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Il Semestre del Dopoguerra

di Tito Boeri e Guido Tabellini 08.05.2003
Sconfitta politicamente dal conflitto in Iraq, la Ue deve far tesoro della crisi attuale e rafforzare il potere esecutivo della Commissione, sottraendo gradualmente le decisioni di politica estera e sicurezza ai governi nazionali. Solo così si potrà arrivare a quella posizione forte e comune su questi temi voluta dai cittadini. Che dimostrano già, molto più dei loro governanti, la consapevolezza di una identità europea.
Il semestre del dopoguerra

Saddam Hussein non è stato l'unico a essere sconfitto nella guerra in Iraq. Anche l'Europa è uscita sconfitta dal conflitto. Le divisioni tra i Paesi dell'Unione non sono mai state così acute e dirompenti. Che cosa significa tutto ciò per la Convenzione europea? Dovrebbe abbandonare l'idea di una politica estera e di difesa comuni?

Governi divisi, cittadini uniti

Prima di arrivare a conclusioni affrettate, è importante capire perché l'Europa si è divisa sulla guerra in Iraq. Il fatto è che a dividersi sono stati i governi, mentre i cittadini europei hanno avuto opinioni molto simili fino a poco tempo prima dello scoppio del conflitto e sono pienamente consapevoli dei limiti di azioni unilaterali da parte dei loro Paesi. Questo è molto più vero adesso che in occasione di precedenti crisi internazionali, come la guerra del Golfo del 1991.

Nel gennaio 2003, Gallup Europa ha intervistato 15mila cittadini europei. Le loro opinioni sulla guerra in Iraq si sono rivelate sorprendentemente simili in tutta l'Europa continentale. E anche quando differivano, queste divergenze non erano in linea con le posizioni dei loro governi. Alcuni esempi: in gennaio nella media europea i favorevoli a un intervento militare in Iraq senza l'avvallo delle Nazioni Unite erano solo il 15 per cento. Questa percentuale era del 12 per cento in Spagna, del 18 per cento in Italia, del 13 per cento in Francia, del 12 per cento in Germania. Soltanto in Gran Bretagna il sostegno alla guerra era significativamente superiore (27 per cento).

Con l'avvallo delle Nazioni Unite, il sostegno alla guerra balzava al 57 per cento nella media europea. Qui le opinioni pubbliche nazionali erano più divise, ma di nuovo senza rispecchiare le posizioni dei governi: soltanto il 45 per cento avrebbe approvato la guerra in Germania e Spagna, mentre la percentuale saliva al 66-67 per cento in Italia e Francia. Questi sondaggi suggeriscono che i cittadini europei condividono valori e opinioni simili e che non percepiscono significativi conflitti di interessi anche quando si tratta di temi fondamentali, come la pace e la guerra. La Gran Bretagna è una parziale e importante eccezione, ma per il resto d'Europa non è forzato parlare di un comune punto di vista europeo.

Una identità europea

Non è eccessivo parlare di una identità europea anche perché l'opinione pubblica dell'Unione si è avvicinata nel corso del tempo. Un'indagine simile condotta da Gallup appena prima della guerra del Golfo del 1991 aveva segnalato una dispersione di punti di vista molto maggiore. I favorevoli variavano dal 40 per cento in Danimarca al 73 per cento in Francia. Il confronto tra le due indagini  dimostra anche che i cittadini europei sono divenuti nel corso del tempo più consapevoli del fatto che se il loro Paese avesse agito da solo non avrebbe potuto affrontare in modo adeguato le crisi internazionali. Mentre nel 1990, il 56 per cento degli europei considerava il suo Paese capace di "risolvere la crisi del Golfo", nel 2003 solo il 25 per cento circa confidava nella capacità del suo Paese di fronteggiare il terrorismo internazionale. Anche i dati Eurobarometro segnalano una crescente adesione al progetto di una politica estera comune dell'Unione: si è passati dal 50 per cento di favorevoli nel 1990 al 63 per cento del 2001.

Dunque, l'Europa non si è divisa sulla guerra in Iraq a causa di conflitti di interesse nazionale o di valori. Si è divisa perché i governi hanno deciso di andare ciascuno per la sua strada. Non sorprende che questo accada perché i governi nazionali hanno forti incentivi elettorali a differenziare la loro posizione e a "portare a casa risultati da mostrare agli elettori". E anche quando non si tratta di opportunismo politico, i leader politici possono essere tentati di seguire la loro visione ideologica, anche quando contrasta con quella della maggioranza dei cittadini.

Se questa analisi è corretta, ha importanti implicazioni per la Convenzione europea. I cittadini dell'Unione vogliono una politica estera e di difesa comuni, oggi ancor più che in passato. Non possono averla perché in politica estera non c sufficiente cooperazione tra i governi. E alla fine i politici nazionali cedono alla tentazione di differenziarsi. Questa è la vera lezione della sconfitta europea sull'Iraq: in politica estera l'approccio intergovernativo non funziona.

