
Sembra l'uovo di Colombo. La crescita langue? Basta rilanciare la domanda con un aumento delle retribuzioni, i lavoratori spenderanno di più e la crisi passerà. Un uovo che ha acceso molte dispute in passato e che si riaffaccia nelle cronache politico-sindacali di questa estate fredda anche per l'economia. L'autunno invece si preannuncia caldo: i segretari di Cisl, Savino Pezzotta, e Uil, Luigi Angeletti, hanno affermato che bisogna aumentare il potere d'acquisto dei lavoratori e annunciato che chiederanno aumenti superiori all'obiettivo di inflazione, chiamato anche tasso di inflazione programmato (tip) fissato per il 2002 all'1,4%. Angeletti ha anche indicato una cifra: aumenti del 2%. Che non è in sé scandalosamente elevata né distante anni luce dal tip (basti pensare che in primavera i sindacati tedeschi hanno chiesto incrementi del 5,5%-6% e ottenuto un 4% effettivo). Ma ciò che interessa non è la quantità degli aumenti ma la qualità del ragionamento sottostante. Per esaminarla, dividiamo l'argomento in due punti: 1) serve aumentare i salari per rilanciare l'economia; 2) ha ancora senso stabilire tip e uniformarvi la politica salariale.
Salari e crescita
In economia ogni variabile può essere vista da tre lati: reddito, produzione, domanda. E i salari sono un reddito per i lavoratori, sono un costo nei processi produttivi e vanno a formare domanda nella misura in cui vengono spesi. L'equazione maggiore salari=maggiore domanda guarda al primo e al terzo di questi lati, e lo fa in modo incompleto. Infatti, nulla garantisce che l'aumento salariale venga interamente speso, e lo stimolo alla domanda da maggiori salari verrebbe già in parte meno se, come nell'attuale frangente, l'incertezza sul futuro consigliasse una maggiore parsimonia. Se si guarda poi al terzo lato, quello dei costi di produzione, lo stimolo potrebbe svanire del tutto, perché le imprese potrebbero reagire aumentando in proporzione i prezzi, il che vanificherebbe in termini di potere d'acquisto l'aumento nominale delle buste paga, oppure riducendo l'impiego di lavoro, divenuto relativamente più caro, o rinunciando a progetti di investimento, in seguito al calo dei loro utili per il maggior costo del lavoro. Queste ultime due reazioni provocherebbero una minore occupazione e quindi vanificherebbero l'aumento dell'insieme dei salari che si vuole ottenere aumentando i salari unitari.
Infine, un aumento dei prezzi e dei costi potrebbe spiazzare le produzioni italiane a vantaggio di quelle estere e una maggior quota della domanda finirebbe per far aumentare l'import anziché la produzione interna.
Questo non significa che la crescita economica non sia alimentata anche da aumenti dei salari, quando questi nascono dall'aumento della produzione, attraverso una maggiore produttività. Di nuovo bisogna ricordarsi di leggere i fatti economici dai tre lati: non c'è aumento di reddito senza aumento della produzione e senza aumento della domanda (ciò che si produce va venduto per poter remunerare i produttori). Non funziona, invece, un incremento dei salari calato dall'alto come deus ex-machina per risolvere le crisi.
Tip e salari
Il tip è una vecchia invenzione: nasce nei primi anni 80 (è istruttivo ricordare che nell'84 fu fissato al 10%). Serviva a piegare l'inflazione italiana, che allora viaggiava ben sopra la media dei maggiori concorrenti (Francia e Germania). Ma era un'indicazione sdentata, cioè non incideva in profondità nei comportamenti economici, perché mancava del principale strumento per rispettare l'obiettivo: una politica salariale che uniformasse l'aumento delle retribuzioni all'aumento dei prezzi che si voleva ottenere. Solo dopo il 1992-93, con l'abolizione della scala mobile e con l'accordo sulla politica dei redditi, questo strumento è stato creato e l'inflazione italiana è stata effettivamente ridimensionata (come si osserva nel grafico). Proprio perché si è legato il costo del lavoro, che è la componente principale dell'inflazione che si forma dentro un Paese, all'obiettivo annunciato. Certo, parlare di programmazione dell'inflazione suona strano, perché l'andamento dei prezzi risulta da decisioni di una molteplicità di operatori che non possono essere direttamente governate. Alcune sono ben lontane da qualunque influenza del Governo (pensiamo al prezzo del petrolio o al cambio dell'euro). Ma per quanto sta alla politica economica, è importante continuare a tener bassa la dinamica dei prezzi italiani, specie in un contesto di moneta unica, dove quindi non c'è aggiustamento del cambio che possa compensare la perdita di competitività dell'Italia. E tanto più che, proprio per una più sostenuta dinamica dei prezzi nel nostro Paese, l'emorragia di competitività continua.
Oggi fissare un obiettivo dell'1,4% nel 2002, quando le previsioni indicano un 1,7-1,8%, può apparire irrealistico. Ma è proprio questa la logica del tip: indicare un aumento più basso di quello che si determina spontaneamente nell'economia, per piegare all'ingiù le attese degli operatori e condizionarne i comportamenti in modo da far davvero diminuire l'inflazione.
