
Nel corso dell'ultimo decennio il sistema previdenziale italiano è stato già oggetto di tre interventi di riforma: Amato (1992), Dini (1995) e Prodi (1997). Le riforme hanno aumentato i contributi previdenziali, ridotto il tasso di sostituzione (il rapporto tra prima pensione e ultima retribuzione), aumentato l'età pensionabile, rivisto il metodo di calcolo della pensione, eliminato alcuni dei privilegi del precedente sistema. L'effetto più visibile delle riforme è la riduzione delle prestazioni future. Prima del 1995 la pensione di un impiegato pubblico raggiungeva circa l'80 per cento dell'ultimo stipendio. Per gli impiegati entrati in servizio dopo il 1995 la pensione sarà di poco superiore al 50 per cento; per un dipendente privato, dal 70 a poco più del 50 per cento; per un autonomo, dal 60 al 30 per cento circa dell'ultimo stipendio.
Da più parti si osserva che gli assicurati (cioè i lavoratori) devono supplire alla riduzione di prestazioni future risparmiando di più, individualmente o attraverso gli strumenti della previdenza integrativa, e lavorando più a lungo. Ma quanto bisogna risparmiare e lavorare in più per mantenere lo stesso livello di prestazioni? Per rispondere a questa domanda occorre prima sapere di quanto si sono ridotte le prestazioni in seguito alle riforme. Chiediamoci allora se gli assicurati sono consapevoli della riduzione delle prestazioni.
Mancanza di informazioni
L'ultima indagine della Banca di Italia sui bilanci delle famiglie evidenzia su ampia scala la scarsa comprensione della riforma. I lavoratori sovrastimano sistematicamente il tasso di sostituzione, indipendentemente dai gruppi sociali: la sottostima riguarda indifferentemente lavoratori autonomi e dipendenti, uomini e donne, dipendenti pubblici e privati. Nella maggioranza dei casi, la sottostima è dell'ordine di 10 o 20 punti percentuali, ma in altri supera il 30 per cento. I dati evidenziano dunque che vi è ampia disinformazione sulle riforme e che i lavoratori si aspettano dalla previdenza pubblica molto più di quanto effettivamente otterranno.
La conseguenza è che chi lavora sta risparmiando meno di quanto sarebbe necessario per mantenere uno standard di vita relativamente stabile dopo il ritiro dal mercato del lavoro. Molti italiani corrono il rischio di rendersi pienamente conto della situazione solo poco prima di ricevere la pensione (o addirittura dopo averla ricevuta), quando sarà ormai troppo tardi per porvi rimedio. Anche dal punto di vista sociale, la prospettiva non è allegra: le future generazioni di lavoratori attivi si troveranno di fronte a gruppi sociali di anziani, peraltro sempre più numerosi, con bassi redditi che premeranno per un aumento delle prestazioni.
A che punto siamo in Italia?
Servirebbe una campagna di informazione capillare che spiegasse agli italiani che la previdenza è cambiata e che nessuno dei nuovi assicurati avrà diritto alle stesse prestazioni di coloro che andranno in pensione nei prossimi dieci o quindici anni.
L'esperienza di altri Paesi a questo riguardo è molto utile. In Svezia ogni assicurato riceve periodicamente un prospetto con la propria posizione contributiva. Ma non solo. Poiché la rendita dipende dall'età pensionabile, dai contributi versati e dal tasso di crescita dell'economia, la scheda evidenzia le ipotesi e gli scenari probabili sottostanti al calcolo della pensione.
In ottemperanza con la riforma Dini, nel 1998 il consiglio di amministrazione dell'Inps ha deciso di introdurre e promuove lo sviluppo di servizi che aiutino l'utente a comprendere i contenuti delle riforme (Deliberazione n. 799 del 28 luglio 1998). (1) Decisione degna di lode, cui ha fatto seguito un'analoga decisione dell'Inpdap (l'ente di previdenza dei dipendenti pubblici). Anche in Italia ogni lavoratore ha quindi modo di conoscere la propria posizione previdenziale. In teoria.
In pratica, questo non accade. L'Inps non fornisce informazioni a tutti gli assicurati, ma solo a chi lo richiede. Sono proprio coloro che non si avvalgono del servizio che hanno più bisogno di informazioni. Per molte categorie di lavoratori che non sono iscritti all'Inps (come i dipendenti pubblici), il servizio non è attivato. Bisogna poi considerare che ogni variazione nelle previsioni di crescita economica o negli scenari demografici ha conseguenze profonde per il calcolo della pensione. Ad esempio, i coefficienti di trasformazione del montante contributivo in rendita previsto dalla riforma Dini potrebbero essere rivisti al ribasso sulla base di nuove proiezioni demografiche. Una massiccia campagna di informazione richiede quindi un flusso di informazioni costanti, soprattutto rivolte ai giovani, più vulnerabili rispetto alle nuove regole e meno propensi ad acquisire informazioni su un evento che ritengono ancora lontano.
Purtroppo, ogni anno che passa è un anno perduto per chi desidera rafforzare la propria posizione previdenziale. Dalla riforma Dini ne sono passati quasi dieci. La scarsa diffusione delle informazioni produce inerzia nelle abitudini di risparmio, e rischia pertanto di avere un effetto permanente sul benessere delle future generazioni di pensionati.
(1) La prima parte dell'articolo prevede il "ricorso a tecnologie informatiche e telematiche avanzate, ai fini di integrazione dei processi di comunicazione, di supporto della produzione, di controllo del processo produttivo, di coordinamento della rete organizzativa, di tutela della sicurezza e della riservatezza dei dati". La seconda parte dell'articolo identifica tra i compiti della Direzione centrale sistemi informativi e telecomunicazioni, lo sviluppo di "metodologie di erogazione di servizi a distanza attraverso la comunicazione telefonica e le apparecchiature self-service."
Per saperne di più,
Si può vedere il paper "Retirement Expectations and Pension Reforms" di Tullio Jappelli, Mario Padula e Renata Bottazzi.
La scheda della pensione di Johanna.