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Politiche contro la povertà: il welfare dei paradossi

di Maurizio Ferrera 23.07.2002

Le stime sulla povertà in Italia
Come di consueto, anche quest'anno a metà luglio l'Istat ha diffuso le stime sulla povertà in Italia desunte dall'indagine sui consumi delle famiglie (Vedi attachment alla fine del documento). Nel 2001 la povertà relativa(1) è rimasta attestata intorno al 12% delle famiglie su scala nazionale, senza variazioni statisticamente significative rispetto agli anni precedenti (la nuova serie Istat inizia dal 1997). Si è però accentuato il divario fra Nord e Centro (dove la povertà diminuisce lievemente rispetto al 2000) e Mezzogiorno, dove la povertà resta più del doppio della media nazionale (24,3%).
Le stime 2001 confermano poi alcuni tratti distintivi della composizione interna della povertà: ossia la sua maggiore incidenza fra le famiglie numerose (e, in particolare, quelle con tre o più figli); quelle con componenti disoccupati e quelle con anziani. Occorre tuttavia notare che mentre fra le prime due tipologie la povertà è aumentata nel 2001 rispetto al 2000, nelle coppie di anziani la povertà è, invece, diminuita.
Si può stimare che la metà circa delle famiglie numerose e "senza lavoro" nel Mezzogiorno si trovi oggi al di sotto della soglia di povertà relativa (e una elevata percentuale anche sotto la soglia di povertà assoluta(2)). Nessun paese dell'Unione europea presenta una concentrazione territoriale e socio-economica della povertà così acuta come quella italiana. Ma, d'altra parte, nessun paese europeo è caratterizzato da divari geografici nei livelli di sviluppo economico e da squilibri allocativi e distributivi nella spesa sociale come quelli, appunto, del nostro paese.

Le proposte del governo
Che cosa sta facendo il governo per affrontare queste sfide? Ben poco: soprattutto sul fronte del ri-equilibrio della spesa sociale. Nel DPEF il paragrafo sulla politica sociale è vago e lacunoso sia per quanto riguarda gli obiettivi programmatici sia per quanto riguarda le risorse finanziarie. Nella scorsa estate il governo Berlusconi ha presentato alla UE il Piano nazionale per l'inclusione sociale (nell'ambito di un nuovo processo europeo di coordinamento "aperto" in questo settore). Ma non ci risulta che alle ambiziose dichiarazioni d'intenti contenute in quel piano siano seguite concrete realizzazioni. In forte ritardo è anche l'attuazione di quella Legge quadro di riforma dell'assistenza (legge 328/2000) e del successivo Piano sociale, che avevano fatto sperare in una qualche svolta.

Nei commenti ai dati Istat, molti esperti hanno richiamato l'attenzione sulla sperimentazione del reddito minimo di inserimento (RMI): uno strumento volto proprio al contrasto della povertà. Secondo il "Patto per l'Italia", questo strumento non verrà generalizzato nella sua attuale versione: sarà ri-configurato all'interno dei sistemi di assistenza regionali e locali. Soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno, ciò solleverà grossi problemi di finanziamento, che non faciliteranno certo la lotta alla povertà dove questa è più diffusa. Ma bisogna anche dire che il RMI non può essere l'unica risposta –e nemmeno forse quella principale- al problema.

Il paradosso italiano
Negli altri sistemi di welfare europei la povertà è contrastata innanzitutto da adeguati trasferimenti alle famiglie (soprattutto quelle con figli) e da adeguati sussidi di disoccupazione. Gli schemi di reddito minimo garantito sono solo l'ultima spiaggia. Il paradosso italiano -un'anomalia che si protrae da decenni - è che gli assegni al nucleo familiare e i sussidi di disoccupazione non arrivano alle fasce più povere: infatti i primi sono riservati ai lavoratori dipendenti e ai pensionati, mentre i secondi proteggono soltanto coloro che hanno già guadagnato l'accesso a una occupazione regolare. Queste limitazioni spiegano perchè molte famiglie numerose e senza opportunità di accesso al mercato del lavoro regolare si trovino in condizioni di povertà nel Mezzogiorno. Queste famiglie non sono peraltro raggiunte neppure dal cosiddetto welfare fiscale, in quanto sono al di sotto della soglia di imponibilità Irpef e dunque non possono avvantaggiarsi delle previste detrazioni.. Nessuno schema di reddito minimo potrebbe mai funzionare in presenza di questi paradossi. Per contrastare efficacemente la povertà bisogna innanzitutto ripensare le prestazioni familiari e le prestazioni di disoccupazione. La riforma degli ammortizzatori sociali sembra finalmente ai nastri di partenza. Ma i cambiamenti previsti (ammesso che vengano effettivamente introdotti) sarebbero solo un piccolo passo in avanti. Sulle prestazioni familiari regna, invece, il silenzio assoluto. E' troppo chiedere che il governo batta un colpo e ci faccia sapere cosa intende fare su questo importantissimo fronte?

(1) Per povertà relativa s'intende la condizione di una famiglia di due persone che spende meno del consumo medio pro capite desunto dall'indagine Istat sui consumi delle famiglie italiane.
(2) Per povertà assoluta s'intende un livello di spesa per consumi di base (casa, alimentazione, abbilgiamento ecc.) stimato dall'Istat come essenziale per garantire una sopravvivenza dignitosa.