
I recenti successi in Champions League delle squadre italiane hanno messo in secondo piano la crisi economica e finanziaria delle società di calcio. Ma quando il realismo contabile avrà preso il sopravvento sull'ebbrezza di avere tre italiane in semifinale di Campions League, si tornerà necessariamente a parlare di riforme strutturali. E le riforme strutturali da affrontare non sono quelle sul regolamento (comunque da modificare), ma quelle sul deficit strutturale della maggior parte delle squadre professionistiche italiane.
Costo del lavoro, proclami e atti concreti
Un vero risanamento deve necessariamente ridurre il costo del lavoro (gli stipendi dei calciatori), una voce di bilancio che oggi pesa quasi quanto il fatturato. Ma i fatti della scorsa estate mostrano che per ridurre gli stipendi non è sufficiente la persuasione morale, in quanto il comportamento dei manager delle squadre è viziato da incoerenza temporale: ciò che è ottimale dichiarare oggi non lo è più domani quando si deve passare ai fatti. Il caso più emblematico è forse quello di Adriano Galliani, che appena insediato alla presidenza della Lega invocò parsimonia nel rinnovo dei contratti, per poi smentirsi poche settimane dopo quando, in qualità di presidente del Milan, non resistette alla possibilità di offrire un lauto contratto al neo campione del mondo Rivaldo. Il risanamento economico poteva, almeno in quel momento, attendere.
La teoria economica suggerisce che per risolvere i problemi di incoerenza temporale occorre legarsi le mani, e imporre al sistema un insieme di regole che permettano agli agenti di perseguire gli obiettivi di lungo periodo (il risanamento economico) senza evitare di cadere in deviazioni ottimali solo nel breve periodo (offrire un contratto d'oro alla star del momento). Nel caso del risanamento delle società sportive, la regola da imporre sarebbe quella del tetto salariale. Esistono due tipi di tetti salariali. La prima forma, che si può definire tetto salariale per giocatore, corrisponde a uno stipendio massimo da pagare a ciascun giocatore. Un giocatore non può guadagnare più di "tot" milioni a stagione, ma tale tetto può essere garantito a un numero illimitato di giocatori. La seconda forma, più estrema ma forse più interessante, corrisponde invece a un tetto al monte salari. In quest'ultimo caso si dovrebbe stabilire ogni anno un ammontare per il costo del lavoro totale per ciascuna società di calcio, e lasciare alle singole società il modo di distribuire gli stipendi tra i diversi giocatori. In sostanza, nel tetto monte salari, una società è sempre libera di offrire un super contratto alla star del momento, ma dovrà necessariamente ridurre gli stipendi degli altri componenti la rosa.
Un problema europeo
L'esperienza degli sport americani suggerisce che è possibile implementare alcune di queste soluzioni. Il football americano rappresenta un buon esempio di tetto al monte salari. Ma queste regole sarebbero davvero applicabili al caso italiano? Probabilmente no, a meno che il problema non venga affrontato a livello europeo. Per capire i motivi, occorre analizzare il comportamento e gli incentivi di società di calcio e calciatori di fronte a queste possibili riforme.
Analizziamo prima gli incentivi delle società di calcio di fronte ai tetti salariali. Affinché una qualsivoglia forma di tetto salariale possa avere successo è necessario che esista un'autorità in grado di punire severamente le società che deviano dalla regola. L'incoerenza temporale fa sì che una singola società avrà sempre incentivo a offrire pagamenti "in nero" e comunque non trasparenti (casa pagata, sponsorizzazioni legate al contratto, viaggi premio) al campione di turno. E per le società di calcio, è difficile trovare un'istituzione italiana che abbia tale autorità. Certamente questa autorità non può essere la Lega Calcio, in quanto espressione delle stesse società professionistiche. Sarebbe come chiedere alla Banda Bassotti di organizzare le forze di polizia. Tuttavia, qualora l'istituzione fosse sovra-nazionale ed europea, i legami tra questa e le società di calcio sarebbero necessariamente ridotti, con maggiori possibilità di far rispettare le regole.
Calciatori e "tetti"
Ma il vero problema è quello degli incentivi dei calciatori di fronte ai tetti salariali. È ovvio che un tetto salariale applicato soltanto in Italia non sarà mai realistico. Vieri, Del Piero e Totti, solo per citare alcune star, sarebbero immediatamente incentivati a emigrare, accentando le proposte di ingaggio da parte di club europei non soggetti ai massimi salariali. E contemporaneamente, le società italiane non sarebbero più in grado di attrarre giocatori stranieri di punta. In questo scenario, non vedremo mai più squadre italiane nelle finali di Champions League, e assisteremmo a un ulteriore allontanamento di attenzione dal calcio, che ha ovviamente bisogno, per alimentare passioni e spettacoli, delle magie balistiche delle superstar.
In sostanza, il risanamento del calcio italiano è un problema risolvibile soltanto in ambito europeo, e come tale deve essere affrontato. Il successo del tetto salariale applicato al football americano dimostra forse che la condizione di mercato chiuso sia irrinunciabile (i giocatori americani non hanno l'opzione di emigrare, in quanto non esiste altro mercato). Forse soltanto un "Trattato di Maastricht del pallone" potrà salvare la solvibilità finanziaria del calcio. In alternativa, cerchiamo di goderci le prossime semifinali di Champions League, perché potrebbero essere le ultime per molte squadre italiane, chiaramente vicine alla bancarotta.