Logo stampa
 
 
 
  Invia la notizia  PDF dell'articolo

Petrolio e federalismo nell'Iraq prossimo venturo

di Giorgio Brosio 23.04.2003
Sono molti i fautori di una soluzione federale per tenere insieme il mosaico etnico iracheno nel dopo-Saddam. Ma come conciliare la domanda di autonomia regionale con la spartizione delle risorse petrolifere? Chi governa la transizione in Iraq dovrà dimostrare che è possibile trasformare le rendite dell’oro nero in vantaggi per tutta la popolazione del Paese. Senza cadere nella tentazione di appropriarsene per ripagare il costo della guerra.

Gli analisti di politica internazionale di tutto il mondo fondano le loro previsioni sull'Iraq sui conflitti per il controllo del petrolio fra le potenze mondiali e sulle probabili azioni di destabilizzazione dei Paesi vicini, interessati quanto le prime a mettere le mani sulle ricchezze naturali irachene. La preda è ricca: circa il 10 per cento delle riserve mondiali conosciute. Preso in questa tenaglia; il nuovo stato post-Saddam avrà - si afferma - poche possibilità di sviluppo autonomo, se non di sopravvivenza. Certo, la cupidigia internazionale è una minaccia immediata e fortissima, ma altrettanto reali sono i rischi interni di conflitti fino al collasso. La costruzione del nuovo Iraq deve infatti affrontare un problema che appare oggi quasi insolubile nei paesi ricchi di petrolio e di diversità etniche, ma poveri di tradizioni democratiche. Come conciliare la domanda di autonomia regionale con la spartizione della manna petrolifera?

Geografia del petrolio e della popolazione in Iraq

In Iraq, come in quasi tutti i Paesi di grandi dimensioni, le risorse naturali sono state concentrate dal "caso geologico" in regioni ristrette. La carta geografica mostra una fortissima concentrazione dei campi petroliferi nel Sud e nel Nord. Ai confini del Kuwait si trovano circa mille pozzi, mentre nella zona settentrionale prossima alla Turchia se ne trovano altri cinquecento. Pochi campi sono situati nelle aree centrali. Come tutti sappiamo, le regioni petrolifere del Sud sono abitate in stragrande maggioranza dagli sciiti, mentre quelle del Nord sono il ridotto dei curdi. Le due aree – non la somma di curdi e sciiti – totalizzano più della metà della popolazione irachena.

Le difficoltà delle proposte federali

Curdi, oppositori in esilio e qualche "think thank" americano sostengono da tempo la soluzione federale per tenere insieme il mosaico etnico iracheno. Sul web circolano numerose nuove costituzioni. Varia il numero degli stati federati, ma non la caratteristica federale. In sé non vi sono obiezioni. Quando i Paesi sono fortemente divisi, quella federale è l'unica soluzione in grado di tener insieme le varie componenti. La capacità di "nation building", cioè di tenere assieme i paesi, dei sistemi federali è messa però a dura prova in quelli con forti concentrazioni di risorse naturali e con poche tradizioni democratiche. Per due motivi: il primo generale, il secondo specifico. Quello generale è che quando l'economia di un Paese è fortemente specializzata in petrolio, tutta la lotta politica si concentra sul suo possesso. Chi riesce a mettervi le mani, non esita a ricorrere alla repressione per mantenerlo. La seconda è che i sistemi federali, o fortemente decentralizzati, istituzionalizzano la domanda degli stati interni, o delle regioni, tesa a controllare le risorse e diventa proibitivo per il governo centrale opporsi a queste domande. La vita democratica e l'unità del Paese rischiano di sgretolarsi in breve tempo. Nigeria e Indonesia forniscono gli esempi più evidenti. Ma anche in vecchie federazioni, come Canada e Australia, gli stati dove è concentrato il petrolio, rispettivamente l'Alberta e il Western Australia, manifestano da tempo "pruriti secessionistici".

Le responsabilità di chi governa la transizione irachena

Vi è già un esempio anche in Iraq di questo tipo di difficoltà. Il governo regionale curdo formato dalle tre province del Nord e protetto dalla comunità internazionale ha avuto riconosciuto il diritto al 13 per cento delle rendite petrolifere del Paese, una quota che corrisponde a quella della sua popolazione sul totale. Non vi è nulla di negativo in ciò. Queste risorse hanno permesso di prestare servizi alla popolazione e di stimolare lo sviluppo dell'area. Ma è facile vedere che se la formula della proporzionalità venisse estesa a tutte le regioni dell'Iraq, al centro non resterebbe assolutamente nulla della principale fonte di entrate fiscali per fornire ordine e difesa ed altri servizi nazionali a tutti. E' poi molto probabile che si accenderebbe la lotta fra aree petrolifere e no. Le prime rivendicano infatti fin da ora il loro diritto a tutte le risorse del loro sottosuolo. Diventano evidenti le grosse responsabilità di chi governerà la transizione. Quando si dibatterà del futuro istituzionale del Paese, occorrerà suggerire e, se del caso, premere affinché la nuova costitituzione armonizzi le necessità finanziarie del centro con quelle delle periferie. Nell'immediato il compito è ancora più chiaro. Chi governa la transizione dovrà far buon uso del petrolio, cioè mostrare agli iracheni come il governo nazionale possa trasformare le risorse naturali in servizi che vanno a vantaggio di tutta la popolazione del Paese. Una ragione in più per suggerire agli americani e ai loro alleati di non appropriarsi delle rendite petrolifere per ripagare, magari aggiungendovi un profitto, il costo della guerra.