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Sommerso: "Avviso comune", mezzo gaudio

di Tito Boeri 25.07.2002

Si dice "uomo avvisato, mezzo salvato", ma difficilmente l'"Avviso comune" sottoscritto mercoledì 24 luglio dalle parti sociali (ad eccezione della CGIL) potrà rimediare al fallimento delle politiche "per incentivare l'emersione dell'economia sommersa" avviate nel corso di questa legislatura. Per diversi motivi. Primo, le garanzie che l'"Avviso comune" doveva offrire al datore di lavoro "emergente" -- la cosiddetta "blindatura" del percorso di emersione -- è resa poco credibile dal fatto che manca la firma del sindacato maggiormente rappresentativo. Molti datori di lavoro potranno continuare a ritenere scarsamente credibile l'impegno di legge a garantire condizioni di favore (in termini di retribuzioni e sconti contributivi) all'impresa emergente. Secondo, l'"Avviso comune" rimedia solo in parte ai difetti della legge 383 del 18 ottobre scorso. Per capirlo, basta ricordare cosa è accaduto sin qui.

Legge 383: il perché di un insuccesso
L'operazione contro il sommerso avviata all'inizio di questa legislatura con il "Pacchetto dei Cento Giorni" ha coinvolto sin qui circa 150 imprese, per meno di 500 lavoratori (sui 900.000 preventivati) quando le stime dell'Istat parlano di circa 3 milioni di lavoratori "sommersi". Difficile trovare una sola causa per un fallimento così evidente. Tre le spiegazioni più plausibili dell'insuccesso della legge 383: i) considera il sommerso come un fenomeno di breve periodo, mentre ha lunga durata soprattutto nel Mezzogiorno, ii) guarda indietro e non in avanti e, iii) ignora il fatto che oltre alle imprese sono coinvolte anche delle persone, dei lavoratori. Le misure approntate replicano la filosofia dello "scudo fiscale": sono amnistie volte a sanare precedenti irregolarità nella gestione di un patrimonio piuttosto che misure volte a rendere strutturalmente più conveniente l'opzione emersione per imprese e lavoratori. Per chi deve solo rimpatriare dei capitali è importante assicurarsi che le proprie passate irregolarità vengano amnistiate una volta per tutte. Ma per chi deve emergere conta soprattutto ciò che potrà accadere in futuro, se continuerà ad essere conveniente restare in superficie. E ci vogliono orizzonti lunghi perché le imprese sommerse del Sud vivono molti anni: la durata dei posti di lavoro informali nel Mezzogiorno sembra essere più lunga che al Nord.

Il problema di fondo
L'"Avviso comune" sottoscritto mercoledì 24 luglio si limita a rendere più conveniente le amnistie e cerca di rendere credibile la gradualità del riallinemento retributivo, ma non fuoriesce da questa logica: si estende il periodo di emersione agevolato a fini contributivi (da 3 a 5 anni) e il periodo pregresso per sanare le irregolarità contributive dei lavoratori (da 5 a 10 anni). Inoltre, si investono di responsabilità le parti sociali nel determinare l'entità e le modalità del percorso di riallineamento retributivo, rinnegando di fatto la delibera CIPE del 6 giugno 2002  che le aveva invece fissate al 70% dei minimi contrattuali, esautorando le parti. Ma il problema di fondo non viene affrontato: quello che ci spiega perchè, nonostante non sia poi così difficile identificare le attività sommerse, non lo si faccia. La verità è che il sommerso al Sud è l'altra faccia della medaglia della disoccupazione. Quando la disoccupazione cresce, sale anche l'economia sommersa che, non a caso, è concentrata quasi unicamente al Sud (vedi Grafico). Al Nord il poco sommerso esistente coincide largamente con il lavoro di immigrati non regolarizzato, sanabile, questo sì, con l'estensione delle procedure di emersione agli immigrati, auspicata dall'avviso comune. L'"Avviso comune", se mai si tradurrà in provvedimenti concreti (e il tempo a disposizione è davvero limitato perché la Commissione UE ci dà tempo fino a novembre per gli sgravi contributivi alle imprese "emergenti") potrà al più contribuire a far emergere un po' di sommerso-alias lavoro irregolare di immigrati, fiorente nel Nord. Potrà anche aver qualche effetto sul cosiddetto "sommerso di sviluppo", quello di giovani imprese destinate, dopo un avvio incerto, a raggiungere livelli di produttività relativamente elevati. Certo non servirà a far riaffiorare il grosso del sommerso al Sud, che consiste principalmente in lavori a bassa produttività, con personale con livelli di istruzione sensibilmente più bassi di quelli medi (ce lo dicono le Indagini della Fondazione Curella) e non in grado di sopravvivere applicando i minimi contrattuali ed essendo soggetto ai prelievi contributivi e fiscali delle imprese regolari.

Cosa fare
Per ridurre davvero il sommerso, bisognerebbe introdurre consistenti sgravi contributivi, generalizzati a tutto il territorio nazionale, per tutte le imprese (non solo quelle "emergenti"), ma limitati ai salari più bassi. Questo misura indurrebbe almeno parte di questi lavori sommersi a bassa produttività ad emergere e beneficerebbe soprattutto il Sud perché è proprio qui che le retribuzioni più basse sono concentrate. E' una misura che costerebbe poco perché potrebbe essere attuata assorbendo molti degli schemi attualmente presenti (crediti d'imposta, incentivi all'apprendistato e al part-time etc.), con oneri aggiuntivi limitati. Avrebbe, inoltre, il vantaggio di accompagnare un disegno di progressiva riduzione della tassazione sul lavoro con il mantenimento di misure di forte contenuto redistributivo, perché a favore dei salari più bassi.