Se l'Europa vuole una politica estera comune, deve gradualmente sottrarla ai governi nazionali, così come ha fatto per il commercio estero e per la politica monetaria. Questo significa rafforzare i poteri esecutivi del governo europeo, ovvero della Commissione. Ovviamente, questo significa anche che la Commissione deve diventare politicamente più responsabile. Si può arrivare a questo risultato gradualmente, mantenendo un ruolo importante per le decisioni e il controllo nazionali. Ma la crisi attuale dovrebbe essere sfruttata durante il semestre italiano come un'occasione per fare un salto in avanti in questa direzione. La bozza elaborata dalla Convenzione può rappresentare un buon punto di partenza anche se permane ancora molta ambiguità circa il ruolo del Consiglio e della Commissione nel guidare la politica estera della UE. Ma è senz'altro importante che si preveda un ministro degli Esteri della UE, e che si sia scongiurato il rischio di una politica estera bicefala, con duplicazione di competenze fra Commissione e Consiglio.

Nelle circostanze attuali, l'idea di rafforzare le istituzioni europee per avere un'efficace politica estera comune incontra spesso un'obiezione fondamentale: si teme che l'Europa sia costruita in opposizione agli Stati Uniti. Si paventa che colmando le divisioni esistenti all'interno dell'Europa si possa aprire un più grande e pericoloso varco tra le due sponde dell'Atlantico. Ma questa obiezione è sbagliata, per almeno due ragioni. Primo, le politiche degli Stati Uniti non si formano nel nulla, ignorando la realtà europea. Una posizione forte e unita dell'Europa, ridurrebbe le spinte a politiche unilaterali da parte degli Stati Uniti  e rafforzerebbe l'importanza delle Nazioni Unite e delle altre organizzazioni multilaterali. Secondo, rafforzare la Commissione e le istituzioni europee in generale significherebbe aumentare l'influenza dei piccoli Stati membri, compresi i nuovi arrivati. E questi Stati sono spesso molto più vicini agli Usa di quanto non siano i governi di Francia e, in questo momento, di Germania.

a pag. 2 la versione in lingua inglese dell'articolo

 
Il semestre del dopoguerra (versione inglese)

Saddam Hussein was not the only one to be defeated in Iraq. Europe was defeated too. National divisions have never been so sharp and disruptive. What does this mean for the European Convention? Should it abandon the idea of a common European foreign and security policy?

Before rushing to a conclusion, it is important to understand why Europe has split over the war in Iraq. The fact is that European governments have split. But European citizens had very similar opinions until shortly before the war, and are aware of the limits of unilateral actions of their own country. This is more true now than in previous international crises, such as the 1991 Gulf War.

In January 2003 Gallup Europe interviewed 15,000 EU citizens. Their views over Iraq were surprisingly similar throughout Continental Europe. And when citizens' opinions differed, this was not always reflected in their governments' positions. Some examples: in January only 15% of EU respondents on average were in favour of a military intervention in Iraq without the backing of the UN; this percentage was 12% in Spain, 18% in Italy, 13% in France, 12% in Germany. Only in the UK there was significantly more support for the war (27%). With the UN backing, approval for the war jumped to 57% on average for the EU. Here national public opinions were more divided, but again this did not mirror government positions: only 45% would have approved the war in Germany and Spain, while the percentage was 66-67% in Italy and France. These opinion polls suggest that European citizens share similar values and opinions and perceive no significant conflict of interests, even when it comes to fundamental issues such as war and peace. The UK stands somewhat apart. But in the rest of Europe, it is not an exaggeration to speak of a common European point of view.

In fact, European public opinion has converged over time. A similar survey carried out by Gallup just before the 1991 Gulf War found a much larger dispersion. Those in favour of the war ranged from 40% in Denmark to 73% in France. Comparisons of the two surveys also suggest that European citizens have become more aware that their own country acting in isolation cannot adequately cope with international challenges. While in 1990, 56% of the Europeans considered their own country capable of "resolving the Gulf crisis", in 2003 only about 25% believed in the ability of their country to cope with international terrorism.

Thus, Europe did not split over Iraq because of genuine national conflicts of interests or of values. It split because European governments have each chosen to go their own way. This is not surprising. National governments face strong electoral incentives to differentiate their position and to bring "trophies at home for their voters". And when political opportunism does not play a role, political leaders may be tempted to pursue their own ideological vision even if it clashes with that of the majority of their citizens.

If the analysis is correct, it has important implications for the European Convention. European citizens want a common foreign and security policy, even more so now than in the past. They cannot have it because, in foreign policy, cooperation among governments is not enough. In the end, national politicians will succumb to the temptation of differentiating themselves. This is really the main lesson of the European defeat in Iraq: the intergovernmental approach cannot work in foreign policy.

If Europe wants a common foreign policy, it has to gradually take it away from national governments, as it has done in trade policy and monetary policy. This means reinforcing the executive powers of the European government, namely the Commission. Of course, it also means that the Commission has to become politically more accountable. This can be done gradually over time, retaining an important role for national decisions and national control. But the current crisis should be seized as an opportunity to take a leap forward.

In the current circumstances, the idea of reinforcing European institutions to deliver an effective common foreign policy meets with an important objection: that Europe is being built to contrast the US; bridging the gaps within Europe would open up a much bigger and more threatening gulf across the Atlantic. But the objection is wrong, for two reasons. First, US policies are not formed in a vacuum, ignoring the European reality. Having an effective and united European position would reduce the unilateralist tendencies in the US, and would increase the relevance of the UN and other international organizations. Second, reinforcing the European Commission and the European institutions in general would increase the influence of the smaller member states, including the new accession countries. And these members states are often closer to the US compared to the governments of France and, currently, of Germany.

Tito Boeri and Guido Tabellini (both authors are professors of economics at Bocconi University).