
Le tasse sono impopolari per definizione. A nessuno piace pagarle e tutti pensano che ce ne siano troppe. Tuttavia, non tutte le imposte sono odiate nella stessa misura. Le persone ispirano i propri comportamenti o almeno il proprio "dover essere" a concezioni elementari di giustizia e generalmente si adattano volentieri, o meno malvolentieri, a imposte che vengono percepite come "giuste". Per esempio, i contribuenti generalmente trovano equo che attraverso imposte progressive individui più fortunati si facciano carico di quelli meno fortunati. Allo stesso modo, le persone accettano di pagare le tasse più volentieri se pensano che anche gli altri lo facciano, mentre tendono a reagire rabbiosamente se percepiscono che gli altri "fanno i furbi" – per inciso, una delle ragioni principali per cui i condoni possono essere così pericolosi per la tenuta del sistema tributario.
È importante dunque domandarsi quali aspetti rendano un'imposta "accettabile" e quali invece odiosa, indipendentemente dalla razionalità economica dell'impianto che ne ha motivato l'introduzione. Per esempio, le famigerate "imposte sul macinato", responsabili di furiose rivolte popolari in passato, erano perfettamente giustificabili sul piano dell'efficienza economica (il pane è un bene a domanda rigida e dunque l'imposta non altera le scelte degli individui).
Irap, la più odiata dagli italiani
In Italia, per molte categorie di contribuenti, l'Irap sembra essere diventata una moderna tassa sul macinato. La sua abolizione rappresenta la promessa non (ancora) mantenuta che più di frequente viene rinfacciata all'attuale Governo. E se l'Irap ha contributo alla sconfitta elettorale del centro-sinistra, il suo mantenimento potrebbe contribuire non poco alla sconfitta dell'attuale maggioranza. Di qui, le preoccupate rassicurazioni del presidente del Consiglio nella recente campagna elettorale.
Ma perché quest'imposta è così odiata? La domanda è pertinente, se non altro perché l'Irap gode viceversa di buona stampa tra gli esperti, ha suscitato interesse e perfino qualche tentativo di imitazione a livello internazionale. L'imposta sembra dunque tecnicamente corretta, ma resta ferocemente odiata.
La domanda diventa ancora più intrigante alla luce di un'ulteriore considerazione. Come ricorda Giannini, l'Irap venne introdotta nel 1998 in sostituzione di numerose altre imposte, inique e inefficienti, come i contributi sanitari e la tassa sulla salute in primis, ma anche l'Ilor, l'Iciap, la patrimoniale sulle imprese, la tassa sulla partita Iva, etc. Non solo, ma al tempo della sua introduzione, il ministero delle Finanze sbagliò clamorosamente i conti: l'aliquota scelta (in media il 4.25 per cento), che avrebbe dovuto garantire un gettito pari a quello delle imposte abolite, finì con il generare un gettito inferiore di circa 12mila miliardi di lire. L'introduzione dell'Irap comportò quindi un risparmio per il settore privato di pari misura. Dunque, non solo la riforma sostituì un gran numero di piccole imposte con una sola grande imposta, con minor costi burocratici e minor distorsioni perché ad aliquota bassa (in prima approssimazione, la perdita di efficienza di un'imposta è proporzionale al quadrato dell'aliquota), ma finì anche per rappresentare un notevole sconto di imposizione fiscale per un gran numero di contribuenti. Dunque, come mai tanto odio?
La voce dei perdenti
Una prima spiegazione, in qualche misura ovvia, è che se la maggior parte dei contribuenti, direttamente o indirettamente, ha guadagnato dalla riforma, questo non è stato vero per tutti. In particolare, non è stato vero per tutti coloro che ora sono soggetti all'Irap, mentre prima non pagavano le imposte che l'Irap ha sostituito. Tra questi contribuenti vanno annoverati liberi professionisti, avvocati, commercialisti, tributaristi etc., i quali erano soggetti alla cosiddetta "tassa sulla salute", ma erano esenti dall'Ilor, che premeva invece sui redditi di impresa con un'aliquota del 16,2 per cento. Questi contribuenti hanno sicuramente sofferto dalla riforma e hanno immediatamente innescato un conflitto con il fisco, a colpi di ricorsi alla Corte costituzionale, che non si è ancora concluso. Nulla di male in questo, se non che queste categorie, assai limitate quantitativamente, godono viceversa di una ampia "voce" sul mercato politico e hanno un ruolo rilevante nel formare l'opinione pubblica, a partire da quella dei propri clienti.
