
Libera contrattazione
Il patto per l'Italia apre o chiude una stagione di riforme? A rigore di logica, l'accordo dovrebbe essere solo un primo passo verso la riforma del mercato del lavoro, dato che contiene formule provvisorie (come la modifica dell'articolo 18), mentre si limita ad aggiungere nuove tipologie di lavoro atipico (job-sharing ( 1), staff-leasing (2), ecc.) alle molte già esistenti, senza modificare una legislazione del lavoro che vieta tutte le formule di lavoro tranne quelle espressamente riconosciute. In realtà, bisognerebbe andare verso una nuova formulazione, ove il lavoro fosse tutto permesso, tranne quello espressamente vietato per legge:in questo modo la contrattazione tra le parti sociali avrebbe il ruolo autonomo che le compete e il mercato del lavoro si adatterebbe più facilmente alle esigenze mutevoli dell'economia, senza dover superare lo scoglio della legge, ma garantendo la tutela dei diritti delle imprese e dei lavoratori grazie alla libera contrattazione tra le parti.
Inoltre molte questioni importanti sono rimaste fuori dal patto come la riforma delle pensioni, quella della contrattazione e la riforma della sanità (solo per citare le più note), senza le quali è difficile pensare di poter dire di aver riformato alcunché. Sarebbe auspicabile che la ritrovata capacità di fare accordi tra parti sociali e governo possa aprire una nuova stagione negoziale volta a realizzare effettivamente le riforme necessarie.
Storia degli accordi sociali
Eppure la storia degli accordi sociali e le circostanze con cui si è chiuso il patto per l'Italia lasciano pensare che sarà difficile che le parti riescano a trovare nuovi consensi su questioni di alto profilo. Già nel passato si è visto come la "fatica" di arrivare ad un accordo finisca per rendere ardua la prosecuzione sulla stessa strada. Dopo l'accordo travagliato sui punti di scala mobile del 1984, che pure vide la frattura tra CGL da un lato e CISL ed UIL dall'altro, la stagione delle riforme si arrestò al punto che fu necessario aspettare la denuncia della scala mobile da parte della Confindustria nel 1989 per arrivare poi, nel 1993, ad un nuovo accordo sociale. Anche quell'accordo – che resta il più importante nella storia dei patti sociali - è rimasto isolato, tanto che dopo si è tentato di riproporlo, ma senza la spinta ed i contenuti del 1993: il pacchetto Treu, faticosamente varato nel 1996 ed il barocco patto di Natale del 1998 (3) non portarono a sostanziali progressi, a parte l'introduzione del lavoro interinale già previsto nell'accordo del 1993. La stessa riforma delle pensioni del 1995 fu monca, tanto che la necessità di procedere ad una revisione del sistema ha continuato ad avvelenare i rapporti tra governi e parti sociali in tutti gli anni successivi.
Oggi….e domani
Se la storia non conforta circa la probabilità che al patto per l'Italia segua una stagione di riforme, le circostanze con cui tale patto è stato chiuso sembrano anch'esse testimoniare che sarà ben difficile immaginare progressi nei prossimi mesi .Infatti, la rottura tra CIGL e le altre sigle sindacali rende necessariamente più caute CISL ed UIL ad accettare "sacrifici" (necessari nel breve termine se si vogliono fare le riforme), mentre è altamente improbabile che il Governo voglia rischiare di rompere con questi due sindacati su temi rilevanti, con il risultato di far risultare vincente la posizione della CGIL, che aveva rifiutato l'accordo. La prova sta nella reticenza con cui si parla di riforme per le pensioni o per la sanità, necessarie e urgenti anche per finanziare gli impegni del Governo assunti nel patto per l'Italia.
D'altro canto, dopo un accordo sociale, ogni parte tende a curare il proprio campo, rassicurando al proprio interno quelli che si erano mostrati contrari all'accordo e ciò rende le parti sociali più battagliere e competitive nei rapporti reciproci, per dimostrare di non aver ceduto nulla alla controparte. Per questo, chi è abituato alle contrattazioni sa che in ogni accordo è meglio ottenere quanto più è possibile, perché difficilmente ci sarà una seconda tornata e ciò a cui si rinuncia in quel momento potrebbe essere perso per sempre. Questo ci porta a ritenere che, con il patto per l'Italia, la stagione delle riforme per ora si sia chiusa: ognuno valuterà se ha ottenuto tutto quello che sperava da questo scambio.
(1) job sharing è una formula attraverso la quale due (o più) lavoratori si ripartiscono un posto di lavoro avendo una retribuzione proporzionale in modo che il costo del lavoro non superi quello di un posto di lavoro
(2) staff leasing è una formula per affittare una squadra di lavoratori che agiscono alle dipendenze senza essere dipendenti diretti dell'azienda
(3) I patto di Natale venne firmato alla vigilia del Natale del 1998 tra il Governo D'Alema e le parti sociali. Esso conteneva una serie di impegni dettagliati del Governo sia nei confronti delle imprese che dei lavoratori, i quali, a loro volta, sottoscrivevano alcuni obiettivi di politica economica del Governo. Il patto conteneva anche l'avvio del dialogo sociale di stampo europeo, ossia l'impegno, per le materie di natura sociale che non comportassero gravami sulla finanza pubblica, che le parti sociali cercassero un avviso comune che poi sarebbe stato adottato dal Governo che lo avrebbe presentato e difeso in Parlamento.