
Riforme, piani di risparmio e democrazia
Un Governo in procinto di varare una riforma delle pensioni ha il dovere di informare prima possibile i cittadini sugli effetti di questo intervento sui loro redditi futuri. Se diminuiscono le prestazioni pensionistiche, occorrerà per tempo rimediare, modificando piani di risparmio che normalmente si adattano molto lentamente. C'è molta inerzia in queste decisioni.
Ed è anche una questione di democrazia: occorre conoscere per decidere. Legittimo chiedersi quanti parlamentari sappiano come cambieranno le pensioni degli italiani con la riforma Maroni-Tremonti.
Ci saremmo perciò aspettati, subito dopo l'approvazione da parte del Governo dell'emendamento alla delega previdenziale, la pubblicazione di tabelle che informassero i potenziali interessati su quanto potranno attendersi di ricevere in futuro dall'Inps con o senza la riforma. Sul sito del ministero del Welfare troviamo, invece, solo una sintesi dell'emendamento che, oltre a termini comprensibili solo agli addetti ai lavori, contiene affermazioni quanto meno fuorvianti. Ad esempio, si afferma che in virtù della certificazione dei diritti si potrà "andare in pensione in qualsiasi momento, anche se nel frattempo la legge cambierà"! Una ragione in più per ritenere che molti parlamentari non siano informati: si sancisce l'inutilità del loro mestiere.
Perché non informare allora?
Il Governo dispone di tutte le informazioni necessarie per fornire stime accurate delle pensioni future degli italiani. È su questa base, peraltro, che si generano le proiezioni della spesa previdenziale della Ragioneria dello Stato, riportate da tempo su questo sito (Boeri-Brugiavini) (e sulle quali siamo ancora in attesa di chiarimenti).
Perché allora non dare conto agli italiani di cosa accadrà con la riforma? Forse si teme di scatenare l'ira della piazza? Oppure si ha paura di bloccare sul nascere la ripresa dei consumi, alimentando forti risparmi precauzionali? Ma è proprio l'incertezza la peggior nemica dei consumi. E quanto alla piazza, questa si nutre di disinformazione. Ad esempio alcuni volantini distribuiti in occasione dello sciopero del 24 ottobre sostenevano che la riforma "applica dal Primo gennaio 2008 a tutti il calcolo contributivo, tagliando fino al 50 per cento la pensione prevista". Non c'è che dire: tre inesattezze (in corsivo) in una sola riga!
Lavoce.info vorrebbe contribuire a colmare queste gravi lacune informative. Sandro Gronchi ha fornito calcoli sui vantaggi e svantaggi del cosiddetto superbonus (la riforma Maroni) e li discute con i lettori. Ci concentriamo qui sugli effetti delle misure che interverranno dal 2008 in poi (la riforma Tremonti). Utilizzando le informazioni disponibili ai comuni mortali (il casellario dell'Inps è accessibile solo dal ministro Maroni in persona, si veda la circolare del Commissario Straordinario Sassi), abbiamo ricostruito all'indietro le carriere lavorative di alcune tipologie rappresentative di lavoratori e abbiamo stimato in avanti le loro probabili prestazioni pensionistiche con e senza la riforma. I risultati di questo esercizio sono riportati nella tabella qui sotto.


Nota: Per la classe 1958 si ipotizza che i disincentivi introdotti sperimentalmente saranno decaduti nel 2015.
La tabella riporta le pensioni lorde, a prezzi 2003, che si possono legittimamente attendere lavoratori e lavoratrici dipendenti nel settore privato, con redditi mediani, a seconda dell'età in cui andranno in pensione con e senza la riforma.
Ad esempio, una lavoratrice con redditi mediani, nata nel 1953 e con 36 anni di contributi nel 2010, con le regole attuali potrebbe, a quella data, percepire una pensione di 10.618 euro all'anno. Se, invece, andasse in pensione l'anno dopo, sempre con le regole attuali, riceverebbe una prestazione annuale di 10.731 euro. Le caselle barrate corrispondono ad anzianità anagrafiche e contributive in cui non è possibile ricevere alcuna prestazione previdenziale.
Il calcolo è riportato per due generazioni investite dalla riforma Tremonti: la classe 1953 e la classe 1958. Nel primo caso, gli individui rappresentativi sono oggi interamente sotto il regime retributivo. Nel caso della classe 1958, invece hanno una pensione definita in base alle regole del regime "misto" (retributivo fino al 31-12-1995 e contributivo di lì in poi).
Dal punto di vista contributivo, consideriamo casi estremi e realistici: persone che a 57 anni hanno 36 anni di contributi (ad esempio hanno iniziato a lavorare a 21 anni senza interruzioni di carriera) oppure persone destinate a maturare i 40 anni di contributi richiesti dalla riforma Tremonti al compimento del sessantacinquesimo anni di età (quando anche i maschi, con la nuova normativa potranno avere una pensione di vecchiaia). Nel caso della classe 1953 abbiamo anche riportato in corsivo le penalizzazioni previste in via sperimentale fino al 2015 dall'emendamento presentato dal Governo al Senato. Si tratta di un'applicazione integrale del metodo contributivo a chi andasse in pensione prima di avere maturato i requisiti anagrafici o contributivi previsti dalla riforma Tremonti.
Tre i fatti più importanti segnalati dalla tabella. Primo, la riforma Tremonti colpisce fortemente le classi dal 1951 al 1956, quelle ancora interamente sotto il regime retributivo. Questo avviene perché il regime retributivo premia fortemente l'andata in pensione appena possibile. Per i profili salariali del lavoratore mediano scelto nel nostro esempio, la pensione addirittura diminuisce (in linea con la riduzione del reddito da lavoro per queste fasce di età) sopra i 62 anni. Dunque, il costo del pensionamento posticipato è molto forte. Si può stimare una riduzione del valore atteso della prima prestazione previdenziale dell'ordine del 25 per cento per i lavoratori con lunghe anzianità contributive nel 2010 e del 46 per cento per quelli con 40 anni di contributi solo a 65 anni. Secondo, la riforma vincola molto le classi di età successive (dal 1957 in poi), a fronte però di riduzioni della prima prestazione attesa relativamente modeste. Questo avviene perché la pensione progredisce rapidamente all'allungamento della vita lavorativa: un ritardato pensionamento implica pensioni "più pesanti". L'altra faccia della medaglia è che questi vincoli hanno effetti di riduzione della spesa previdenziale relativamente contenuti dal 2013 (quando iniziano a maturare i requisiti per il pensionamento d'anzianità, sotto le regole oggi vigenti, per i lavoratori sotto il regime misto). Terzo, la riforma colpisce molto di più i lavoratori che le lavoratrici perchè queste ultime possono sempre accedere alle pensioni di vecchiaia a partire dal sessantesimo anno di età. E, in virtù della loro maggiore longevità, percepiranno questa pensione più a lungo. Mentre sono relativamente poche le lavoratrici nelle classi maggiormente colpite dalla riforma che si vedranno privare (per al massimo tre anni) dell'accesso alle pensioni d'anzianità. Per queste poche, tuttavia, le penalizzazioni saranno molto marcate.