Inoltre, per molte categorie di contribuenti, l'Irap ha avuto qualche altra conseguenza inattesa. La base imponibile dell'Irap, il valore aggiunto netto, non è composta infatti solo dai redditi di impresa, ma da tutti i redditi che un'attività produttiva genera e dunque anche i redditi da lavoro e gli interessi pagati sul debito (che sono, appunto, reddito per i prestatori di capitale). Ne segue che l'Irap è dovuta anche da imprese in perdita o da imprese fortemente indebitate. Tutto questo era atteso e voluto dai riformatori, che intendevano usare l'Irap anche in funzione anti-evasiva e allo scopo di stimolare una riduzione dell'indebitamento da parte delle imprese. La conseguenza è però stata che per molte categorie marginali, abituate a evadere l'imposta sui redditi e con scarso accesso a risorse alternative al debito, l'Irap è apparsa subito come un pesante e ingiustificato fardello.
I tecnici non sono psicologi
A questi aspetti in qualche modo inevitabili (da una riforma fiscale, c'è sempre qualcuno che ci rimette), se ne sono però aggiunti altri, più "psicologici" che forse avrebbero potuto essere evitati. Il principale è stato senz'altro la scelta di rendere l'Irap indeducibile dalle imposte sui redditi.
Poiché non possono detrarla dal proprio reddito, come invece accadeva con i contributi sanitari, i contribuenti pagano prima l'Irap e poi pagano l'Irpef o l'Irpeg anche sulla quota di reddito che è servita a pagare l'Irap. In altri termini, pagano le imposte su un'imposta, una considerazione sufficiente a irritare il contribuente più disponibile.
Si noti che questa non è una scelta obbligata. In realtà, sarebbe stato e sarebbe tuttora possibile rendere l'Irap deducibile, aumentandone l'aliquota media di circa il 30 per cento (cioè portandola attorno al 5.6 per cento), che è appunto l'aliquota media dell'Irpef e dell'Irpeg per le categorie rilevanti. Stime in questo senso erano state avanzate dalla Commissione Gallo, la commissione di studio che nel 1996 aveva svolto i lavori preparatori dell'Irap. La ragione per cui alla fine si è scelta la strada dell'indeducibilità è, sul piano tecnico, ben fondata. Poiché l'Irap è un'imposta regionale e le Regioni hanno facoltà di scegliere l'aliquota all'interno di un dato intervallo, rendere deducibile l'Irap avrebbe creato un pericoloso contenzioso tra Regioni e Governo centrale. Variando l'aliquota dell'Irap, le Regioni avrebbero cioè variato la base imponibile dei tributi erariali, introducendo un elemento di concorrenzialità tra livelli di governo che si è ritenuto opportuno evitare. Ma gli effetti di questa scelta sulla percezione dei contribuenti circa l'equità dell'imposta sono state disastrosi.
E ora?
In conclusione, una più accorta politica di gestione e presentazione del tributo, che avesse preso in esame la possibilità di ridurre o eliminare l'imposta su alcune delle categorie più penalizzate dalla sua introduzione, avrebbe aiutato a rendere l'Irap molto più accettabile ai contribuenti. Su questo, anche i tecnici dovrebbero fare ammenda. In particolare, visti i risultati, sarebbe stato e sarebbe probabilmente opportuno intervenire rendendo l'Irap deducibile, aumentando l'aliquota media e compensando lo stato con parte del gettito Irap per la riduzione nelle entrate dei tributi erariali. Il problema però è che il Governo non si è impegnato a fare la cosa più semplice: migliorare l'Irap. Ha promesso invece di eliminarla del tutto. Una promessa che per molti motivi, come segnalato negli articoli di Guerra e Giannini appare assai più difficile da realizzare.