo, le riforme del mercato del lavoro avviate successivamente alla riforma Dini, hanno rivelato l'inadeguatezza di alcuni aspetti del nostro sistema previdenziale e hanno quindi determinato la necessità di interventi in grado di restituire una coerenza di fondo alle nostre "istituzioni sociali".
A partire da queste affermazioni si sarebbe potuto costruire una ipotesi di intervento capace di completare il processo riformatore avviato negli anni Novanta (difendendo il principio contributivo, mantenendo ferma la libertà di scelta dell'età di pensionamento, garantendo l'adeguatezza dei trattamenti) e, contestualmente, di riallocare la spesa tanto all'interno del comparto della protezione sociale quanto all'interno di quello della previdenza (garantendo trattamenti adeguati ai lavoratori discontinui e sviluppando le funzioni assistenziali e gli ammortizzatori sociali).

Non mancheranno le occasioni per definire i dettagli di una ipotesi di riforma complessiva in questa direzione, che peraltro non è difficile immaginare. Qui si vuole solo suggerire che un cambiamento di ottica può essere di aiuto nell'affrontare e, sperabilmente, risolvere alcune delle questioni più delicate sul tappeto.

Storie contributive diverse

Ad esempio, è forse possibile trovare un elemento comune fra tre situazioni apparentemente molto diverse: il pensionando di anzianità che, per i motivi più diversi e eccezion fatta per i cosiddetti lavori usuranti, si appresta a ricevere un trattamento previdenziale in eccesso rispetto alla sua storia contributiva; il lavoratore discontinuo il cui trattamento previdenziale rispecchierà negativamente le interruzioni più o meno frequenti della sua storia contributiva; il lavoratore dipendente a tempo indeterminato la cui storia lavorativa e contributiva può essere bruscamente interrotta in anticipo rispetto alle scadenze previdenziali.

In queste tre situazioni, l'elemento comune è rappresentato da un vuoto nella storia contributiva del singolo. Un vuoto che, nel primo caso, rende il trattamento previdenziale non attuarialmente equo e che nel secondo e nel terzo impedisce che si raggiungano livelli soddisfacenti dei trattamenti previdenziali. A questo problema, per ovvii motivi, non può rispondere il mercato. Può invece rispondere lo Stato prevedendo "prestiti contributivi" a tasso zero (e non superiori, comunque, a un numero dato di anni di contribuzione, per esempio cinque), in grado di consentire ai singoli di completare le proprie storie contributive dovendo solo provvedere durante il periodo di godimento del trattamento previdenziale alla restituzione del capitale. Il pensionando di anzianità potrebbe così godere di un trattamento previdenziale attuarialmente equo conservando il diritto di anticipare la data della sua uscita dal mercato del lavoro a fronte di una trattenuta (pari, approssimativamente, al 7-8 per cento) sul trattamento previdenziale che gli permetta di restituire il capitale anticipatogli dallo Stato. Il lavoratore discontinuo, così come il lavoratore dipendente in esubero, potrebbe integrare la propria storia contributiva con un volume di contributi che verrebbe rivalutato ai tassi previsti dal sistema contributivo e che quindi genererebbe incrementi dei trattamenti previdenziali prossimi al 9-10 per cento. Senza, dunque, intaccare l'impianto contributivo ma, al contrario, sfruttandone e ampliandone i margini di flessibilità, si porrebbe riparo ad alcune delle più evidenti difficoltà del sistema in vigore.

Il tasso di sostituzione

Un secondo caso in cui un cambiamento di ottica potrebbe aiutare ad affrontare il tema del completamento della riforma del nostro sistema previdenziale è dato dalla discussione sul tasso di sostituzione (e cioè sul rapporto fra pensione e ultima retribuzione).
Questa è oggi condotta facendo riferimento, solo ed esclusivamente, a una sola figura lavorativa: quella del lavoratore dipendente a tempo indeterminato. In questo caso, parlare di tasso di sostituzione ex ante (e cioè atteso al momento dell'entrata nel mercato del lavoro) o di tasso di sostituzione ex post (e cioè realizzato al momento dell'uscita dal mercato del lavoro) è, a parità di altre condizioni, la stessa cosa.

Il nostro mercato del lavoro è però già caratterizzato da percorsi diversi, ognuno dei quali ha una sua probabilità di realizzarsi. Quel che conta è, dunque, il tasso di sostituzione atteso all'ingresso nel mercato del lavoro (e il suo grado di dispersione). Facendo riferimento, per semplicità, a solo due casi estremi, il tasso di sostituzione atteso del sistema pubblico obbligatorio è oggi la media ponderata di due percorsi la cui probabilità di verificarsi può essere approssimativamente fissata, rispettivamente, a due terzi (quella del lavoratore dipendente a tempo indeterminato) e un terzo (quella del lavoratore discontinuo). Questo tasso è oggi valutabile, facendo riferimento ad alcune situazioni standard, poco al di sotto del 55 per cento (ma con un elevato grado di dispersione).

Ebbene, non è difficile immaginare di poter mantenere inalterato questo tasso di copertura ma, al tempo stesso, azzerarne la varianza individuando un'aliquota contributiva intermedia per l'intero sistema (compresa, presumibilmente, fra il 25 ed il 27 per cento a seconda della definizione della base imponibile) e riducendo così sensibilmente, se non annullando, i differenziali contributivi che oggi determinano gravi distorsioni nel mercato del lavoro (e facendo ricorso ai "prestiti contributivi" di cui sopra).
Si favorirebbe così l'unificazione del mercato del lavoro e si ridurrebbe il rischio di percorsi lavorativi non in grado di garantire trattamenti previdenziali sufficienti.
Naturalmente, si aprirebbero maggiori spazi per l'utilizzo del trattamento di fine rapporto (previa una completa defiscalizzazione del risparmio a fini previdenziali), il che potrebbe ragionevolmente portare il tasso di sostituzione di alcune figure lavorative anche a sfiorare il 75 per cento, fermo restando però che non vi sarebbero percorsi lavorativi in grado di far scendere il tasso al di sotto del 50-55 per cento.